ashes and roses
Il Peso del Desiderio e del Crepuscolo
La luce del mattino a Velaris aveva una qualità spietata. Entrava dalle ampie vetrate della Casa del Vento con un vigore dorato che non ammetteva segreti, illuminando le lenzuola di seta sfatte e il calore ancora persistente nel letto di Mor. Claris sedeva sul bordo del materasso, la schiena nuda percorsa da un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo.
Mor dormiva ancora, un groviglio di capelli biondi e grazia letale. Sembrava un sole a riposo, una creatura fatta di verità e fiamme che aveva passato la notte a cercare di bruciare via ogni traccia di oscurità dal corpo di Claris. E per qualche ora, tra i baci febbrili e le promesse sussurrate contro la pelle, Claris ci aveva creduto. Aveva creduto di poter essere solo luce, di poter appartenere a quella vitalità travolgente.
Ma ora, nel silenzio del mattino, l'oscurità azzurra nel suo sangue reclamava spazio. Era un battito sordo, un richiamo verso il basso, verso le ombre che Mor non poteva abitare.
Claris si alzò silenziosamente, raccogliendo il suo abito da terra. Si vestì con movimenti meccanici, sentendo il peso di ogni sguardo che Mor le aveva rivolto la sera prima. Era stato bellissimo, ed era stato terrificante. Perché ammirare Mor era come guardare direttamente il sole: ti riscaldava, ma rischiava di accecarti rispetto a tutto il resto.
Uscì dalla stanza senza voltarsi, camminando lungo i corridoi deserti della residenza. I suoi passi non facevano rumore, una capacità che aveva affinato sotto il regno di Amarantha e che ora la faceva sentire come uno spettro tra i vivi.
Non andò nella sua camera. I suoi piedi, guidati da un istinto che non sapeva di possedere, la portarono verso i livelli superiori, verso i camminamenti esterni dove l'aria era più rarefatta e il silenzio più denso.
Lo trovò lì, come sapeva che sarebbe successo.
Azriel era appoggiato al parapetto di pietra, lo sguardo perso verso le montagne innevate. Non indossava l'armatura, solo una tunica scura che lasciava scoperte le mani guantate. Le sue ombre non danzavano frenetiche; erano calme, distese sulle sue spalle come un mantello di fumo.
Claris si fermò a pochi passi da lui. Il contrasto tra la notte appena trascorsa con Mor e la presenza di Azriel la colpì con la forza di un impatto fisico. Mor era il fuoco che consumava; Azriel era la notte che accoglieva.
— Sei sveglia presto, — disse lui, senza voltarsi. La sua voce era un ronzio basso che le vibrò nelle ossa, placando istantaneamente il tumulto nel suo petto.
— Non riuscivo a dormire, — rispose lei, avvicinandosi fino a sentire il freddo che emanava dalla pietra.
Azriel si voltò finalmente. I suoi occhi nocciola scrutarono il viso di lei, soffermandosi sulla bocca ancora leggermente arrossata e sullo sguardo febbrile. Non c'era giudizio, solo quella sua onestà devastante che sembrava spogliarla di ogni difesa.
— L'odore di Mor è su di te, — osservò lui con calma. Non era un'accusa, era una constatazione. — Ti ha dato quello che cercavi?
Claris sentì le guance avvampare, ma non distolse lo sguardo. — Mi ha dato la vita, Azriel. Mi ha fatto sentire come se non fossi un errore. Per tutta la notte, non ho sentito il freddo della Montagna.
Azriel annuì lentamente, le sue ombre che si protendevano verso quelle di Claris, sfiorandole appena. — Mor ha quel dono. È una forza della natura. Ti attira nel suo mondo di colori e passioni finché non dimentichi che esiste il buio.
— E tu? — chiese lei, facendo un passo avanti, entrando nel suo spazio personale. — Tu cosa mi offri, Azriel? Perché ogni volta che sono con lei, mi sento viva, ma ogni volta che guardo te, mi sento... me stessa.
Il Cantore d'Ombre rimase immobile, ma Claris vide un muscolo contrarsi nella sua mascella. — Io non posso offrirti il sole, Claris. Non posso bruciare i tuoi ricordi o farti dimenticare chi sei diventata. Io posso solo offrirti un posto dove non devi fingere.
Claris allungò una mano, sfiorando il cuoio dei suoi guanti. — Forse è proprio questo il problema. Con lei voglio essere la versione migliore di me stessa. Con te, non ho paura della versione peggiore.
Azriel abbassò lo sguardo sulle loro mani. — Scegliere Mor è scegliere la speranza. È una scelta giusta, Claris. Lei ti merita, e tu meriti la felicità che lei può darti.
— E tu? — insistette lei, la voce che s'incrinava. — Tu non mi meriti? O sei tu che pensi di non meritare nulla che non sia fatto di cenere e segreti?
L'espressione di Azriel si indurì per un istante, un lampo di dolore represso che le mozzò il fiato. — Non si tratta di ciò che merito. Si tratta di ciò che sei in grado di sopportare. Mor ti guarirà. Io ti terrò solo compagnia nel tuo dolore.
