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ashes and roses

Il Canto delle Ombre e del Sangue

Il freddo di Velaris non era come quello Sotto la Montagna. Quello era un gelo che ti artigliava le ossa, un vuoto che cercava di risucchiarti l'anima; questo invece era un brivido pulito, che sapeva di neve e di pini. Ma per Claris Vaelor, non faceva differenza. Il freddo era l'unica cosa che la facesse sentire ancora viva, l'unico elemento capace di intorpidire il bruciore costante del potere di Amarantha che le scorreva nelle vene come piombo fuso.

Si trovava su uno dei balconi più alti della Casa del Vento, dove l'aria era così rarefatta da pungere i polmoni. Le sue dita, sottili e pallide, stringevano la balaustra di pietra con una forza tale da far sbiancare le nocche. Nonostante gli sforzi di Rhysand e le preghiere di Feyre, Claris si sentiva ancora come un'intrusa in un paradiso che non meritava. Ogni sorriso di Mor, ogni sguardo d'intesa tra i due compagni, era una lama che scavava nel suo risentimento.

— Se continui a stringere così, la pietra finirà per sgretolarsi. E Rhysand tiene molto alla sua architettura.

La voce era bassa, un sussurro monocromatico che sembrava emergere direttamente dall'oscurità circostante. Claris non sussultò. Non lo faceva più da quando era tornata dal regno dei morti. Si voltò lentamente, incontrando lo sguardo di Azriel.

Il Cantore delle Ombre era appoggiato a una colonna, avvolto nei suoi Sifoni blu che brillavano di una luce spettrale. Le sue ombre, entità vive e senzienti, danzavano attorno alle sue spalle, allungandosi curiose verso quelle di Claris. Per la prima volta da settimane, Claris sentì il proprio potere non come una minaccia, ma come un richiamo. Le sue ombre — quelle macchie di oscurità violacea ereditate dalla Regina — si protesero verso quelle di Azriel, intrecciandosi in un valzer silenzioso.

— Forse voglio che si sgretoli — rispose lei, la voce roca per il disuso. — Forse voglio vedere se qualcosa di così perfetto può rompersi.

Azriel si staccò dalla colonna, muovendosi con una grazia letale che non faceva rumore. Nonostante la sua reputazione di guerriero spietato e interrogatore senza cuore, c'era una calma in lui che Claris trovava ipnotica. Lui non cercava di confortarla con false speranze come Feyre, né cercava di analizzarla con la fredda logica di Rhysand. Lui semplicemente... era.

— Le cose perfette sono le più facili da distruggere — disse Azriel, fermandosi a pochi passi da lei. — Ma sono anche le più difficili da ricostruire. Tu lo sai meglio di chiunque altro.

Claris abbassò lo sguardo sulle proprie mani. — Io non sono stata ricostruita, Azriel. Sono stata rattoppata con il veleno. Sento Amarantha ogni volta che chiudo gli occhi. Sento il suo piacere quando provo rabbia. Sento la sua sete di sangue.

— Anch'io sento le voci di chi ho torturato — rispose lui, e non c'era traccia di vanto o di autocommiserazione nel suo tono. — Le porto sulla pelle, insieme alle mie cicatrici. Ma loro non decidono chi sono oggi.

Azriel allungò una mano guantata. Per un istante, Claris pensò che volesse toccarla, e il suo potere ebbe un sussulto di panico. Ma lui si limitò a lasciare che una delle sue ombre le sfiorasse la guancia. Fu una sensazione strana: non era fredda, ma fresca, come un soffio di vento notturno che portava via un po' del calore febbrile che la tormentava.

— Tu sei l'unico che non ha paura di me — sussurrò Claris, sentendo una crepa formarsi nel muro di ghiaccio che aveva eretto attorno al suo cuore. — Perché?

— Perché le ombre non mentono mai, Claris. E le tue non sono malvagie. Sono solo... spaventate. Cercano qualcuno che parli la loro lingua.

In quel momento di vulnerabilità, un calore inaspettato si diffuse nel petto di Claris. Azriel non la guardava come una bomba pronta a esplodere, ma come qualcuno che condivideva lo stesso abisso. Per la prima volta da quando era stata trasformata in Fae, non si sentì un mostro.

— Grazie — mormorò lei, facendo un piccolo passo verso di lui.

Ma il momento venne bruscamente interrotto.

