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ashes and roses

Il Silenzio tra le Stelle

Il marmo bianco dei corridoi della Casa del Vento sembrava vibrare sotto i piedi di Claris, o forse era solo il battito furioso del suo cuore che rimbombava nelle orecchie. Ogni passo le costava una fatica immane. La magrezza che aveva accumulato nelle settimane di prigionia alla Corte di Primavera non era solo estetica; sentiva le ossa pesanti come piombo e i muscoli pronti a cedere. Ma era la magia a essere il fardello più grande. Il potere di Amarantha, quel groviglio di ombre vischiose e urla soffocate, premeva contro le sue vene, cercando una via d'uscita. Claris stringeva i pugni fino a farsi sbiancare le nocche, imponendo alla propria volontà di sigillare ogni crepa. Se avesse lasciato andare anche solo un briciolo di quella forza, temeva che avrebbe ridotto in cenere l'intero palazzo.

Mor camminava davanti a lei, aggraziata e sicura, con quella sua bellezza solare che a Claris appariva come un insulto personale. Ogni volta che la Fae bionda si voltava per controllare se la seguisse, Claris le rispondeva con uno sguardo carico di un odio così gelido da poter congelare il sangue. Non importava quanto Velaris fosse splendida; per lei, Mor e Rhysand erano solo i carcerieri che avevano scelto di lasciarla indietro, di sacrificarla sull'altare di una strategia che non le apparteneva.

— È qui dentro — disse Mor, fermandosi davanti a una doppia porta di legno intagliato. La sua voce era insolitamente dolce, quasi cauta. — È stata... una lunga strada per lei, Claris. Sii paziente.

Claris non rispose. Non aveva fiato per le parole. Spinse le porte con la forza che le rimaneva e si ritrovò in una stanza inondata dalla luce della luna.

Feyre era in piedi vicino a una finestra, con indosso una tunica di seta grigia che la faceva sembrare un fantasma. Quando si voltò, il respiro di Claris si spezzò. L'amica che ricordava — la cacciatrice determinata, la donna che aveva sfidato una regina — era ridotta a un'ombra. I suoi occhi erano incavati, le spalle curve sotto un peso invisibile. Ma quando lo sguardo di Feyre incontrò quello di Claris, una scintilla di vita reale attraversò quel grigiore.

— Claris? — sussurrò Feyre, la voce incrinata.

— Feyre... — Il nome fu poco più di un soffio.

Claris fece un passo avanti, ma il mondo decise di inclinarsi. La magia dentro di lei ebbe un sussulto violento, una scarica di freddo che le annebbiò la vista. Sentì le ginocchia cedere, la forza abbandonarla come acqua che scivola tra le dita. L'esaurimento fisico, unito allo sforzo sovrumano di contenere l'oscurità di Amarantha, aveva finalmente vinto.

Si aspettava l'impatto duro del pavimento. Si aspettava il dolore.

Invece, sentì un paio di braccia forti e sicure che la cingevano prima che potesse toccare terra. Un profumo di brezza marina e agrumi la avvolse istantaneamente, un odore che risvegliò in lei ricordi che avrebbe voluto bruciare.

— Ti ho presa — sussurrò una voce profonda, carica di una tensione che non era solo preoccupazione.

Claris riaprì gli occhi a fatica e si ritrovò a fissare il volto di Rhysand. Era così vicino che poteva vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi violetti. E improvvisamente, non era più a Velaris.

Era di nuovo Sotto la Montagna. Era in quella cella umida, con le ossa rotte e l'anima a brandelli, dopo che Amarantha l'aveva trascinata nelle sue stanze perché Rhysand era troppo "esausto" per soddisfare i suoi capricci. Ricordava le mani di Rhys che la sollevavano dal pavimento sporco di sangue, il modo in cui la teneva stretta mentre lei tremava, sussurrando promesse di vendetta che allora sembravano solo menzogne pietose. Ogni volta che Amarantha la usava per punire lui, era Rhys a raccogliere i pezzi.

Quella familiarità la disgustò.

Con un grugnito di pura rabbia, Claris cercò di divincolarsi, ma le sue gambe erano ancora inutili.

— Lasciami — sibilò, la voce che vibrava di una minaccia oscura. — Non toccarmi, Rhysand.

— Sei sul punto di svenire, Claris — rispose lui, non allentando la presa. La sua espressione era una maschera di calma, ma le sue dita stringevano la stoffa della sua tunica con una forza rivelatrice. — Non lasciarti consumare dall'orgoglio proprio ora.

— Preferirei schiantarmi al suolo che essere sorretta da te — ribatté lei, riuscendo finalmente a puntare i piedi e a spingerlo via con un sussulto di magia che fece scoccare scintille nere nell'aria tra di loro.

Rhysand fece un passo indietro, le mani alzate in segno di resa, ma i suoi occhi non la lasciarono un istante. Feyre si era avvicinata, lo sguardo oscillante tra l'amica e il Signore della Notte.

— Claris, ti prego — disse Feyre, allungando una mano tremante verso di lei. — Sei pallida come un cadavere. Siediti.

Claris guardò Feyre, poi spostò lo sguardo su Mor, che osservava la scena dall'uscio con un'espressione di palese disapprovazione, e infine tornò su Rhys. La rabbia le bruciava in gola, un sapore metallico e amaro.