Claris scosse la testa, le lacrime che iniziavano a bruciarle gli occhi. — Non capisci. Non voglio essere solo guarita. Non voglio che qualcuno cancelli quello che sono stata, perché se lo facesse, non rimarrebbe nulla. Mor bacia le mie cicatrici sperando che spariscano. Tu le guardi e sai esattamente come me le sono fatte.
Azriel fece un movimento improvviso, afferrandole i polsi. Non fu un gesto violento, ma possessivo. Le sue ombre esplosero intorno a loro, oscurando la luce del mattino, creando un santuario privato sul camminamento.
— Se resti con me, Claris, rimarrai nell'ombra, — sussurrò lui, il viso a pochi centimetri dal suo. — Sarai sempre legata a questo potere che odi. Io non sono una cura. Sono lo specchio della tua maledizione.
— Allora lasciami guardare nello specchio, — rispose lei, sfidandolo.
In quel momento, Claris si sentì divisa in due. Una parte di lei voleva correre di nuovo da Mor, immergersi nel suo calore, ridere tra le strade di Velaris e dimenticare di essere stata un'assassina soggiogata. Voleva l'abito rosso, il vino dolce e la promessa di un futuro radioso.
L'altra parte, quella che pulsava di magia azzurra e fredda, voleva restare lì, avvolta dalle ali di Azriel, nel silenzio che non aveva bisogno di spiegazioni. Voleva la verità cruda, il conforto di chi aveva camminato nell'inferno e non cercava di nasconderne l'odore di zolfo.
— Non puoi averci entrambi, — disse Azriel, come se le avesse letto nel pensiero. — Non sarebbe giusto per lei. E finirebbe per distruggere te.
— Lo so, — mormorò lei, appoggiando la fronte contro il suo petto solido. — Ma come si fa a scegliere tra il respiro e il sangue? Mor è l'aria che mi permette di respirare di nuovo. Ma tu... tu sei il sangue che mi scorre nelle vene. Sei la parte di me che è sopravvissuta.
Azriel le lasciò i polsi, ma solo per far scivolare le mani lungo la sua schiena, stringendola in un abbraccio che sapeva di protezione e di rassegnazione. — Prenditi il tuo tempo, Claris. Feyre e Rhysand non ti metteranno fretta. Ma sappi che qualunque cosa sceglierai, io sarò qui. Nelle ombre, dove sono sempre stato.
Claris si staccò lentamente, sentendo già la mancanza del suo calore silenzioso. Guardò verso il basso, verso i giardini dove Mor era probabilmente già sveglia, pronta a cercarla con un sorriso radioso e una colazione preparata con cura.
Si sentiva una traditrice. Traditrice verso Mor, che le aveva aperto il cuore con una generosità disarmante. E traditrice verso Azriel, perché continuava a desiderare la luce di Mor anche mentre si rifugiava nel suo buio.
Camminò verso le scale, ma si fermò un'ultima volta.
— Azriel?
Lui alzò lo sguardo, una sagoma solitaria contro il cielo che diventava sempre più azzurro.
— Quando mi hai coperta con le tue ali l'altro giorno... è stata la prima volta che mi sono sentita davvero a casa dopo Sotto la Montagna. Non perché fossi protetta dal mondo, ma perché ero protetta da me stessa.
Azriel non rispose, ma le sue ombre ebbero un fremito, un sussurro di movimento che sembrò un addio e una promessa allo stesso tempo.
Claris scese le scale, tornando verso il cuore pulsante della Casa del Vento. Entrò nella sala da pranzo dove Feyre e Rhysand stavano parlando a bassa voce. Feyre si illuminò vedendola, ma il suo sorriso vacillò quando notò l'espressione tormentata dell'amica.
— Claris? Tutto bene? — chiese Feyre, alzandosi per andarle incontro.
— Sì, — mentì Claris, sentendo il peso dell'abito di seta che ancora profumava di Mor. — Ho solo bisogno di... di pensare.
Rhysand la osservò con i suoi occhi viola, penetranti e onniscienti. Non disse nulla, ma Claris sentì un leggero tocco mentale, un cenno di comprensione che la fece sentire meno sola nella sua confusione.
Poco dopo, Mor entrò nella stanza. Era radiosa, avvolta in una tunica color zafferano che esaltava la sua bellezza solare. Quando vide Claris, i suoi occhi si accesero di una gioia così pura che Claris sentì una fitta al cuore.
— Eccoti! Ti sei svegliata presto, — disse Mor, avvicinandosi e posandole una mano sulla spalla. Era un gesto possessivo, ma pieno di affetto. — Pensavo di portarti in città oggi. C'è un mercato di tessuti meraviglioso vicino al fiume.
Claris guardò Mor, la sua luce, la sua promessa di normalità. Poi guardò verso l'alto, dove sapeva che Azriel era ancora fermo sul camminamento, a guardia dei segreti della notte.
— Mi piacerebbe, Mor, — rispose Claris, sforzandosi di sorridere.