— Oh, che scena commovente. Spero di non aver interrotto un rituale segreto tra creature della notte.

Mor era in piedi sulla soglia del balcone, le braccia incrociate e un sorriso che non raggiungeva gli occhi dorati. Indossava un abito di seta rossa che sembrava brillare di luce propria, in netto contrasto con l'oscurità che avvolgeva Azriel e Claris. La sua presenza era come un'esplosione di sole in una stanza buia: dolorosa e accecante.

Azriel si irrigidì immediatamente, le sue ombre che si ritraevano verso di lui come se fossero state colpite. Il legame silenzioso che si era creato con Claris svanì in un istante.

— Morrigan — disse Azriel, il tono di nuovo piatto e professionale.

— Rhys ti sta cercando, Az — disse lei, avanzando verso di loro con una falcata sicura. — C'è un rapporto da esaminare riguardo ai confini con la Corte di Primavera. Pare che Tamlin stia diventando ancora più... instabile del solito.

Azriel rivolse un ultimo sguardo a Claris — un lampo di qualcosa che somigliava al rammarico — prima di fare un cenno col capo e sparire nelle ombre, lasciandole sole.

Il silenzio che seguì fu pesante, carico di una tensione che Claris non riusciva a comprendere appieno. Mor si avvicinò alla balaustra, mettendosi esattamente dove si era trovato Azriel pochi istanti prima. Il profumo di agrumi e cannella della Fae era quasi soffocante.

— Sei molto impegnata ultimamente, Claris — iniziò Mor, osservando la città sottostante. — Prima le liti con Rhys, poi i momenti di isolamento con Feyre... e ora Azriel. Ti piace molto attirare l'attenzione dei maschi più potenti della mia corte, vero?

Claris sentì il potere di Amarantha sollevare la testa, un serpente pronto a colpire. — Non so di cosa tu stia parlando, Mor. Azriel è l'unico che non mi tratta come se fossi fatta di vetro o di dinamite.

Mor si voltò verso di lei, il sorriso trasformato in una smorfia di scherno. — Azriel è un'anima tormentata. È facile per una come te, piena di oscurità e drammi, pensare di avere una connessione con lui. Ma lui appartiene a questa famiglia. Appartiene a me, in un certo senso, da cinque secoli. Non pensare che qualche settimana di sguardi tristi e ombre intrecciate possa cambiare le cose.

Claris avvertì una fitta di gelosia pura emanare da Mor. Era così vivida, così tangibile, che quasi poteva assaporarla. La "Verità" della Corte della Notte era gelosa. Gelosa di lei, una mezza Fae spezzata e instabile.

— "Appartiene a te"? — ripeté Claris, con un tono di voce che si era fatto pericolosamente calmo. — È strano sentirtelo dire. Pensavo che tu non volessi legami, Mor. Pensavo che Azriel fosse solo un amico che tieni al guinzaglio da secoli per nutrire il tuo ego mentre tu ti diverti altrove.

Il volto di Mor divenne rosso per l'ira. — Come osi? Tu non sai nulla di noi. Non sai cosa abbiamo passato. Sei solo un'umana che ha avuto la sfortuna di essere trasformata in un mostro. Sei qui per carità di Rhysand, non dimenticarlo mai.

— La carità di Rhysand mi ha tenuta prigioniera mentre tu mi voltavi le spalle — ribatté Claris, facendo un passo avanti. Le sue ombre iniziarono a ribollire attorno ai suoi piedi, strisciando verso l'abito rosso di Mor. — Non parlarmi di lealtà, Mor. Tu sei quella che scappa non appena le cose si fanno difficili. Io sono quella che è rimasta Sotto la Montagna a finire il lavoro che voi non avevate il coraggio di fare.

— Hai solo ucciso una donna che era già stata sconfitta da Feyre — provocò Mor, avvicinandosi a sua volta. La sua aura di potere, radiosa e antica, si scontrò con l'oscurità di Claris. — Ti senti speciale perché porti il suo veleno? Ti senti potente? Sei solo una bambina spaventata che gioca con le armi dei grandi. E Azriel... Azriel prova solo pietà per te. È nella sua natura cercare di proteggere le cose rotte. Ma una volta che sarai guarita, o che sarai esplosa, lui tornerà da me. Come fa sempre.

