ashes and roses
Il Battito tra le Ali e il Vuoto
L'aria pungente del vento del nord sferzava il campo di addestramento degli Illyrian, un luogo dove la bellezza di Velaris sembrava un ricordo sbiadito e lontano. Qui, tra le vette brulle e i guerrieri dalle ali imponenti, non c'era spazio per la grazia o per la pietà. Rhysand aveva deciso che il tempo della contemplazione era finito: Claris doveva imparare a piegare il potere di Amarantha alla sua volontà, o quel potere l'avrebbe consumata, trascinando con sé chiunque le stesse vicino.
— Ancora, Claris! — incitò Rhysand, la voce ferma ma carica di una tensione che non riusciva a nascondere del tutto. — Non limitarti a contenerlo. Devi dirigerlo. Immagina che sia un'estensione delle tue braccia, non un parassita nel tuo sangue.
Claris ansimava, il sudore che le imperlava la fronte nonostante il gelo. Davanti a lei, una serie di bersagli di pietra erano rimasti intatti. Ogni volta che cercava di attingere a quella sorgente oscura, sentiva il ghigno di Amarantha riverberare nelle sue ossa. Era come cercare di domare un uragano con un filo di seta.
— Non ci riesco! — sbottò lei, le mani che tremavano. — È come se mi odiasse. Mi respinge ogni volta che cerco di toccarlo.
— Perché lo temi — intervenne Cassian, che osservava poco distante insieme ad Azriel. Il generale illyriano aveva le braccia incrociate sul petto massiccio. — Se hai paura della tua stessa spada, finirai per tagliarti. Devi possederlo.
— Facile a dirsi per te — sibilò Claris, voltandosi verso di lui. Gli occhi grigio-azzurri iniziarono a velarsi di quel viola torbido e malsano. — Tu sei nato per questo. Io sono stata uccisa per questo.
Rhysand fece un passo avanti, la sua aura di Signore Supremo che premeva contro quella di Claris. — Basta scuse. Se non impari a controllarlo ora, sarai un pericolo per Feyre. Sarai un pericolo per tutti noi quando Hybern attaccherà. Vuoi essere di nuovo la vittima che aspetta di essere salvata?
Quella parola — vittima — agì come una scintilla in una polveriera. Il ricordo di Tamlin che chiudeva la porta a chiave, il ricordo di Mor che spariva tra le ombre lasciandola sola, il ricordo del dolore atroce nelle celle della Montagna. Tutto esplose.
— Non chiamarmi così! — urlò Claris.
Non fu un grido umano. Fu un ruggito di puro potere oscuro. L'oscurità violacea eruppe dal suo corpo come un'onda d'urto, frantumando i bersagli di pietra in mille pezzi. Ma non si fermò lì. Il terreno sotto i suoi piedi iniziò a creparsi e l'aria divenne gelida, satura di un odio antico. Claris perse il contatto con la realtà; vedeva solo ombre, sentiva solo il bisogno di distruggere il mondo che l'aveva tradita.
— Claris, fermati! — gridò Rhysand, alzando le mani per erigere uno scudo, ma l'energia di Amarantha era caotica, refrattaria persino al potere di un Signore Supremo.
In quel caos di vento e oscurità, una figura si mosse con la rapidità di un fulmine.
Azriel scattò in avanti. Non estrasse Verità, la sua lama leggendaria. Non usò i Sifoni. Semplicemente si gettò nel cuore della tempesta.
Prima che Claris potesse scatenare un altro impulso distruttivo, si sentì avvolgere. Azriel, a petto nudo dopo una sessione di allenamento con Cassian, la prese per le spalle e la tirò a sé. Le sue ali illyriane, vaste e potenti come mantelli di mezzanotte, si aprirono e poi si richiusero attorno a loro, creando una cupola di cuoio e muscoli che li isolò dal resto del mondo.
All'interno di quel bozzolo improvvisato, regnava un silenzio irreale. L'unico suono era il battito accelerato del cuore di Azriel contro l'orecchio di Claris e il respiro affannoso di entrambi.
— Guardami — disse Azriel. La sua voce era un'ancora nel mare in tempesta.
Claris tremava violentemente, le ombre che ancora le danzavano sulle dita come fiamme fredde. Sollevò lo sguardo e incontrò gli occhi nocciola del Cantore delle Ombre. Era così vicino che poteva vedere il calore emanare dalla sua pelle nuda, una sensazione che contrastava violentemente con il gelo magico che lei stessa aveva evocato.
— Non lasciare che vinca lei — sussurrò lui, incurante del fatto che la magia di Claris stesse graffiando la sua pelle, lasciando piccoli segni violacei sul suo petto e sulle sue braccia. — Sei tu a decidere. Io sono qui. Non ti lascerò cadere.
Azriel le prese le mani tra le sue, incurante del dolore. Le sue cicatrici, i segni di anni di torture e sofferenze, sfiorarono la pelle di Claris. In quel contatto, lei sentì una verità che nessuno aveva mai osato mostrarle: lui capiva. Capiva il mostro, capiva il dolore, capiva la sensazione di essere un'arma rotta.
