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ashes and roses

Il Silenzio delle Ombre Dorate

La libertà aveva il sapore della cenere. Sotto la Montagna era caduta, Amarantha era polvere dispersa nel vento e il sole della Primavera tornava a baciare le colline di velluto verde. Ma per Claris Vaelor, la luce non era più un conforto; era una minaccia che metteva a nudo le cicatrici della sua anima deturpata.

Le settimane successive al ritorno alla Corte di Primavera furono un lento naufragio. Tamlin, consumato da un amore che somigliava sempre più a un’ossessione paranoica, aveva trasformato il maniero in una prigione dorata. Non c’erano più passeggiate nei giardini, non c’erano più risate sotto i meli in fiore. Ogni porta era sorvegliata, ogni finestra schermata da barriere invisibili ma impenetrabili.

Claris sedeva sul bordo del letto nella sua stanza, osservando le proprie mani. Non erano più le mani di una guaritrice umana. Erano pallide, perfette, intrise di una magia che le faceva formicolare la pelle. Quando chiudeva gli occhi, sentiva ancora il freddo delle caverne di Amarantha, ma ora quel freddo emanava da lei.

Un’ombra, densa e innaturale, scivolò tra le sue dita. Non era l’oscurità stellata di Rhysand, né il buio vuoto della notte. Era una luce oscura, un paradosso di energia che sembrava assorbire la brillantezza della stanza. Claris la guardò con orrore e fascino. Era il residuo del potere con cui Amarantha l’aveva forgiata, una maledizione che si era intrecciata al suo spirito.

— Claris? — la voce di Feyre giunse come un soffio dalla porta comunicante.

Claris chiuse immediatamente il pugno, dissipando l’ombra. Feyre entrò, il volto pallido e gli occhi incavati. La cacciatrice che aveva ucciso una regina sembrava ora un uccellino ferito, intrappolato in una gabbia troppo piccola.

— Sta alzando altre barriere — sussurrò Feyre, sedendosi accanto a lei. — Lucien ha provato a parlargli, a dirgli che abbiamo bisogno di uscire, di respirare... ma Tamlin non ascolta. Dice che è per la nostra sicurezza. Che Ianthe consiglia prudenza.

Claris le prese la mano. Sentiva il potere di Feyre vibrare sotto la pelle, un caleidoscopio di magie appartenenti ai sette Signori Supremi. Era un segreto che pesava come una montagna. Tamlin lo sapeva, e quel sapere lo stava rendendo folle. Voleva nascondere Feyre al mondo, cancellare ciò che era diventata per riavere l’umana che poteva proteggere.

— Non sei sicura qui, Feyre — disse Claris, la voce resa roca dal disuso. — Nessuna di noi due lo è. Lui non vede noi, vede solo i suoi fallimenti che cerca di riparare chiudendoci a chiave.

Feyre tremò. — E tu? I tuoi poteri... lui sa che sono diversi?

Claris scosse la testa, fissando il vuoto. — Pensa che sia solo lo shock della trasformazione. Non sa che porto ancora dentro di me il marchio di Amarantha. Se vedesse questa... luce oscura... mi considererebbe un mostro da purificare.

Passarono i giorni, e l’aria nel maniero divenne irrespirabile. Tamlin era un temporale perenne che camminava nei corridoi, il suo potere che faceva tremare le pareti e scricchiolare i pavimenti. Lucien cercava di intercedere, i suoi occhi metallici pieni di una pietà che faceva quasi più male della rabbia di Tamlin, ma veniva sistematicamente allontanato. Le barriere di Tamlin erano ora una cupola di ferro magico che soffocava ogni tentativo di fuga.

Feyre stava appassendo. Non mangiava, non dipingeva. Restava ore a fissare le tele bianche, con le mani che tremavano. Claris restava al suo fianco, cercando di assorbire il suo dolore con quell’empatia che, nonostante la trasformazione, non l’aveva abbandonata. Ma il potere di Claris stava diventando instabile. L’oscurità che portava dentro rispondeva alla disperazione di Feyre, manifestandosi in viticci neri che danzavano negli angoli della stanza ogni volta che Tamlin urlava o sbatteva una porta.

