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Il Giuramento delle Ombre e della Pietra

Il ritorno dalla navicella era stato un viaggio attraverso un cimitero di metallo e ricordi. Rebekah aveva scavato tra i rottami della *Mecha Station* con le dita che sanguinavano, ignorando lo sguardo torvo di Indra e la pressione costante delle lance puntate alla schiena. Aveva recuperato un modulatore di frequenza, alcuni cavi di rame ancora intatti e un trasmettitore d’emergenza. Ora, quegli oggetti giacevano sul tavolo della sua stanza a Polis, assemblati con una precisione chirurgica che solo chi era cresciuto nel cuore tecnologico dell’Arca poteva possedere.

Aveva lanciato il segnale. Una frequenza criptata, un battito elettronico che cercava disperatamente di penetrare le mura di Mount Weather. Ma il silenzio che riceveva in cambio era una tortura. Ogni minuto senza risposta era un chiodo piantato nella sua speranza. Bellamy era lì dentro? Era ancora vivo, o il suo corpo era già stato svuotato del sangue per alimentare le vene di quegli spettri sotterranei?

Il sole stava tramontando dietro le torri di Polis, tingendo il cielo di un rosso violento, quando la porta della sua camera si aprì senza preavviso. Non erano le guardie con il solito vassoio di radici e carne secca.

Era Lexa.

La Comandante entrò con la grazia letale di una pantera. Non indossava l’armatura da guerra, ma una tunica scura che lasciava intravedere la tensione dei suoi muscoli. Si fermò davanti al tavolo, osservando l’ammasso di cavi.

— Il tuo giocattolo tace, Skaikru — disse Lexa. La sua voce era bassa, una lama che scivolava sulla seta.

Rebekah non distolse lo sguardo dal modulatore. — Ci vuole tempo. Il segnale deve agganciare il ricevitore interno. Se Bellamy è dove spero che sia, risponderà.

— La speranza è un lusso che i morti non possono permettersi — ribatté Lexa, avvicinandosi. — E stasera, il mio esercito ha bisogno di certezze, non di speranze. I dodici clan si sono riuniti ai piedi della torre. Vedranno l’inizio della fine per gli Uomini della Montagna. E vedranno te.

Rebekah alzò finalmente gli occhi, incontrando il verde glaciale di quelli di Heda. — Cosa intendi dire?

— L’alleanza deve essere sancita dal sangue e dalla sottomissione. Il mio popolo non accetterà i tuoi simili se non vedrà che voi riconoscete l’unica vera autorità di questa terra. Spogliati.

La richiesta fu così improvvisa e fredda che Rebekah sentì un brivido percorrerle la schiena. — Cosa?

— C’è una vasca d’acqua calda pronta per te — continuò Lexa, indicando con un cenno del capo l’angolo della stanza dove due schiavi avevano appena finito di versare acqua fumante in un catino di pietra. — Devi lavare via il fango della terra e l’odore della tua tecnologia. Stasera non sarai una meccanica. Sarai il simbolo del Popolo del Cielo che si piega a Heda.

Rebekah esitò solo un istante. Sapeva che ogni atto di ribellione inutile avrebbe solo compromesso la sua posizione e, di riflesso, la sicurezza di Bellamy. Con dita leggermente tremanti, iniziò a sciogliere i lacci della sua giacca sporca, poi passò alla maglia termica.

Lexa non si voltò. Rimase lì, immobile come una statua scolpita nel basalto, a osservarla.

Rebekah lasciò cadere gli ultimi indumenti, restando nuda nella luce tremolante delle torce. Il vapore dell’acqua le accarezzava la pelle d’oca. Sentiva lo sguardo di Lexa su di sé, un peso fisico che sembrava volerle mappare ogni cicatrice, ogni centimetro di carne. Era un’ispezione, non un atto di desiderio; Lexa la stava studiando come si studia un’arma o un terreno di battaglia.

Rebekah raddrizzò le spalle. Non avrebbe concesso alla Comandante il piacere di vederla vergognarsi. Camminò con passo fermo verso la vasca, immergendosi nell’acqua calda senza mai distogliere lo sguardo da quello di Lexa.

— Cerchi segni di debolezza, Heda? — chiese Rebekah, la voce che risuonava limpida nonostante il cuore le galoppasse nel petto. — O cerchi solo di capire se sono diversa da te?