— Siete tutti così premurosi ora, vero? — disse Claris, la voce che recuperava forza man mano che l'adrenalina entrava in circolo. — Ora che sono qui, ora che è comodo. Dove eravate quando Tamlin mi sbatteva contro le pareti? Dove eravate quando passavo le notti a pregare che il potere che mi avete lasciato dentro non mi facesse a pezzi?

— Sapevi che dovevamo aspettare — intervenne Mor, facendo un passo nella stanza. — Non potevamo rischiare tutto per un salvataggio impulsivo.

Claris si voltò verso di lei, gli occhi grigi che brillavano di una luce sinistra. — "Rischiare tutto". È così che chiamate la mia vita? Un rischio accettabile? Tu non sai niente, Mor. Non sai cosa significhi essere lasciata in una gabbia con un mostro, sapendo che le persone che ti avevano promesso aiuto sono fuori a godersi le stelle.

— Non è stato così — disse Rhysand, la voce bassa e pericolosa. — Non c'è stato un solo momento in cui non abbia pensato a come tirarti fuori di lì.

— Ma non l'hai fatto — lo interruppe lei, sputando le parole come veleno. — Hai preso Feyre. Hai preso la tua parte del patto e mi hai lasciata lì a marcire perché io non ero... utile. Non ero la tua priorità.

— Claris, non è vero — intervenne Feyre, le lacrime che iniziavano a rigarle il viso. — Rhys mi ha salvata perché stavo morendo...

— E io no? — gridò Claris, e questa volta l'oscurità esplose. Le ombre si sprigionarono da lei come fumo nero, oscurando la luce della luna nella stanza. I vasi di cristallo sui tavoli tremarono, e un brivido di gelo assoluto percorse l'aria. — Io morivo ogni volta che guardavo quella porta chiusa! Morivo ogni volta che sentivo la magia di Amarantha sussurrarmi che ero sola, che mi avevate abbandonata perché ero solo un errore, una conseguenza di cui nessuno voleva farsi carico!

Lo sforzo di quella sfuriata magica fu troppo. Claris sentì un dolore acuto alla base del cranio e la vista le si oscurò di nuovo. Barcollò, la mano che cercava disperatamente un appoggio, ma trovò solo il vuoto.

Ancora una volta, Rhysand fu più veloce. La prese prima che cadesse, ma questa volta non la lasciò andare quando lei cercò di colpirlo. La sollevò di peso, portandola verso un divano di velluto scuro.

— Lasciami... maledetto... — mormorò lei, ma la sua voce era ormai un sussurro esausto.

Rhysand la adagiò con una delicatezza che la fece infuriare ancora di più. Si sedette accanto a lei, ignorando i suoi deboli tentativi di respingerlo.

— Odiami pure, Claris — disse lui, e per la prima volta la sua maschera di Signore Supremo scivolò, rivelando una stanchezza ancestrale. — Odiami con ogni fibra del tuo essere se questo ti aiuta a restare intera. Ma non dirmi che non mi importava. Sotto la Montagna, quando Amarantha ti portava via, io morivo un pezzetto alla volta perché non potevo fermarla senza condannarci tutti. E alla Corte di Primavera... lasciarti lì è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto.

Claris girò la testa dall'altra parte, rifiutandosi di guardarlo. Sentiva il calore del corpo di lui accanto al suo, un calore che le ricordava troppo le notti in cui il freddo delle celle sembrava volerle fermare il cuore.

— Sei un bugiardo — disse lei, le lacrime che finalmente vincevano la sua resistenza. — Sei un bugiardo e io vi odio. Vi odio tutti.

Feyre si sedette dall'altro lato, prendendole la mano. La mano di Feyre era fredda, ma era una presenza reale, un legame con il passato che non era fatto di sangue e magia nera.

— Siamo qui ora, Claris — sussurrò Feyre. — Non ti lasceremo mai più.

— Lo avete già fatto — rispose Claris, chiudendo gli occhi.

Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dal respiro affannoso di Claris. Mor era rimasta in piedi vicino alla porta, le braccia incrociate e un'espressione cupa sul volto. Sapeva che le parole non avrebbero riparato quella ferita. C'era qualcosa nel potere di Claris, qualcosa che sapeva di morte e di rancore antico, che non si sarebbe placato facilmente.

Rhysand non si mosse. Rimase lì, un'ombra protettiva accanto a lei, sentendo il potere di Amarantha che ribolliva sotto la pelle della ragazza. Sapeva che il vero pericolo non era Tamlin, né Hybern. Il vero pericolo era la tempesta che Claris portava dentro, una tempesta che lui stesso aveva contribuito a creare lasciandola sola nel buio.

— Riposa — disse Rhysand, sfiorandole appena una ciocca di capelli biondi. — Domani inizieremo a insegnarti come controllare tutto questo. Non sarai più una vittima della sua magia, Claris. Te lo prometto.

Claris non rispose. Non poteva promettere di non ucciderli tutti nel sonno. Non poteva promettere che il mostro dentro di lei non avrebbe alla fine vinto. Ma mentre scivolava in un sonno senza sogni, l'ultima sensazione che provò fu il calore della mano di Feyre e la presenza costante, quasi soffocante, dell'uomo che l'aveva salvata e tradita più volte di quante potesse contare.

A Velaris le stelle brillavano, ma per Claris Vaelor, l'oscurità era ancora l'unica casa che conoscesse veramente. E nel profondo del suo cuore, sentì il potere di Amarantha sorridere. Non era finita. Era solo l'inizio di una notte molto più lunga.