Lentamente, il respiro di Claris si regolarizzò. L'oscurità violacea iniziò a ritirarsi, rientrando nei suoi pori come un animale che torna nella tana. Il gelo si dissipò, sostituito dal calore rassicante del corpo di Azriel.
— Ecco — mormorò lui, vedendo il colore tornare nei suoi occhi. — Sei tornata.
Azriel riaprì le ali, lasciando che la luce del pomeriggio illyriano tornasse a illuminarli. Rhysand e Cassian li osservavano a pochi metri di distanza, con un'espressione che oscillava tra il sollievo e lo stupore. Azriel non si allontanò subito; rimase lì, a proteggerla con la sua sola presenza, finché non fu certo che lei potesse reggersi in piedi da sola.
— Per oggi basta — decretò Rhysand, il tono insolitamente calmo. — Torniamo a Velaris.
Quella sera, la Casa del Vento era avvolta in una quiete irreale. Claris sedeva nella sua stanza, osservando le stelle che iniziavano a punteggiare il cielo. Il ricordo del petto di Azriel contro il suo, della forza delle sue ali che la proteggevano, non la abbandonava. Sentiva un legame nuovo, un filo sottile che la univa a quell'uomo fatto di segreti e silenzi.
Mentre si dirigeva verso la terrazza principale per cercare un po' d'aria, vide Azriel. Indossava la sua giubba di cuoio scuro, i Sifoni che brillavano di un blu intenso. Si stava preparando a partire.
— Dove vai? — chiese lei, la voce appena un sussurro.
Azriel si voltò, sorpreso di trovarla ancora sveglia. — Rhys ha bisogno di un controllo a Velaris. Ci sono voci di movimenti sospetti vicino al porto. Devo andare a vedere di cosa si tratta.
Claris sentì una morsa al cuore. Il terrore di essere di nuovo esclusa, di essere lasciata indietro mentre gli adulti si occupavano delle cose serie, la travolse.
— Portami con te — disse con fermezza.
Azriel scosse il capo. — È pericoloso, Claris. E sei esausta dopo l'allenamento di oggi.
— Ti prego — insistette lei, facendo un passo avanti. — Non lasciarmi qui all'oscuro. Tamlin lo faceva sempre. Mi diceva che era per la mia sicurezza, ma in realtà era per la sua pace mentale. Non trattarmi come se fossi fragile. Non farmi sentire di nuovo inutile.
Azriel la osservò a lungo. Vide nei suoi occhi non la rabbia distruttiva del pomeriggio, ma una supplica disperata di dignità. Sapeva cosa significasse essere considerato solo per ciò che si poteva fare, e non per ciò che si era.
— Sali sul davanzale — ordinò lui alla fine.
Claris obbedì senza esitare, arrampicandosi sulla balaustra di marmo della terrazza. Sotto di lei, il vuoto si apriva per centinaia di metri, un abisso di oscurità punteggiato dalle luci lontane della città. Un brivido di vertigine le percorse la schiena.
Azriel le si avvicinò e la prese tra le braccia. Una mano le cingeva la vita, l'altra era salda sotto le sue ginocchia. Claris istintivamente gli gettò le braccia al collo, stringendosi a lui come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava per svanire.
— Tieniti stretta — sussurrò lui vicino al suo orecchio.
Poi, si lanciò.
Claris non riuscì a trattenere un piccolo grido soffocato quando sentì il vuoto spalancarsi sotto di sé. La sensazione di caduta libera le mozzò il fiato, facendole chiudere gli occhi per il terrore. Era la prima volta che volava, la prima volta che affidava la sua vita interamente alla forza di un altro essere.
— Apri gli occhi, Claris — disse Azriel. La sua voce era ferma, nonostante lo sforzo del volo. — Guarda.
Lentamente, lei obbedì.
Il vento le sferzava il viso, portando con sé l'odore del fiume e della notte stellata. Le ali di Azriel battevano con una cadenza potente e regolare, fendendo l'aria con un fruscio che sembrava una musica antica. Sotto di loro, Velaris si stendeva come un tappeto di gioielli luminosi. Non era più la città perfetta e distante vista dal balcone; era viva, vibrante, un miracolo di luce incastonato tra le montagne.
— È... incredibile — mormorò lei, dimenticando la paura.
Si strinse di più a lui, sentendo i muscoli della sua schiena lavorare sotto la giubba. In quel momento, sospesa tra il cielo e la terra, Claris sentì una libertà che non aveva mai conosciuto. Non era la libertà di chi non ha catene, ma quella di chi ha trovato qualcuno disposto a volare con lei attraverso l'oscurità.
— Non ti lascerò cadere — ripeté Azriel, e questa volta non era solo una promessa tattica. Era un giuramento sussurrato al vento.
Mentre scendevano verso le luci del porto, Claris appoggiò la testa sulla spalla di Azriel. Il potere di Amarantha era ancora lì, una presenza latente nel suo sangue, ma per la prima volta non sembrava così pesante. Forse non doveva domare l'oscurità da sola. Forse, come Azriel le stava insegnando, poteva semplicemente imparare a volare insieme a lei.