Back to overview

ashes and roses

Il Canto del Gelo e del Silenzio

Le pareti della villa, un tempo simbolo di una salvezza miracolosa, erano diventate le membrane di un polmone che si rifiutava di espandersi. Nelle settimane che seguirono la visita notturna di Rhysand, Claris aveva imparato a danzare con l’oscurità. Ogni giorno, mentre Tamlin era impegnato a ignorare il dolore di Feyre o a pattugliare i confini con una furia cieca, Claris sedeva nel silenzio della sua stanza, o nel giardino recintato, e visualizzava il potere di Amarantha come un filo di seta nera. Lo avvolgeva attorno alle dita, lo intrecciava con i suoi pensieri, lo costringeva a obbedire. Non era più la tempesta che minacciava di abbattere la casa; era una lama affilata, nascosta sotto una pelle di porcellana.

Ma mentre il suo controllo cresceva, la sua anima appassiva. La Corte di Primavera era un parassita di colori vibranti e profumi dolciastri che succhiava la vita da chiunque non fosse disposto a piegarsi alla volontà del suo Signore. Claris vedeva Feyre spegnersi giorno dopo giorno. La vedeva smettere di mangiare, i suoi occhi azzurri diventare vitrei, la sua pelle farsi così sottile da sembrare carta velina. E Tamlin... Tamlin non vedeva nulla se non il proprio bisogno di possederla, di tenerla al sicuro in una teca di vetro dove nessuno potesse toccarla, men che meno lui stesso con la verità.

Il giorno del crollo arrivò come un tuono a ciel sereno. Tamlin, accecato da una paranoia che rasentava la follia, aveva deciso che nemmeno le mura della villa erano sufficienti. Aveva eretto una barriera magica, una cupola di potere puro che sigillava Feyre all’interno, impedendole persino di respirare l’aria del giardino.

Claris era nel corridoio quando accadde. Sentì l’esplosione di panico di Feyre prima ancora di sentire il boato della magia. Corse verso il salone, ma si scontrò con un muro invisibile di energia dorata.

— Tamlin, fermati! — gridò Claris, colpendo la barriera con i pugni. Le ombre danzarono frenetiche attorno ai suoi polsi, pronte a colpire. — La stai uccidendo!

Ma Tamlin non la ascoltava. Era uscito, lasciando Feyre intrappolata in un incubo di luce solare e terrore. Claris vide l’amica cadere in ginocchio, le mani premute contro le orecchie, mentre il suo potere — quel dono frammentato dei sette Signori — esplodeva in una cacofonia di ghiaccio, fuoco e oscurità.

Fu in quel momento che l’aria si squarciò.

Non fu Rhysand a venire. Fu una donna. Era bellissima, con capelli d’oro colato e un abito rosso che sembrava fatto di sangue e sfida. Morrigan. La verità della Corte della Notte si materializzò al centro del caos, camminando attraverso la barriera di Tamlin come se fosse fatta di fumo.

Claris rimase immobile, il respiro mozzo. Vide Mor prendere Feyre tra le braccia, sussurrarle parole che non riusciva a sentire, e poi voltarsi. Gli occhi di Mor incontrarono quelli di Claris per un brevissimo istante. C’era una luce strana in quello sguardo, una scintilla di riconoscimento o forse di pietà.

— No! — urlò Claris, ma la voce le morì in gola.

In un battito di ciglia, Feyre e Mor sparirono. Il patto stretto Sotto la Montagna era stato riscosso. Rhysand aveva preso la sua parte.

Claris rimase sola nel silenzio assordante della villa. Il potere dorato di Tamlin svanì, lasciando solo l’odore di ozono e cenere. Si aspettava che Rhys tornasse. Si aspettava che un’ombra si allungasse dal soffitto per prenderle la mano e dirle che era finita anche per lei. Avevano condiviso il buio, avevano condiviso i segreti. Lui sapeva cosa stava passando.