Poi, arrivò il giorno del crollo definitivo.

Feyre era caduta in ginocchio nel salone principale, le mani premute sulle orecchie mentre Tamlin insisteva che dovevano prepararsi per un’ennesima cerimonia, un’altra recita di perfezione.

— Basta! — aveva gridato Feyre, e per un istante il suo potere era esploso, una fiammata di luce e vento che aveva incrinato i vetri delle finestre.

Tamlin si era irrigidito, i suoi lineamenti bestiali che emergevano sotto la pelle. — Ti sto proteggendo, Feyre! Non capisci che se sanno cosa sei, verranno a prenderti? Rhysand verrà a riscuotere il suo debito!

— Allora lasciami andare da lui! — aveva risposto Feyre, la voce spezzata dai singhiozzi.

In quel momento, l’aria stessa sembrò strapparsi.

Un bagliore di luce dorata e pura, completamente diversa dall’oscurità di Claris, inondò la stanza. Una donna apparve dal nulla, con i capelli come fili d’oro e un’aura di potere così antico e radioso da mozzare il fiato. La Morrigan.

Claris, ferma nell’ombra di una colonna, guardò la scena con il cuore in gola. Sapeva chi era. Rhysand aveva mantenuto la sua promessa. Era venuto a salvarla.

— Chi sei tu? — ruggì Tamlin, balzando in avanti, gli artigli che spuntavano dalle nocche.

Mor non si scompose. Il suo sguardo ignorò il Signore della Primavera, posandosi con infinita dolcezza su Feyre, che giaceva a terra distrutta.

— Sono qui per portarti via, Feyre — disse Mor, tendendo una mano.

— Non la toccherai! — urlò Tamlin, scagliando un’ondata di magia pura contro la straniera.

Mor deviò il colpo con un gesto pigro del polso, la sua espressione che passava dalla compassione a un gelido disprezzo. — Non hai alcun potere qui, Tamlin. Lei ha chiesto aiuto. E noi abbiamo risposto.

Feyre alzò lo sguardo, incontrando quello di Claris per un ultimo, disperato istante. C’era una supplica silenziosa negli occhi di Feyre: *Vieni con me. Scappa con me.*

Ma Claris rimase immobile. Sentì le barriere di Tamlin reagire all’intrusione, sentì il maniero stesso che si ribellava. Sapeva che se avesse fatto un passo, se avesse cercato di unirsi a loro, la magia di Mor avrebbe dovuto proteggere due persone invece di una, rallentando la fuga. E vedeva Tamlin, vedeva la furia cieca che stava per esplodere. Qualcuno doveva restare per placare la bestia, o Feyre non sarebbe mai uscita viva da quel territorio.

— Vai — mimò Claris con le labbra.

Mor prese Feyre tra le braccia. Con un battito di ciglia e un rombo di potere che fece tremare le fondamenta della terra, svanirono.

Il silenzio che seguì fu più terrificante di qualsiasi urlo.

Tamlin rimase immobile nel punto in cui Feyre era scomparsa, le mani protese nel vuoto. Poi, un ruggito primordiale squarciò l’aria, un suono di puro dolore e rabbia ferina che fece crollare i lampadari di cristallo.

Claris cercò di indietreggiare verso le ombre, ma era troppo tardi. Gli occhi verdi di Tamlin, ora ridotti a fessure verticali di puro odio, si posarono su di lei.

— Tu — ringhiò lui. La sua voce era un suono gutturale, privo di umanità. — Tu sapevi. Tu l’hai aiutata.

— Tamlin, calmati... — provò a dire Claris, alzando le mani in segno di pace. Ma l’oscurità, sentendo il suo terrore, scaturì dalle sue dita come fumo nero, tradendola.