Le parole di Mor colpirono nel segno. La paura di essere solo un progetto di recupero, un caso pietoso, era il segreto più oscuro di Claris. L'oscurità dentro di lei ruggì in risposta all'offesa. Senza che potesse controllarlo, una folata di energia violacea eruppe dalle sue mani, spegnendo le torce sul balcone e facendo tremare le vetrate della villa.

— Stai attenta, Morrigan — sussurrò Claris, e la sua voce ora portava l'eco di Amarantha, una vibrazione metallica che faceva accapponare la pelle. — Il potere che porto non è un gioco. E se continui a provocarmi, potrei decidere di mostrarti quanto posso essere "rotta".

Mor non indietreggiò, ma i suoi occhi si spalancarono per la sorpresa. Non si aspettava una reazione così violenta, così... efficace. — Sei instabile, Claris. Lo riferirò a Rhysand. Non sei sicura per Velaris.

— Riferisci quello che vuoi. Ma sappi una cosa: Azriel è venuto da me perché io non scappo dalla sua oscurità. Io la abbraccio. Forse è questo che ti terrorizza davvero. Che lui trovi finalmente qualcuno che non ha paura di guardarlo negli occhi senza la luce del sole a proteggerlo.

Mor aprì la bocca per rispondere, ma un improvviso calo di temperatura annunciò il ritorno di qualcun altro. Rhysand atterrò sul balcone, le ali nere che si ripiegavano con un fruscio potente. Il suo sguardo passò immediatamente da Mor, visibilmente scossa, a Claris, che stava ancora tremando per lo sforzo di contenere il proprio potere.

— Che cosa sta succedendo qui? — chiese Rhysand, la voce che non ammetteva repliche. Il potere del Signore Supremo schiacciò istantaneamente le ombre di Claris, costringendole a tornare dentro di lei.

— La tua ospite ha qualche problema di autocontrollo, Rhys — disse Mor, recuperando la sua maschera di freddezza, anche se la sua voce era leggermente più acuta del normale. — Stavamo solo discutendo del suo... adattamento.

Claris non disse nulla. Guardò Rhysand, poi Mor, e infine l'oscurità oltre il balcone dove Azriel era sparito. Si sentiva svuotata, sporca e profondamente stanca.

— Me ne vado — disse Claris, superando Rhysand senza guardarlo.

— Claris, aspetta — cercò di fermarla lui, ma lei continuò a camminare.

— No, Rhys. Lasciami andare. Ho bisogno di stare sola prima di distruggere qualcos'altro. O qualcun altro.

Mentre si allontanava lungo i corridoi, Claris sentì il peso della solitudine schiacciarla di nuovo. Ma questa volta era diverso. C'era un calore residuo sulla sua guancia, lì dove l'ombra di Azriel l'aveva sfiorata. E c'era una nuova consapevolezza: non era l'unica a soffrire in quella corte di stelle e segreti. Anche la perfetta Morrigan aveva le sue crepe. Anche lei temeva l'oscurità.

Tornata nella sua stanza, Claris si sedette sul letto e guardò le proprie mani. Le ombre violacee erano tornate docili, ma ora sembravano diverse. Più forti. Più affilate.

— Pietà — mormorò tra sé e sé, ripensando alle parole di Mor.

Se Azriel provava solo pietà, allora lei l'avrebbe usata. Avrebbe usato ogni briciola di quell'attenzione, ogni momento trascorso nell'oscurità con lui, per imparare a padroneggiare il mostro che era diventata. Non per Rhysand, non per Feyre, e certamente non per Mor.

Lo avrebbe fatto per se stessa.

Quella notte, Claris non sognò Amarantha. Sognò un paio di ali nere che la proteggevano dalla luce accecante del sole, e un paio di occhi nocciola che la guardavano senza giudizio.

Sotto la superficie di Velaris, una nuova guerra stava iniziando. Non era fatta di eserciti e spade, ma di sguardi rubati, gelosie antiche e poteri che si rifiutavano di essere domati. E Claris Vaelor, la ragazza che era morta umana ed era rinata come ombra, era pronta a combatterla fino all'ultimo respiro.

Perché se c'era una cosa che aveva imparato Sotto la Montagna, era che anche nelle tenebre più fitte, si può trovare un modo per bruciare. E lei avrebbe bruciato così forte da oscurare persino le stelle della Corte della Notte.