ashes and roses
L'Eclissi dei Sensi
Il vino di Velaris era pericoloso. Non era come l’idromele aspro della Corte di Primavera o il liquore bruciante che Amarantha usava per stordire i suoi prigionieri. Era dolce, vellutato, profumato di more e di una magia sottile che scivolava nelle vene come seta liquida, allentando i nodi che Claris teneva stretti intorno al cuore.
La cena con l'Inner Circle era iniziata come una celebrazione della vita, ma per Claris si era trasformata in una tortura di sorrisi forzati e sguardi incrociati. Seduta al grande tavolo della Casa del Vento, osservava Feyre ridere con Rhysand, una luce di pura felicità che le feriva gli occhi. Mor era seduta di fronte a lei, radiosa in un abito che sembrava rubato a un tramonto, e ogni volta che i loro occhi si incontravano, Mor le lanciava una promessa silenziosa, un invito a rifugiarsi di nuovo nel suo calore solare.
Ma Claris non riusciva a smettere di guardare Azriel.
Il Cantore d'Ombre sedeva all'estremità del tavolo, un'isola di silenzio in mezzo al chiasso di Cassian e alla risata argentina di Amren. Le sue ombre erano agitate, guizzando come serpenti neri intorno alle sue Sifoni, e Claris sentiva il loro richiamo. Era un battito d'ala nel profondo del suo stomaco, un'eco oscura che rispondeva alla magia corrotta che ancora le scorreva nel sangue.
— Un altro bicchiere, Claris? — chiese Cassian, con un sorriso complice, sollevando la caraffa di cristallo.
— Perché no? — rispose lei, la voce leggermente troppo alta.
Bevve. Uno, due, tre bicchieri. La stanza iniziò a ondeggiare piacevolmente. La voce di Mor divenne un brusio distante, un canto che non riusciva più a scaldarla. Sentiva freddo. Un freddo che partiva dalle cicatrici sulle braccia e arrivava fino all'anima.
Quando la cena finì, Claris si alzò barcollando leggermente. Mor le si avvicinò, posandole una mano sulla spalla, il tocco caldo e rassicurante.
— Vieni a letto con me stasera, Claris? — sussurrò Mor contro il suo orecchio. — Ti aiuterò a dimenticare il rumore di questa serata.
Claris la guardò, ma vide solo una luce troppo abbagliante. In quel momento, la gentilezza di Mor le sembrava un vestito troppo stretto, una pretesa di normalità che non poteva soddisfare. Voleva l'oscurità. Voleva qualcuno che non cercasse di aggiustarla, ma che si rompesse insieme a lei.
— No, — mormorò Claris, scostandosi. — Ho bisogno di aria. Solo... aria.
Non aspettò la risposta di Mor. Si voltò e uscì sul terrazzo, ma non si fermò lì. Salì le scale di pietra, i piedi pesanti, la testa che girava come una trottola impazzita. Arrivò ai camminamenti superiori, dove il vento soffiava più forte, portando con sé l'odore della neve e del vuoto.
Azriel era lì. Lo sapeva. Lo sentiva nel modo in cui le sue ombre iniziarono a danzare frenetiche sotto la sua pelle.
Lui era appoggiato al parapetto, le grandi ali ripiegate contro la schiena, una sagoma di dolore e potere nero contro il cielo stellato. Non si voltò quando lei si avvicinò, ma le sue ombre si protesero verso di lei, intrecciandosi con il fumo azzurro che scaturiva dalle dita di Claris.
— Sei ubriaca, — disse Azriel, la voce bassa come il brontolio di un tuono lontano.
— Sono stanca, Azriel, — rispose lei, fermandosi a pochi centimetri da lui. L'odore di lui — pioggia, cedro e segreti — la colpì come uno schiaffo, facendole vacillare le ginocchia. — Sono stanca di essere la ragazza d'oro di Mor. Sono stanca di fingere che la luce non mi bruci la pelle.
Azriel si voltò lentamente. I suoi occhi nocciola erano pozzi di oscurità assoluta, privi della luce della ragione. — Mor ti ama. Ti offre tutto ciò che io non potrò mai darti.
— Mor ama la versione di me che sopravvive, — ribatté Claris, facendo un passo avanti, premendo il petto contro il suo. — Tu... tu sai chi sono quando le luci si spengono. Tu sai cosa mi ha fatto Amarantha perché lo porti anche tu, dentro di te.
Allungò una mano, sfiorando il cuoio dei suoi guanti, poi risalì lungo il braccio muscoloso fino a toccargli il collo. La pelle di Azriel era calda, pulsante, una realtà brutale che il vino rendeva irresistibile.
— Claris, vai via, — disse lui, ma le sue mani, coperte dalle scaglie dei guanti, le afferrarono la vita con una forza che smentiva le sue parole.
— No.
Claris si sollevò sulle punte e lo baciò. Non fu un bacio dolce. Fu un urto di denti e di disperazione. Sapeva di vino e di amaro, di desiderio represso per secoli e di un dolore che non aveva nome. Azriel emise un suono basso in gola, un ringhio animale, e rispose al bacio con una violenza che le mozzò il fiato.
Le sue ombre avvolsero entrambi, creando un muro impenetrabile di oscurità che li isolò dal resto del mondo, dalla Casa del Vento, da Mor. In quel buio, Claris non pensava a lei. Non pensava alla colpa, alla lealtà o al domani. C'era solo il qui e ora, il corpo massiccio di Azriel contro il suo, le sue ali che si aprivano e si richiudevano intorno a lei come una prigione di velluto.