Tamlin vide quel potere oscuro e scattò. Fu un movimento troppo veloce per un occhio umano, ma Claris ora era Fae. Riuscì a schivare il primo colpo, ma l’onda d’urto della magia di Tamlin la scaraventò contro la parete di pietra. Il dolore le esplose nella schiena, togliendole il respiro.

— Sei un mostro — sibilò Tamlin, torreggiando su di lei. — Amarantha ti ha corrotta fin nel midollo. Ti ho accolta, ti ho guarita, e tu mi ripaghi permettendo a quel parassita di rubare la mia compagna?

— Lei non è tua! — gridò Claris, sputando sangue. — La stavi uccidendo! La stavi soffocando proprio come stai facendo con me!

Tamlin la afferrò per la gola, sollevandola da terra con una mano sola. Le sue dita stringevano con una forza tale da far scricchiolare le ossa del collo. Claris scalciò, graffiandogli il braccio, ma lui non sembrava sentire nulla. Era oltre la ragione.

— Lei tornerà — disse Tamlin, la voce che vibrava contro la pelle di Claris. — E finché non lo farà, tu pagherai per ogni giorno della sua assenza. Pagherai per quello che sei diventata.

Lanciò Claris attraverso la stanza con una violenza inaudita. Lei rotolò sul pavimento, tra i vetri rotti e i resti dei mobili distrutti. Prima che potesse rialzarsi, Tamlin scatenò il suo potere. Non era una magia fisica, ma una pressione schiacciante, una barriera che si richiuse intorno a lei come una tomba di vetro.

Claris colpì la parete invisibile, urlando. Vedeva Tamlin fuori, che camminava avanti e indietro come un lupo in gabbia, distruggendo tutto ciò che Feyre aveva toccato. Vedeva Lucien accorrere sulla soglia, il volto trasfigurato dall’orrore mentre guardava Claris intrappolata e Tamlin fuori controllo.

— Tamlin, basta! — gridò Lucien, cercando di avvicinarsi. — La ucciderai!

— Lasciala morire! — rispose il Signore Supremo, voltandosi verso di lui con un volto che non aveva più nulla di umano. — È una spia di Rhysand. È una creatura di Amarantha. Se Feyre non è qui, non ho motivo di tollerare questa sporcizia nella mia corte.

Claris si rannicchiò sul pavimento della sua prigione invisibile. L’oscurità dentro di lei rispose al trattamento, espandendosi finché non riempì il piccolo spazio in cui era confinata. Luci nere e ombre dorate danzavano intorno a lei, un riflesso della sua anima spezzata.

Poteva sentire Feyre, lontano, oltre il confine delle terre della Primavera. Poteva sentire il sollievo dell’amica, la sua sicurezza tra le braccia della Morrigan. Quel legame, l’unica cosa pura rimasta, le diede la forza di non cedere.

*Sii libera, Feyre,* pensò Claris, mentre le lacrime le rigavano il volto pallido. *Sii la cacciatrice. Io resterò qui, nell’ombra, finché non sarò abbastanza forte da bruciare questa gabbia.*

Tamlin si fermò davanti alla barriera, fissandola con un vuoto glaciale negli occhi. Non c’era più traccia dell’uomo che l’aveva trovata ferita al confine mesi prima. C’era solo un carceriere che aveva perso il suo tesoro più prezioso e che ora avrebbe sfogato ogni briciolo di odio sulla persona rimasta.

Claris appoggiò la fronte contro la barriera fredda. Sapeva che i giorni a venire sarebbero stati un inferno di isolamento e violenza. Ma mentre l’oscurità la avvolgeva come un mantello protettivo, Claris Vaelor fece una promessa a se stessa. Non si sarebbe spezzata. Non sarebbe stata il giocattolo di nessuno, né di una regina morta, né di un signore impazzito.

Il silenzio della Corte di Primavera era ora il silenzio di un cimitero. E Claris, la ragazza che un tempo amava i fiori e la luce dell'estate, iniziò a imparare come regnare sul proprio buio.