Ma non venne nessuno.

Le ore passarono, trasformandosi in una notte gelida. Quando Tamlin tornò e scoprì che Feyre era sparita, la sua furia fu qualcosa di primordiale. Distrusse i mobili, le pareti, ruggì fino a farsi sanguinare la gola. E poi, il suo sguardo cadde su Claris, che sedeva immobile sulle scale, un’ombra tra le ombre.

— È colpa tua — ringhiò lui, la voce ridotta a un sussurro ferino. — Tu l’hai aiutata. Tu e quel mostro della Notte.

— Io non sapevo nulla, Tamlin — rispose lei, la voce piatta, priva di emozione. — Ma se anche lo avessi saputo, l’avrei spinta io stessa tra le sue braccia piuttosto che vederla morire qui dentro.

Tamlin scattò in avanti. Per un istante, Claris pensò che l’avrebbe colpita. Invece, la afferrò per il braccio con una forza che le lasciò lividi istantanei e la trascinò verso la sua camera.

— Non perderò anche te — disse lui, ma non c’era amore nella sua voce. C’era solo il bisogno ossessivo di non fallire di nuovo. — Tu sei la prova del suo sacrificio. Resterai qui finché Feyre non tornerà.

La spinse dentro e chiuse la porta. Il rumore della serratura che scattava fu come un chiodo piantato nel cuore di Claris.

— Tamlin! — urlò, scagliandosi contro il legno. — Non puoi farlo! Non sono un tuo trofeo!

— Sei una minaccia, Claris. Con quel potere che ti scorre dentro, sei una bomba pronta a esplodere. Ti proteggerò da te stessa, visto che lui non è qui a farlo.

Le settimane che seguirono furono un test di resistenza mentale che Claris non era sicura di poter superare. Era sola. Completamente sola. Il cibo veniva lasciato fuori dalla porta da servitori terrorizzati che non osavano rivolgerle la parola. Tamlin non veniva mai a trovarla. La villa era diventata una tomba silenziosa.

Senza Feyre, senza Rhys, senza nessuno con cui parlare, Claris sentì la propria mente iniziare a sfilacciarsi. Il potere di Amarantha, privato di stimoli, iniziò a nutrirsi della sua stessa forza vitale. Si sentiva prosciugata, una candela che bruciava da entrambi i lati. Passava le giornate distesa sul pavimento, osservando le ombre che strisciavano sulle pareti, chiedendosi se Rhysand l’avesse dimenticata.

"Perché lei e non io?" si chiedeva costantemente. "Perché mi hai lasciata qui a marcire dopo avermi promesso che sarei stata libera?"

La rabbia iniziò a sostituire la tristezza. Una rabbia fredda, vischiosa, che sapeva di sangue e vendetta. Ogni volta che pensava a Rhysand, al suo sorriso sghembo e alle sue promesse di luce, sentiva un sapore amaro in bocca. L’aveva usata. L’aveva addestrata solo per assicurarsi che non distruggesse i suoi piani, e poi l’aveva abbandonata nel nido del lupo.

Un pomeriggio, quando il sole stava tramontando tingendo la stanza di un arancione malato, la porta si spalancò.

Claris non si alzò nemmeno dal tappeto. Pensava fosse di nuovo quel codardo di Tamlin, venuto a controllare se respirasse ancora.

— Devi avere un aspetto terribile, biondina.

Quella voce. Non era Rhysand. Era la donna vestita di rosso. Morrigan.

Claris sollevò lentamente la testa. I suoi capelli biondi erano opachi, i suoi occhi grigio-azzurri erano cerchiati di nero, e la sua pelle era così pallida da sembrare traslucida. Guardò Mor con un odio così puro che la Fae fece un piccolo passo indietro.

— Vattene — gracchiò Claris, la gola secca.

