commanders
L'Eclissi del Cuore e dell'Acciaio
Il consiglio di guerra era durato ore, consumando candele e nervi. Le mappe di pelle erano state segnate da carboncini neri, tracciando rotte attraverso i tunnel minerari e i sentieri boscosi che circondavano Mount Weather. Rebekah aveva parlato fino a farsi bruciare la gola, spiegando i protocolli di sicurezza degli Uomini della Montagna, i tempi di ricarica dei generatori e la struttura dei condotti d'aria. Lexa l'aveva ascoltata in un silenzio quasi religioso, interrotto solo dalle obiezioni ringhiate di Indra. Alla fine, il piano era solido: un attacco coordinato che dipendeva interamente dal successo di Bellamy all'interno.
Quando Rebekah finalmente si congedò, le sue gambe erano pesanti come piombo. Il corridoio che portava alle sue stanze era avvolto nella penombra, illuminato solo da torce distanti che proiettavano ombre lunghe e distorte sulle pareti di pietra. Il silenzio di Polis, di notte, era ingannevole; sembrava la pace, ma era solo il respiro trattenuto di un predatore.
Mancavano pochi passi alla sua porta quando il primo colpo la raggiunse.
Fu un impatto sordo alla schiena che la mandò a sbattere contro il muro. Il fiato le uscì dai polmoni in un rantolo strozzato. Prima che potesse voltarsi, una mano ruvida le afferrò i capelli, tirandole la testa all'indietro con una violenza tale da farle vedere le stelle.
— Pensavi che un vestito di seta e un inchino davanti a Heda ti avrebbero salvata, Skaikru? — sibilò una voce carica di odio.
Erano tre. Guerrieri Trikru, a giudicare dalle pitture e dalle armature leggere. Non erano guardie reali, ma ribelli, uomini che vedevano in lei solo il fantasma dei cento compagni uccisi dai proiettili del Popolo del Cielo.
Rebekah cercò di colpire, di divincolarsi, ma la sua mancanza di addestramento al combattimento corpo a corpo era un baratro incolmabile. Un pugno la colpì allo stomaco, piegandola in due, e poi un altro la raggiunse allo zigomo, facendola crollare sul pavimento freddo. Il sapore metallico del sangue le riempì la bocca.
— Il sangue chiama sangue — disse il guerriero più imponente, estraendo un coltello d'osso dalla cintura. — Heda è accecata dalla tua utilità, ma noi vediamo la verità. Sei un cancro. E i cancri si recidono.
Rebekah strisciò all'indietro, le dita che graffiavano la pietra. La paura era un grido muto nella sua gola. Pensò a suo padre, pensò a Bellamy. Non poteva finire così, in un corridoio buio, uccisa dall'odio che cercava disperatamente di placare.
L'uomo sollevò il coltello, ma la lama non scese mai.
Un sibilo nell'aria, quasi impercettibile, e una freccia trafisse la gola del guerriero con una precisione sovrumana. L'uomo barcollò, il sangue che gorgogliava tra le sue labbra, prima di cadere a terra come un sacco vuoto.
Gli altri due non ebbero il tempo di reagire.
Lexa emerse dalle ombre come uno spettro vendicatore. Non aveva la spada, ma due pugnali corti che roteavano nelle sue mani con una velocità che l'occhio umano faticava a seguire. Con un movimento fluido, scivolò sotto la guardia del secondo aggressore, squarciandogli il ventre e recidendogli l'arteria femorale in un unico, letale passaggio.
Il terzo uomo, preso dal panico, cercò di estrarre la spada, ma Lexa fu più veloce. Gli fu addosso in un istante, afferrandogli il polso e spezzandolo con un colpo secco, prima di conficcare il pugnale alla base del suo cranio.
Tutto finì in meno di dieci secondi. Tre corpi giacevano a terra, e Lexa era in piedi sopra di loro, il respiro appena accelerato, gli occhi che brillavano di una furia primordiale.
— Gustus! — gridò Lexa, la voce che rimbombava nel corridoio.
Il suo secondo e un drappello di guardie apparvero immediatamente, i volti pallidi davanti alla scena.
— Heda, io... — iniziò Gustus, ma Lexa lo interruppe con un gesto secco della mano sporca di sangue.
