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ashes and roses

L'Eclissi dell'Anima

Il maniero della Corte di Primavera, un tempo un tripudio di profumi e canti d'uccelli, era diventato un mausoleo di marmo e rancore. Il silenzio non era pace; era una corda tesa, pronta a spezzarsi al minimo tocco. Claris restava rannicchiata sul pavimento della sua stanza, le ginocchia premute contro il petto, fissando le venature del legno con un'intensità che le faceva bruciare gli occhi.

Feyre era libera. Il legame che le univa, quel filo invisibile fatto di segreti e sofferenza condivisa Sotto la Montagna, le aveva trasmesso un'ultima ondata di sollievo prima di svanire nella distanza. Claris avrebbe dovuto provare gioia. Avrebbe dovuto ringraziare la Madre per aver salvato la sua amica da quella lenta asfissia.

Invece, nel profondo del suo petto, dove la magia di Amarantha aveva lasciato un vuoto freddo e pulsante, bruciava una rabbia nera e viscosa. Era stata lasciata indietro. Di nuovo. Era stata il sacrificio necessario, il diversivo rimasto a subire l'ira di un Signore Supremo che stava perdendo il senno.

— Sei ancora qui, parassita — la voce di Tamlin giunse come un tuono soffocato dal corridoio.

Claris non rispose. Non si mosse nemmeno quando la porta venne spalancata con una forza tale da far saltare i cardini. Tamlin entrò nella stanza, l'odore di foresta e di bestia che emanava da lui era così forte da risultare nauseante. Non era più l'uomo che l'aveva curata con delicatezza dopo il suo arrivo dal Muro. Era un predatore ferito che cercava qualcosa da sbranare per sentirsi ancora potente.

— Guardami quando ti parlo — ringhiò lui, afferrandola per i capelli biondi e costringendola ad alzare il viso diafano.

Claris incontrò il suo sguardo verde smeraldo, ma non vi trovò traccia di umanità. — Cosa vuoi, Tamlin? Vuoi che ti chieda scusa per averle permesso di respirare?

Lui la lasciò andare con un gesto di disgusto, facendola ricadere duramente sulle piastrelle. — Lei tornerà. Rhysand l'ha rapita, l'ha plagiata con i suoi sporchi trucchi mentali. E tu... tu sei il motivo per cui le mie difese hanno ceduto. Quell'oscurità che ti porti dentro è un faro per lui.

— L'oscurità che mi porto dentro è il regalo della tua regina — ribatté Claris, la voce che vibrava di un potere che non riusciva più a contenere. — Quella che tu non sei riuscito a fermare.

Tamlin ruggì, un suono primordiale che fece tremare i muri. La sua magia colpì l'aria come un maglio, ma questa volta Claris non si limitò a subire.

Qualcosa dentro di lei si spezzò. Non fu un grido, ma un'esplosione di energia repressa, un miscuglio di luce dorata corrotta e ombre azzurre che scaturì dai suoi pori. Fu una detonazione silenziosa e devastante.

I mobili di mogano implosero, riducendosi a schegge che volarono in ogni direzione. I vasi di porcellana carichi di fiori appassiti deflagrarono come granate. Uno specchio montato in oro si frantumò in mille lame lucenti.

— Claris, fermati! — urlò Lucien dalla porta, ma era troppo tardi.

Una scheggia di vetro le solcò la guancia sinistra, scendendo fino alla mandibola, mentre altri frammenti le laceravano le braccia alzate per proteggersi. Il sangue, rosso e caldo, iniziò a bagnare il tessuto leggero del suo abito, ma lei non sentiva dolore. Sentiva solo un vuoto immenso, un deserto di cenere dove un tempo c'era stata la gentilezza.

In quel caos di detriti e polvere, l'aria tornò a farsi densa e profumata di gelsomino e stelle.

Mor comparve al centro della stanza, la sua armatura dorata che brillava tra le macerie. Il suo sguardo passò rapidamente da Tamlin, che stava riprendendo le sembianze umane con un'espressione di puro shock, alla figura sanguinante di Claris sul pavimento.

— Ora basta — disse Mor, e la sua voce non ammetteva repliche. Era la voce della verità, del potere che non ha bisogno di gridare per essere riconosciuto.

Tamlin fece un passo avanti, gli artigli pronti. — È la mia corte. Lei è una mia suddita.

— Lei è una prigioniera — corresse Mor, avvicinandosi a Claris con una grazia che sembrava un insulto in mezzo a tanta distruzione. — E Feyre non chiuderà occhio finché non saprà che la sua amica è al sicuro.

Mor si chinò su Claris, tendendole una mano. Il suo volto era di una bellezza radiosa, compassionevole. — Vieni con me, Claris. Ti porteremo a Velaris.

Claris guardò quella mano tesa e provò un impulso violento di morderla. La gentilezza di Mor le sembrava finta, un velo dorato steso sopra l'orrore di averla abbandonata per settimane in quell'inferno. Ma il desiderio di fuggire da Tamlin era più forte dell'orgoglio.