Azriel la sollevò senza sforzo, le gambe di lei che si allacciarono intorno ai suoi fianchi. La portò verso la sua stanza, una cella di pietra e ombre dove la luce non entrava mai. La spinse contro la porta chiusa, le sue mani che strappavano la seta dell'abito di lei con una frenesia che Claris assecondava, cercando la pelle nuda, cercando il contatto che le bruciasse via i ricordi.
— Sei sicura? — chiese lui, la voce ridotta a un sussurro roco, mentre le baciava il collo, i suoi denti che affondavano leggermente nella carne sensibile.
— Distruggimi, Azriel, — rispose lei, la testa gettata all'indietro, le dita che artigliavano le sue spalle. — Non lasciarmi nulla da riportare a casa.
Lui la gettò sul letto, un ammasso di coperte scure che profumavano di lui. Si sbarazzò della propria tunica con gesti rapidi, rivelando il torso segnato dalle cicatrici, un paesaggio di sofferenza che Claris trovò più bello di qualsiasi tramonto. Quando si abbassò su di lei, il peso del suo corpo fu un'ancora che la tenne ferma in mezzo alla tempesta del vino.
Le mani di Azriel erano ovunque. Nonostante i guanti, il suo tocco era di una precisione devastante. Trovava ogni punto sensibile, ogni ferita dell'anima, e vi applicava una pressione che era al tempo stesso tormento ed estasi. Claris inarcò la schiena quando lui le morse la spalla, proprio sopra una delle cicatrici lasciate dai Fae di Amarantha, marchiandola con il proprio segno.
— Mia, — mormorò lui, un possesso oscuro che non aveva nulla a che fare con il romanticismo e tutto a che fare con la sopravvivenza.
Quando Azriel entrò in lei, Claris gridò. Non fu un grido di dolore, ma di liberazione. Era un'invasione totale, un riempimento che scacciava il vuoto freddo che Amarantha le aveva lasciato nel petto. Lui si muoveva con una forza implacabile, ogni spinta un colpo contro le mura che lei aveva costruito.
Le ombre di entrambi si mescolarono nell'aria sopra di loro, azzurro e nero che danzavano in una sinfonia di potere corrotto. Claris sentiva la magia di Azriel scorrere dentro di lei, un'oscurità che riconosceva la sua, che la chiamava sorella, amante, compagna di sventure.
Azriel le afferrò le mani, intrecciando le dita con le sue, premendole contro il materasso. I suoi occhi fissi nei suoi erano due focolai di passione cupa. Non c'era dolcezza nel modo in cui la prendeva, solo una necessità brutale, un bisogno di possedere l'unica creatura che poteva capire il peso delle sue ali bruciate.
— Guarda me, — ordinò lui, mentre il ritmo si faceva più frenetico, più disperato. — Non pensare a lei. Guarda solo me.
Claris lo guardò. Vide l'angelo caduto, il torturatore, l'ombra che proteggeva il sogno. Vide l'uomo che non cercava di salvarla, ma che voleva affogare con lei. E in quel momento, il ricordo di Mor — del suo sorriso, della sua luce, della sua bontà — svanì come nebbia al sole. Rimase solo Azriel.
L'orgasmo la colpì come un'esplosione di magia azzurra, un brivido che le scosse ogni fibra del corpo, facendole perdere i sensi per un istante eterno. Sentì Azriel irrigidirsi sopra di lei, il suo seme che la riempiva mentre emetteva un grido soffocato contro il suo petto, le sue ali che si contraevano violentemente, avvolgendoli in un ultimo, definitivo abbraccio di piume e pelle.
Rimasero così per un tempo indefinito, i respiri pesanti che si intrecciavano nel silenzio della stanza. Azriel non si scostò subito. Rimase sopra di lei, la fronte appoggiata alla sua, le sue ombre che ora accarezzavano la pelle di Claris con una delicatezza quasi dolorosa.
— Cosa abbiamo fatto? — sussurrò lui, la voce carica di un rimpianto che stava già iniziando a farsi strada attraverso la nebbia del desiderio.
Claris aprì gli occhi, fissando il soffitto di pietra. Il vino stava iniziando a svanire, lasciando dietro di sé una lucidità tagliente come una lama. Pensò a Mor, che probabilmente la stava ancora cercando, o che forse era già tornata nella sua stanza, aspettando un bussare che non sarebbe mai arrivato.
Sentì il peso del tradimento, ma era un peso che la faceva sentire reale.
— Abbiamo smesso di fingere, — rispose Claris, la voce piatta. — Abbiamo accettato il mostro.
Azriel si sollevò, sedendosi sul bordo del letto, la schiena nuda rivolta a lei. Le sue ali erano abbassate, pesanti. — Lei non ci perdonerà mai.
Claris si mise a sedere, incurante della propria nudità, osservando le macchie scure del seme di lui sulle sue cosce. — Forse no. Ma per una notte, Azriel... per una notte non ho avuto freddo.
Lui si voltò a guardarla, e Claris vide nei suoi occhi una verità terribile: lui l'amava. Non con la luce di Mor, ma con l'oscurità di chi sa che non c'è redenzione. Ed era quello l'amore che Claris, nella sua anima corrotta, desiderava più di ogni altra cosa.
Si sdraiò di nuovo, chiudendo gli occhi, mentre Azriel tornava a stendersi accanto a lei, protettivo e dannato. Fuori, Velaris continuava a brillare sotto le stelle, ignara che tra le ombre della Casa del Vento, una luce si era spenta per lasciare spazio a un incendio nero che avrebbe cambiato tutto.
Claris si addormentò tra le braccia del Cantore d'Ombre, sapendo che al risveglio il mondo sarebbe stato un posto più crudele, ma per la prima volta, non aveva paura di affrontarlo. Perché ora sapeva che, nel buio più profondo, non era più sola.