Mor chiuse la porta alle sue spalle e si avvicinò, ignorando l’ostilità che emanava dalla ragazza. — Rhys ha detto che ora sei pronta. Che il tuo potere si è stabilizzato abbastanza da permetterti il viaggio.

Claris scoppiò in una risata stridula e senza gioia, mettendosi seduta a fatica. — Oh, Rhys ha detto? Rhys ha deciso che dopo settimane di agonia, dopo essere stata rinchiusa come un animale da un pazzo, ora sono degna di essere salvata?

— Non era questione di dignità, Claris — disse Mor, accovacciandosi davanti a lei. Il suo profumo di agrumi e cannella era un insulto alla puzza di chiuso di quella stanza. — Era questione di sicurezza. Se ti avessimo portata via insieme a Feyre, Tamlin avrebbe scatenato una guerra immediata. Dovevamo aspettare che le acque si calmassero, che lui abbassasse la guardia.

— E nel frattempo io sono morta dentro! — urlò Claris, balzando in piedi. Le ombre esplosero dalla sua schiena come ali spezzate, facendo tremare i vetri delle finestre. — Mi ha lasciata qui! Mi ha usata per calmare il potere di Amarantha e poi mi ha buttata via come spazzatura!

Mor non si mosse. Rimase a guardarla con un’espressione indecifrabile, una miscela di sfida e comprensione. — Pensi davvero che sia stato facile per lui? Pensi che non abbia contato ogni minuto che passavi qui dentro?

— Non mi interessa cosa pensava lui! — Claris fece un passo avanti, il viso a pochi centimetri da quello di Mor. Il potere oscuro pulsava tra di loro, una barriera di freddo assoluto. — Siete tutti uguali. Signori Supremi che giocano con le vite degli altri come se fossimo pedine su una scacchiera. Tamlin mi rinchiude per paura, Rhysand mi abbandona per strategia. Mi spieghi qual è la differenza?

Mor sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. — La differenza è che io sono qui ora. E che a Velaris c’è un letto pulito, cibo vero e persone che non hanno paura di ciò che sei. Ma se preferisci restare qui a odiarci tra queste quattro mura, accomodati pure.

Claris strinse i pugni così forte che le unghie le scavarono i palmi. Odiava Morrigan. Odiava la sua bellezza, la sua sicurezza, il modo in cui sembrava possedere ogni centimetro dello spazio in cui si muoveva. Ma odiava ancora di più il silenzio di quella stanza.

— Feyre... come sta? — chiese, la voce che tremava nonostante i suoi sforzi.

— Sta guarendo. Ma chiede di te ogni giorno. È l’unica ragione per cui Rhys mi ha permesso di rischiare così tanto venendo qui oggi. Tamlin è a un incontro con i suoi ufficiali, abbiamo dieci minuti prima che si accorga che la tua aura è sparita.

Claris guardò la stanza per l’ultima volta. Il letto sfatto, i libri mai aperti, la finestra sbarrata. Era stata la sua prigione, ma era stata anche il luogo dove aveva imparato a conoscere il mostro che portava dentro.

— Non lo faccio per Rhysand — disse Claris, la voce gelida. — Lo faccio per Feyre. E quando vedrò il tuo Signore Supremo, digli che farebbe meglio a non aspettarsi gratitudine da parte mia. Gli devo la vita per quello che è successo Sotto la Montagna, ma il debito è stato ampiamente ripagato con queste settimane di silenzio.

Mor accennò un sorriso, un gesto che non era del tutto amichevole. — Mi piaci, Claris Vaelor. Hai del fuoco sotto tutto quel ghiaccio. Sarà divertente vederti camminare per le strade della Corte della Notte.

Mor le tese la mano. Claris la fissò per un lungo istante. Quella mano rappresentava la libertà, ma anche l’ingresso in un nuovo tipo di gabbia, una fatta di debiti e giochi politici. Ma non aveva scelta. Il potere di Amarantha dentro di lei ruggì, reclamando spazio, reclamando aria.