— Portate via questi rifiuti — ordinò, la voce bassa e vibrante di minaccia. — E domani mattina, esponete le loro teste sulle picche all'ingresso del mercato. Mandate un messaggero a ogni capo clan: chiunque osi alzare una mano contro la prigioniera protetta da Heda, subirà la morte per mille tagli. Non ci saranno avvertimenti. Solo cenere.
Le guardie obbedirono all'istante, trascinando via i cadaveri mentre Lexa si voltava verso Rebekah.
Rebekah era ancora a terra, rannicchiata contro il muro, il corpo che tremava violentemente per lo shock. Aveva visto la morte da vicino molte volte, ma la brutalità silenziosa di Lexa l'aveva lasciata paralizzata.
Lexa si inginocchiò accanto a lei. La sua maschera di ghiaccio era tornata, ma c'era una strana rigidità nelle sue spalle.
— Puoi alzarti? — chiese.
Rebekah provò a parlare, ma riuscì solo a emettere un gemito. Il dolore allo zigomo stava diventando pulsante e sentiva un calore umido scivolare lungo il collo.
Senza dire una parola, Lexa le passò un braccio sotto le spalle e uno sotto le ginocchia, sollevandola come se fosse leggera come una piuma. Rebekah, troppo esausta per protestare, appoggiò la testa contro la spalla della Comandante. Sentì l'odore del cuoio, del fumo e del sangue, ma sotto tutto quello, c'era un profumo di bosco e di pioggia che la stordì.
Lexa la portò nelle sue stanze private, un luogo dove Rebekah non era mai stata ammessa. Era una camera sobria, dominata da un grande letto coperto di pellicce e scaffali pieni di vecchi libri e mappe. La posò delicatamente su una panca imbottita vicino al fuoco.
— Resta ferma — disse Lexa, andando verso una bacinella d'argento.
Tornò con un panno pulito e un vasetto di unguento dall'odore pungente. Iniziò a pulire la ferita sullo zigomo di Rebekah con gesti sorprendentemente delicati.
— Perché mi hai salvata? — sussurrò Rebekah, guardando Lexa. — Potevi lasciarli fare. Avresti avuto una preoccupazione in meno e avresti potuto dire a mio padre che è stato un incidente.
Lexa si fermò, il panno premuto contro la pelle di Rebekah. I loro occhi si incontrarono, e per un istante la distanza tra la Comandante e la prigioniera sembrò svanire.
— Sei necessaria per la guerra — rispose Lexa, ma la sua voce mancava della solita fermezza. — E sei sotto la mia protezione. Un tradimento verso di te è un tradimento verso di me. Nel mio mondo, la lealtà è l'unica moneta che non svaluta.
— Ma non è solo questo — insistette Rebekah, sentendo il calore dell'unguento che iniziava a lenire il dolore. — Hai rischiato di essere vista mentre combattevi contro i tuoi stessi uomini per proteggere una *Skaikru*.
Lexa distolse lo sguardo, concentrandosi sulla fasciatura. — Quegli uomini erano deboli. Credevano che uccidere una donna disarmata avrebbe ridato onore ai loro morti. Non capiscono che l'onore si trova nella vittoria, non nel massacro gratuito.
Rebekah osservò le mani di Lexa: forti, segnate da piccole cicatrici, ma capaci di una cura meticolosa. — Grazie, Lexa.
La Comandante si alzò, mettendo via il panno. — Non ringraziarmi. Quello che è successo stasera è una prova della tua vulnerabilità. Se vuoi sopravvivere in questo mondo, non puoi permetterti di essere una vittima. Non puoi dipendere da me o da Bellamy Blake per ogni respiro che fai.
Rebekah abbassò lo sguardo sulle proprie mani, ancora tremanti. — Non sono una guerriera. Non sono stata addestrata come voi. Sull'Arca, le nostre battaglie erano contro i sistemi che si rompevano, non contro uomini con i coltelli.
Lexa camminò verso la finestra, guardando la città sottostante. — La Terra non si cura di dove sei cresciuta. La Terra mangia i deboli. Se vuoi vedere la fine di questa guerra, se vuoi riabbracciare il tuo ragazzo, devi imparare a uccidere.