Lexa fece un passo avanti, fermandosi proprio sul bordo della vasca. — Siamo tutti diversi finché non veniamo aperti. Allora siamo tutti uguali: sangue e ossa. Ma la tua pelle è pulita, Rebekah. Niente tatuaggi, niente segni di vittorie o di perdite. Per il mio popolo, sei una pagina bianca. Una pagina che io scriverò stasera.

— Non sono una pagina bianca — ribatté Rebekah, strofinandosi la pelle con una spugna ruvida. — Le mie cicatrici sono dentro. E non appartengono a te.

Lexa accennò un sorriso amaro, un’ombra che sparì non appena apparve. — Lo vedremo.

Quando Rebekah uscì dall’acqua, asciugandosi con un panno di lino grezzo, trovò un abito adagiato sul letto. Era un vestito di seta pesante, color grigio fumo, con tagli profondi sui fianchi e sulla schiena. Era strutturato per lasciare scoperte le spalle e gran parte del torace superiore, un indumento che non offriva protezione né nascondiglio.

— Indossalo — ordinò Lexa. — Voglio che vedano che non hai i nostri marchi. Voglio che vedano la tua estraneità, affinché la tua sottomissione sia ancora più chiara.

Mentre Rebekah infilava l’abito, sentì il tessuto fresco scivolare sulla pelle. Era elegante, ma la faceva sentire esposta, quasi vulnerabile. Lexa si avvicinò per stringere i lacci sulla schiena, e per un istante Rebekah sentì il calore delle dita della Comandante sfiorarle la colonna vertebrale. Fu un contatto elettrico, breve e disturbante.

— Ricorda — sussurrò Lexa al suo orecchio, la voce come un soffio di vento gelido. — Se mostri paura, li inviterai a ucciderti. Se mostri orgoglio, mi costringerai a farlo io stessa. Trova la via di mezzo, se ci riesci.

***

Il rumore dei tamburi scuoteva le fondamenta di Polis. Rebekah camminava dietro Lexa lungo il ponte sospeso che conduceva al balcone cerimoniale della torre. Sotto di loro, migliaia di torce ardevano come un mare di fuoco. L’odore di resina bruciata e di sudore di guerrieri saliva verso l’alto, mescolandosi all’aria pungente della notte.

C’erano rappresentanti di tutti i clan: i Trikru con le loro pitture facciali nere, gli Azgeda con le cicatrici bianche, i nomadi del deserto. Migliaia di occhi erano puntati verso l’alto, verso la figura di Heda che si stagliava contro il cielo notturno.

Lexa avanzò fino al bordo del balcone, sollevando le braccia. Il silenzio che scese sulla piazza fu istantaneo e assoluto. Era un potere terrificante, una devozione che rasentava la follia.

— Guerrieri dei Dodici Clan! — la voce di Lexa risuonò potente, amplificata dall’architettura della piazza. — Per troppo tempo la Montagna ha bevuto il nostro sangue. Per troppo tempo siamo stati prede. Ma oggi, il cielo ci ha portato uno strumento per la nostra vendetta!

Lexa si voltò e fece un cenno a Rebekah.

Rebekah avanzò, sentendo il vento gelido colpire la pelle scoperta dell’abito. Si sentiva nuda davanti a quella moltitudine. Le urla e i fischi dei terrestri esplosero come un tuono. La chiamavano *Skaikru*, con un disprezzo che faceva tremare l’aria.

— Questa donna rappresenta coloro che sono caduti dalle stelle — gridò Lexa, sovrastando il frastuono. — Possiedono segreti che la Montagna teme. Hanno la tecnologia per spegnere la nebbia che ci uccide. Ma la tecnologia è nulla senza la volontà. E la loro volontà appartiene a me!

Lexa si voltò verso Rebekah, i suoi occhi brillavano alla luce delle torce. Il momento era giunto. Era la parte del piano che Lexa non le aveva spiegato a parole, ma che Rebekah aveva intuito nel silenzio della sua stanza.

— Inginocchiati, Rebekah del Popolo del Cielo — ordinò Lexa, a voce abbastanza alta perché i capi clan in prima fila potessero sentire.

Il sangue di Rebekah iniziò a ribollire. Sentì una nausea improvvisa scalarle lo stomaco, un misto di rabbia e umiliazione. Lei era Rebekah Kane. Era la figlia di un uomo che aveva cercato di salvare l’umanità con la diplomazia e il sacrificio. Lei stessa aveva guidato la sua gente attraverso l’inferno. E ora, doveva piegarsi come una serva davanti a una donna che considerava l’amore una debolezza.