Senza dire una parola, Claris afferrò il polso di Mor.

Il salto nell'oscurità fu un battito di ciglia. Quando i piedi di Claris toccarono di nuovo il suolo, il freddo pungente e l'aria pura della notte la colpirono come uno schiaffo.

Erano in una sala magnifica, aperta verso un cielo trapuntato di stelle che sembravano così vicine da poterle toccare. Era la Casa del Vento.

— Claris! — il grido di Feyre squarciò il silenzio.

Claris alzò lo sguardo e vide la sua amica correre verso di lei. Feyre appariva... diversa. La sua pelle brillava di una salute ritrovata, i suoi occhi erano limpidi, e indossava abiti di seta pregiata che parlavano di una cura che Claris non riceveva da una vita.

Feyre si fermò bruscamente a pochi passi di distanza, l'orrore che le dipingeva il volto mentre osservava le ferite di Claris, il sangue che colava dalle braccia e lo squarcio profondo sulla guancia.

— Cosa ti hanno fatto? — sussurrò Feyre, portandosi le mani alla bocca.

Claris sentì un sapore amaro in gola. *Cosa mi hanno fatto?* avrebbe voluto gridare. *Mi hanno lasciata indietro mentre tu imparavi a dipingere di nuovo. Mi hanno usata come sacco da boxe per la frustrazione di un maschio possessivo.*

— Sto bene — disse invece Claris, la voce piatta e gelida.

Rhysand emerse dalle ombre accanto a un grande tavolo di quercia. Il suo sguardo viola scrutò Claris con una profondità che sembrava leggerle l'anima. Non c'era pietà nei suoi occhi, solo una comprensione terribile.

— Benvenuta alla Corte della Notte, Claris Vaelor — disse lui a bassa voce. — Mor, portala dai guaritori.

— No — tagliò corto Claris, stringendosi nelle spalle ferite. — Non voglio che nessuno mi tocchi.

Feyre fece un passo avanti, cercando di prenderle la mano. — Claris, per favore. Qui sei al sicuro. Rhys ci ha protette. Io sto guarendo, e anche tu potrai...

— Tu stai guarendo — la interruppe Claris, e questa volta la rabbia filtrò attraverso la sua maschera. — Guardati, Feyre. Sei radiosa. Sei la prescelta, la salvatrice. Io sono solo ciò che resta dopo che la tempesta è passata. Non c'è guarigione per chi è stato spezzato e poi riattaccato con la colla di Amarantha.

Il silenzio che seguì fu pesante come piombo. Mor scambiò un'occhiata preoccupata con Rhysand, mentre Feyre sembrava colpita da un colpo fisico.

— Ti prepareremo una stanza — disse Mor, con quella sua voce troppo dolce, troppo perfetta. — Avrai tutto il tempo di cui hai bisogno.

Claris non rispose. Si voltò, cercando una via d'uscita, un angolo di buio dove nascondersi dagli sguardi di quelle persone così piene di luce e di speranza. Non apparteneva a quel posto. Non apparteneva più a nessun posto.

Mentre Mor la scortava lungo il corridoio, Claris sentì un brivido lungo la schiena. Si voltò di scatto, pronta a difendersi, e i suoi occhi incontrarono quelli di un uomo fermo nell'ombra di un arco di pietra.

Era alto, vestito con un'armatura a scaglie scure che sembrava assorbire la luce delle stelle. Le ali membranose erano ripiegate dietro la schiena e le sue mani erano coperte da guanti che nascondevano cicatrici che Claris poteva solo immaginare.

Azriel. L'Ombra della Corte della Notte.

Lui non la guardava con la pietà soffocante di Feyre, né con la compassione solare di Mor. La guardava e basta. I suoi occhi color nocciola erano due pozzi di silenzio assoluto. Non si aspettava che lei sorridesse, non si aspettava che stesse meglio, non cercava di aggiustarla come se fosse un giocattolo rotto.

In quello sguardo, Claris trovò l'unica cosa che riusciva a tollerare: il riconoscimento del mostro che viveva nell'oscurità.

Azriel inclinò leggermente il capo, un gesto quasi impercettibile, prima di svanire tra le ombre che gli obbedivano come servi fedeli.

Claris tornò a guardare avanti, seguendo Mor verso la sua nuova prigione, ma per la prima volta da quando era stata trasformata, il freddo nel suo petto sembrò meno tagliente. Se la guarigione di Feyre era un insulto alla sua sofferenza, il silenzio di Azriel era un'ancora.

Entrò nella stanza che le era stata assegnata e chiuse la porta a chiave, lasciando fuori la luce, la speranza e la ragazza che un tempo era stata la sua migliore amica. Si sedette sul letto lussuoso, lasciando che il sangue macchiasse le lenzuola candide, e aspettò che la notte la inghiottisse del tutto.