Rebekah sentì un nodo alla gola. L'idea di togliere una vita le faceva orrore, ma il ricordo della lama d'osso sopra la sua gola era ancora troppo vivido.
— Insegnami — disse Rebekah, la voce che tremava ma era carica di una nuova determinazione.
Lexa si voltò, un sopracciglio inarcato. — Vuoi che io ti addestri?
— Hai detto che sono una pagina bianca — ribatté Rebekah, raddrizzando la schiena nonostante il dolore. — Bene, allora scrivi. Insegnami a non avere più paura. Insegnami a difendermi in modo che la prossima volta non debba essere tu a sporcarti le mani per me.
Lexa la studiò a lungo. Il fuoco nel camino scoppiettò, gettando bagliori dorati sul suo volto severo. Sembrava soppesare la richiesta, valutando se Rebekah avesse davvero la forza necessaria per sopportare quello che stava chiedendo.
— L'addestramento dei Trikru inizia all'alba e non finisce finché non sanguini — disse infine Lexa. — Non ci sarà pietà perché sei la figlia di Marcus Kane. Non ci sarà riguardo per le tue ferite. Se accetti, accetti di essere spezzata per essere ricostruita.
— Accetto — rispose Rebekah senza esitazione.
— Molto bene. Dormi qui stasera. Le tue stanze non sono sicure finché Gustus non avrà finito di ripulirle e di raddoppiare la guardia.
Rebekah annuì, sentendosi improvvisamente sopraffatta dalla stanchezza. Lexa le indicò il letto di pellicce.
— Prendi il letto. Io resterò sulla sedia a studiare i rapporti di ricognizione.
Rebekah si sdraiò, sentendo la morbidezza delle pelli sotto di sé. Era l'odore di Lexa, lo stesso che aveva percepito quando l'aveva tenuta in braccio. Mentre scivolava nel sonno, guardò la sagoma della Comandante seduta al tavolo, la schiena dritta, la luce della candela che illuminava il suo profilo perfetto e solitario.
***
L'alba arrivò con la crudeltà di un secchio d'acqua gelata. Lexa la svegliò prima che il sole sorgesse sopra le montagne.
— Alzati, Skaikru. La terra non aspetta i pigri.
Vennero condotte in un cortile interno della torre, nascosto agli occhi della città. Era uno spazio stretto, pavimentato di pietra levigata dal tempo. Lexa le porse un bastone di legno pesante, tenendone uno identico per sé.
— La prima lezione è la distanza — disse Lexa, mettendosi in posizione di guardia. — Se permetti al tuo nemico di avvicinarsi abbastanza da sentirti respirare, sei già morta.
Rebekah cercò di imitare la sua posa, ma i suoi movimenti erano goffi. Lexa scattò in avanti, colpendo il bastone di Rebekah con una forza che le fece vibrare le braccia fino alle spalle.
— Di nuovo. Più ferma sulle gambe. Il potere non viene dalle braccia, viene dalla terra.
Per le ore successive, il cortile risuonò del rumore del legno che sbatteva contro il legno e del respiro affannoso di Rebekah. Lexa era implacabile. Nonostante le ferite della notte precedente, non le concesse un attimo di tregua. Ogni volta che Rebekah cadeva, Lexa la sovrastava, pungolandola con il bastone finché non si rialzava.
— Perché combatti? — chiese Lexa durante una breve pausa, mentre Rebekah cercava di riprendere fiato, il sudore che le imperlava la fronte.
— Per Bellamy. Per mio padre. Per la mia gente — rispose Rebekah tra un respiro e l'altro.
Lexa scosse la testa. — Sbagliato. Se combatti per gli altri, la tua forza svanirà quando loro non ci saranno più. Devi combattere per te stessa. Devi voler vivere più di quanto il tuo nemico voglia ucciderti. L'altruismo è una zavorra in battaglia.
— Non tutti siamo fatti di ghiaccio, Lexa! — sbottò Rebekah, lanciandosi in un attacco disperato.
Lexa parò il colpo con una facilità irritante e, con un movimento fluido, fece inciampare Rebekah, bloccandola a terra con il bastone premuto contro la gola.
— Il ghiaccio non si spezza, Rebekah. Si scioglie o schiaccia. Scegli cosa vuoi essere.