Guardò Lexa. La Comandante la fissava con un’impassibilità crudele, ma c’era qualcosa di più profondo in quel guardo. Una sfida. *Sei abbastanza forte da sacrificare il tuo orgoglio per la tua gente?* sembrava chiederle.

Rebekah pensò a Bellamy. Pensò a lui rinchiuso in una gabbia, al suo coraggio, alla speranza che lui stesse ancora lottando per tornare da lei. Per lui, avrebbe camminato sui carboni ardenti. Per lui, avrebbe ingoiato ogni grammo di dignità.

Lentamente, con i movimenti di una danza macabra, Rebekah si lasciò cadere sulle ginocchia.

Il freddo della pietra penetrò attraverso il tessuto dell’abito, ma era nulla in confronto al gelo che sentiva nel cuore. Chinò la testa, esponendo il collo, in un gesto di totale sottomissione. La piazza esplose in un boato di trionfo. I terrestri battevano le lance contro gli scudi, un ritmo tribale che celebrava la loro superiorità.

Lexa le pose una mano sulla testa. Non era un gesto d’affetto, ma il tocco di un padrone su una proprietà acquisita.

— Giuri tu, Rebekah Kane, di servire la Coalizione? — chiese Lexa. — Giuri di mettere le tue conoscenze al servizio di Heda, finché la Montagna non sarà ridotta in cenere?

— Lo giuro — rispose Rebekah. La sua voce era bassa, ma ferma. Ogni parola le costava un pezzo d’anima.

— Allora alzati, alleata dei clan — disse Lexa, ritirando la mano. — Il tuo sangue non verrà versato finché la tua parola rimarrà vera.

Rebekah si alzò, le gambe leggermente instabili. La nausea non l’aveva abbandonata. Si sentiva sporca, usata, un pezzo di carne in una recita politica diretta da una regista senza cuore. Ma mentre guardava la folla esultante, capì che quella recita era l’unica cosa che teneva le spade dei terrestri lontane dal campo dei superstiti dell’Arca.

Lexa continuò a parlare ai suoi uomini, ma Rebekah non ascoltava più. Il suo sguardo era fisso verso l’orizzonte, dove la sagoma scura della Montagna si stagliava contro le stelle. "Spero che tu non abbia visto questo, Bellamy," pensò amaramente. "Spero che tu non debba mai sapere cosa sono diventata per tirarti fuori di lì."

***

Quando tornarono nelle stanze private dopo la cerimonia, il silenzio era quasi assordante. Lexa camminava davanti a lei, il mantello che frusciava con un suono secco. Una volta dentro, la Comandante si voltò, osservando Rebekah che tremava leggermente, non solo per il freddo.

— Hai recitato bene la tua parte — disse Lexa, la voce priva di qualsiasi traccia di trionfalismo. — Ora il mio popolo crede che tu sia sotto il mio controllo.

— Perché lo sono, non è vero? — sputò Rebekah, la rabbia che finalmente esplodeva. — Mi hai spogliata, mi hai esposta come un trofeo e mi hai costretta a inginocchiarmi davanti a migliaia di persone che vorrebbero solo vedermi morta. Cos’altro vuoi da me, Lexa? Vuoi che ti ringrazi per non avermi uccisa?

Lexa si avvicinò lentamente, la sua presenza che riempiva lo spazio tra loro. — Voglio che tu capisca la realtà di questo mondo. Quello che hai fatto stasera ha salvato più vite di quante ne potrai mai contare. L’orgoglio è un peso che un leader non può permettersi. Io mi inginocchio ogni giorno davanti ai miei morti, Rebekah. Mi inginocchio davanti al dovere.

— Non è la stessa cosa! — gridò Rebekah. — Tu lo fai per scelta. Io sono la tua prigioniera!

— Sei la mia prigioniera perché il tuo popolo ha ucciso i miei uomini! — ribatté Lexa, alzando per la prima volta la voce, un lampo di fuoco che squarciò la sua maschera di ghiaccio. — Sei viva perché io ho deciso che la tua mente vale più del tuo sangue. Non scambiare la mia necessità per crudeltà gratuita.

Si fissarono per lunghi istanti, il respiro affannoso di entrambe l’unico suono nella stanza. In quella vicinanza forzata, Rebekah vide qualcosa negli occhi di Lexa che non aveva notato prima. Non era odio. Era una solitudine così vasta e profonda da togliere il fiato. Lexa era intrappolata nel suo ruolo tanto quanto Rebekah lo era in quella stanza.