Claris afferrò la mano di Mor. Il contatto fu di nuovo come una scossa, ma questa volta non cercò di ritrarsi.

— Portami via da questo posto schifoso — ordinò.

Il mondo si dissolse in un turbine di oscurità e vento. Per un istante, Claris sentì il peso della villa di Primavera svanire, sostituito da una pressione immensa che le schiacciava i polmoni. Poi, improvvisamente, l’aria cambiò.

Non c’era più il profumo stucchevole dei fiori di melo. C’era l’odore della pioggia, del mare lontano e di qualcosa di antico e magico.

Quando riaprì gli occhi, Claris si trovò su un balcone di marmo bianco che si affacciava su una città che sembrava fatta di polvere di stelle. Luci tremolanti riflettevano su un fiume d’argento, e sopra di loro, il cielo era un tappeto di costellazioni così luminose da far male agli occhi.

— Benvenuta a Velaris — disse Mor, lasciandole la mano. — La Città della Luce Stellare.

Claris non rispose. Si voltò e vide una figura in piedi nell’ombra del porticato. Rhysand. Era esattamente come lo ricordava: elegante, letale, con quel sorriso che non riusciva a nascondere la complessità dei suoi pensieri.

— Claris — disse lui, facendo un passo avanti. — Sono lieto che tu sia...

Prima che potesse finire la frase, Claris alzò una mano. Un’onda di oscurità violacea scattò in avanti, colpendo Rhysand dritto al petto. Non fu un colpo letale, ma fu abbastanza forte da farlo indietreggiare e farlo sbattere contro una colonna.

Mor scattò, estraendo un pugnale, ma Rhysand alzò una mano per fermarla, tossendo leggermente.

— Meritatissimo — mormorò lui, raddrizzandosi e ripulendosi la giacca di seta nera. I suoi occhi violetti brillarono di un misto di dolore e ammirazione. — Suppongo che le scuse non basteranno, vero?

— Risparmiatele, Rhysand — rispose Claris, le sue ombre che ancora frustavano l’aria attorno a lei come serpenti infuriati. — Sono qui per Feyre. Non cercare di parlarmi, non cercare di addestrarmi e, per l’amor di tutto ciò che è sacro, non pensare nemmeno per un momento che io mi fidi di te.

Si voltò verso Mor, che la osservava con un interesse nuovo, quasi divertito.

— Portami dalla mia amica. Adesso.

Mor rinfoderò il pugnale e fece un cenno verso l’interno del palazzo. — Da questa parte, biondina. Benvenuta nella Corte della Notte. Spero che tu sia pronta, perché qui le ombre mordono tanto quanto te.

Claris la seguì, la schiena dritta e il cuore di pietra. Aveva lasciato una prigione per un’altra, forse più bella, forse più vasta, ma non avrebbe mai più permesso a nessuno di decidere quando era il momento per lei di respirare. Il potere di Amarantha pulsava nel suo sangue, un promemoria costante di ciò che era diventata.

Non era più la ragazza simpatica ed eterea che sorrideva ai banchetti di Tamlin. Era una creatura nata dal dolore e forgiata nell'abbandono. E se la Corte della Notte pensava di aver trovato una nuova alleata, avrebbe presto scoperto di aver accolto tra le proprie mura qualcosa di molto più pericoloso.

Mentre camminava nei corridoi illuminati dalle stelle, Claris sentì lo sguardo di Rhysand bruciarle sulla schiena. Sapeva che lui la stava osservando, che stava cercando di leggere i suoi pensieri. Ma lei alzò le sue barriere mentali, costruendo un muro di ghiaccio nero che nemmeno il Signore della Notte avrebbe potuto scalare.

La guerra era finita Sotto la Montagna, ma per Claris Vaelor, la battaglia per la propria anima era appena iniziata. E questa volta, non avrebbe combattuto per nessun Signore Supremo. Avrebbe combattuto solo per se stessa.