Rimanendo in quella posizione, i loro visi erano a pochi centimetri di distanza. Rebekah poteva vedere le pagliuzze dorate negli occhi verdi di Lexa, e per un istante, la rabbia svanì, sostituita da una comprensione dolorosa. Lexa non la stava punendo; la stava forgiando. Ogni colpo, ogni caduta, era un dono crudele per prepararla a un mondo che non faceva sconti.
— Perché ti importa tanto se sopravvivo? — chiese Rebekah a bassa voce, il bastone che le premeva contro la trachea.
Lexa rimase immobile per un lungo istante. La sua espressione non cambiò, ma la pressione del bastone si allentò leggermente.
— Perché sei l'unica che ha avuto il coraggio di guardarmi negli occhi e dirmi che l'amore non è debolezza — rispose Lexa, quasi in un sussurro. — Voglio vedere se hai ragione. O se la Terra ti distruggerà come ha fatto con tutti gli altri.
Si rialzò, offrendo la mano a Rebekah per aiutarla a sollevarsi. Fu un gesto semplice, ma per Rebekah significò più di mille trattati di pace.
Nelle settimane che seguirono, mentre i preparativi per la guerra entravano nel vivo, l'addestramento divenne la loro routine segreta. Rebekah imparò a muoversi con grazia letale, a prevedere i colpi, a usare il peso dell'avversario contro di lui. Le sue mani si coprirono di calli, i suoi muscoli si indurirono e il suo sguardo perse la dolcezza ingenua dell'Arca, acquisendo la fredda lucidità di chi sa di poter uccidere.
Ma tra un allenamento e l'altro, tra un rapporto di guerra e una discussione strategica, iniziò a nascere qualcosa di diverso. Nei momenti di silenzio, quando la tensione della battaglia imminente si faceva soffocante, Rebekah e Lexa iniziarono a parlare. Non di guerra, ma di stelle e di foreste, di ciò che avevano perso e di ciò che speravano di trovare se mai la pace fosse arrivata.
Rebekah scoprì che Lexa amava la musica dei flauti di legno e che portava con sé il peso di ogni guerriero che aveva mandato a morire. Lexa scoprì che Rebekah non era solo diplomatica, ma possedeva una forza d'animo che non derivava dal comando, ma da una profonda empatia.
Lentamente, la prigioniera e la carceriera stavano diventando altro. Non ancora amiche, non più solo alleate. Erano due anime che si riconoscevano nel buio.
Una sera, poco prima della partenza per Mount Weather, Rebekah era seduta sul balcone della sua stanza, osservando le luci di Polis. Lexa apparve accanto a lei, senza fare rumore.
— Sei pronta — disse Lexa. Non era una domanda, ma una constatazione.
Rebekah guardò le proprie mani, ferme e sicure. — Lo sono. Grazie a te.
— Ricorda quello che ti ho insegnato — disse Lexa, guardando verso la montagna lontana. — Nella battaglia, non cercare Bellamy Blake. Cerca la vittoria. Se vinceremo, lui sarà lì. Se perderai tempo a cercarlo, morirete entrambi.
Rebekah annuì, sentendo il peso della verità in quelle parole. — Lo so. Ma Lexa... se dovessimo farcela... cosa succederà dopo?
Lexa si voltò verso di lei, e per la prima volta, la sua maschera sembrò incrinarsi davvero. Allungò una mano, sfiorando appena la cicatrice ormai guarita sullo zigomo di Rebekah.
— Dopo, ci sarà un nuovo mondo da costruire — disse Lexa. — E forse, in quel mondo, non dovrai più inginocchiarti davanti a nessuno.
Rebekah sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo. In quel momento, capì che la sua lealtà non era più divisa solo tra suo padre e Bellamy. C'era un terzo filo, scuro e resistente come il cuoio, che la legava alla donna che l'aveva spezzata per salvarla.
La guerra stava arrivando, e con essa il sangue e il fuoco. Ma mentre guardava Lexa, Rebekah sentì che, qualunque cosa fosse accaduta tra le mura di Mount Weather, lei non sarebbe mai più stata la ragazza bionda caduta dalle stelle. Era diventata una guerriera di Polis. E la Terra, finalmente, aveva smesso di sembrarle un nemico.