Improvvisamente, un suono metallico e ritmico interruppe la tensione.

Veniva dal tavolo.

*Bip. Bip. Bip-bip-bip.*

Rebekah scattò verso il modulatore, dimenticando la rabbia e l’umiliazione. Le sue dita volarono sui comandi, regolando la frequenza.

— È il segnale di risposta? — chiese Lexa, avvicinandosi con cautela.

Rebekah non rispose subito. Premette un tasto, filtrando il rumore di fondo. Una voce gracchiante, disturbata dalle interferenze ma inconfondibile, riempì la stanza.

— *...ricevuto... qui... qui è Bellamy. Mi sentite? Bekah? Sei tu?*

Il cuore di Rebekah mancò un battito. Sentire il suo nome pronunciato da quella voce, così lontana eppure così vicina, le spezzò qualcosa dentro. Le lacrime che aveva trattenuto per tutta la sera iniziarono a rigarle il volto.

— Bellamy! — esclamò, premendo il trasmettitore. — Sono io. Sono qui. Dio, sei vivo...

— *Non c’è molto tempo,* — la voce di Bellamy era tesa, carica di urgenza. — *Hanno iniziato a prendere i nostri. Clarke è scappata, ma io sono rimasto per cercare di sabotare il sistema. La nebbia... Bekah, posso disattivarla, ma ho bisogno di aiuto dall’esterno. Dite a Lexa che l’esercito deve essere pronto.*

Lexa si chinò sul trasmettitore, la sua espressione ora era di pura concentrazione militare. — Qui è Heda. Bellamy Blake, quanto tempo ti serve?

Un istante di silenzio, poi la voce di Bellamy tornò, più debole. — *Heda... la ragazza è con te? Proteggila. Se le succede qualcosa...*

— Rispondi alla mia domanda, Skaikru — tagliò corto Lexa, ma il suo sguardo scivolò per un attimo su Rebekah, notando il modo in cui lei stringeva il dispositivo come se fosse la mano di Bellamy.

— *Due giorni,* — rispose Bellamy. — *Se riesco a raggiungere i serbatoi chimici. Ma dovete attaccare non appena la nebbia svanisce. Non avremo una seconda occasione.*

Il segnale si interruppe bruscamente con un sibilo statico.

Rebekah rimase immobile, la mano ancora sul trasmettitore. Era vivo. Era lì dentro e stava combattendo. La nausea di poco prima era stata sostituita da una determinazione feroce.

Lexa si raddrizzò, tornando alla sua postura regale. — Due giorni. È meno di quanto sperassi, ma abbastanza per muovere le truppe verso la base della montagna.

Si voltò verso la porta, ma prima di uscire si fermò. Guardò Rebekah, che stava ancora piangendo silenziosamente, con i capelli biondi che ricadevano sull’abito di seta grigia.

— La tua speranza ha dato i suoi frutti, Rebekah Kane — disse Lexa, e questa volta la sua voce non era una lama, ma qualcosa di quasi simile a un riconoscimento. — Ma ora inizia la parte difficile. Bellamy Blake ha fatto la sua scelta. Ora tu devi fare la tua. Domani inizieremo a pianificare l’attacco finale. Riposa. Ne avrai bisogno.

Lexa uscì e la porta si chiuse, ma per la prima volta il suono del chiavistello non sembrò definitivo.

Rebekah si lasciò cadere sulla sedia, guardando il piccolo apparecchio tecnologico che le aveva restituito la vita. Si sfiorò il collo, dove Lexa l’aveva toccata durante il giuramento. La nausea era ancora lì, un residuo dell’umiliazione, ma ora c’era anche qualcos’altro.

Sapeva che il legame tra lei e la Comandante era cambiato. Non erano amiche, non erano alleate nel senso tradizionale del termine. Erano due donne incatenate a destini più grandi di loro, costrette a giocare una partita a scacchi dove i pezzi erano le vite di coloro che amavano.

Rebekah si tolse l’abito grigio, lasciandolo cadere a terra come una pelle vecchia. Si infilò sotto le coperte, chiudendo gli occhi. Per la prima volta da quando era arrivata a Polis, il freddo non le sembrava così insopportabile.

— Resta vivo, Bellamy — sussurrò nel buio. — Sto arrivando a prenderti. E porterò con me l’inferno.