Ma mentre usciva dalla casa con Mor, sentendo la risata argentina della guerriera che le riempiva le orecchie, Claris non poteva fare a meno di cercare le ombre negli angoli delle strade. Cercava quel silenzio, quel riconoscimento oscuro che solo Azriel poteva darle.
Era una preda divisa tra due predatori, un'anima spezzata tra due tipi di salvezza. E mentre camminava nel sole di Velaris, Claris Vaelor seppe che la battaglia più dura non era stata contro Amarantha o contro Tamlin. La vera battaglia era quella che infuriava dentro di lei, tra la donna che voleva essere e la creatura che non poteva smettere di essere.
Il mercato era affollato, pieno di colori e suoni che avrebbero dovuto distrarla. Mor le mostrava sete e broccati, ridendo con i mercanti, muovendosi nel mondo con una sicurezza che Claris invidiava profondamente.
— Guarda questo, Claris! — esclamò Mor, accostandole un pezzo di seta azzurra al viso. — È esattamente il colore dei tuoi occhi quando sei felice.
Claris guardò il riflesso in uno specchio vicino. Gli occhi che la fissavano erano celesti, sì, ma velati da una malinconia che la seta non poteva nascondere.
— È bellissimo, Mor, — disse sottovoce.
— Lo prendiamo, allora. Ci faremo fare un abito per il prossimo solstizio. Sarai la regina della festa.
*La regina della festa*, pensò Claris. Una maschera di perfezione sopra un’anima in frantumi.
Nel pomeriggio, mentre tornavano verso la Casa del Vento, incrociarono Azriel che scendeva verso la città per una missione. Il Cantore d'Ombre si fermò, facendo un breve cenno di saluto a Mor.
— Az! — esclamò Mor, il tono amichevole ma con una punta di tensione che solo Claris sembrò cogliere. — Vai già via?
— Rhysand ha bisogno di alcune informazioni dal confine, — rispose lui, la voce piatta. Il suo sguardo scivolò su Claris, indugiando solo un istante di troppo sulla seta azzurra che portava tra le braccia. — Buona passeggiata.
Mentre lui si allontanava, Mor rimase in silenzio per un momento, osservando la sua schiena. Poi si voltò verso Claris, e la sua espressione era insolitamente seria.
— Lui è... complicato, — disse Mor, quasi a se stessa. — Azriel porta pesi che nessuno di noi può davvero comprendere. Non lasciarti trascinare troppo a fondo dalle sue ombre, Claris. Sono un posto pericoloso dove restare.
— Forse, — rispose Claris, sentendo il bisogno di difenderlo. — O forse sono l'unico posto dove non si deve aver paura del buio, perché il buio è già lì.
Mor la fissò intensamente, e per un istante la Verità brillò nei suoi occhi con una chiarezza dolorosa. — Tu lo senti, vero? Quel richiamo.
Claris non poté mentire. Non a lei. — Lo sento. Ma sento anche te, Mor. È questo che mi sta uccidendo.
Mor le prese le mani, ignorando i passanti che le guardavano. — Non voglio che tu scelga me perché pensi che sia la cosa "giusta" o la più sana. Voglio che tu scelga me perché mi vuoi. Perché la mia luce ti basta.
— E se non bastasse? — sussurrò Claris. — E se avessi bisogno di entrambi per sentirmi intera?
Mor sospirò, un suono carico di secoli di complicazioni. — Allora siamo in un mare di guai, piccola Fae. Perché Azriel e io... noi siamo due facce della stessa medaglia da troppo tempo. E tu sei appena diventata il centro del nostro mondo.
Quella sera, Claris rimase sola nella sua stanza. Non andò da Mor, né cercò Azriel sul tetto. Si sedette sul pavimento, al centro di un cerchio di candele spente, e lasciò che la sua magia fluisse libera.
L'oscurità azzurra scaturì dalle sue dita, intrecciandosi con la luce della luna. Era caotica, bellissima e terribile. Proprio come i suoi sentimenti.
Amava Mor per la speranza che le offriva, per il calore che le faceva dimenticare il freddo della tomba. Amava Azriel per il silenzio che condividevano, per la comprensione di ciò che significava essere un mostro agli occhi degli altri.
Era un triangolo di ombre e stelle, un legame che minacciava di distruggere la fragile pace che avevano costruito a Velaris. Claris chiuse gli occhi, lasciando che una lacrima cadesse sul pavimento.
Sapeva che, prima o poi, avrebbe dovuto prendere una decisione. Ma per quella notte, nel silenzio della sua camera, Claris Vaelor scelse di appartenere solo a se stessa, cercando di ricomporre i pezzi di un cuore che era stato spezzato da una regina, calpestato da un signore supremo e che ora veniva conteso da due angeli caduti.
Il sonno arrivò tardi, popolato da sogni dove volava tra ali di velluto scuro sopra campi di fiori dorati, in un equilibrio impossibile tra il giorno e la notte. E quando si svegliò, il peso del desiderio era ancora lì, un compagno fedele quanto la sua stessa ombra.