commanders
Il Riflesso nel Sangue e nella Seta
Il silenzio che seguì le parole di Lexa era denso, carico di una tensione che non aveva nulla a che fare con le mappe strategiche o con il sibilo delle frecce. Sul balcone di Polis, l’aria notturna pungeva la pelle, ma il calore che emanava dal corpo della Comandante, così vicina, era un incendio silenzioso. Rebekah fissò la mano di Lexa che ancora indugiava vicino al suo viso. Quella mano aveva ucciso per lei, l’aveva colpita per istruirla, l’aveva sollevata dal fango.
Lexa fece per ritrarsi, un movimento istintivo per rientrare nei confini della sua armatura emotiva, ma Rebekah fu più veloce. Non fu un gesto di sottomissione. Fu un atto di audacia pura, nato da settimane di frustrazione, paura e un’ammirazione che si era trasformata in qualcosa di oscuro e viscerale. Rebekah le afferrò il braccio, le dita che affondavano nel cuoio e nella pelle calda del polso, e con una forza che sorprese entrambe, la spinse all’indietro.
La schiena di Lexa impattò contro il muro di pietra della stanza con un colpo sordo. La Comandante sussultò, ma non reagì come una guerriera. Non cercò il pugnale, non tentò di rovesciare la posizione. I suoi occhi verdi si spalancarono, riflettendo la luce tremolante delle torce interne, e per la prima volta Rebekah vide in essi non il comando, ma una vulnerabilità abissale.
— Hai detto che l’amore è debolezza — sussurrò Rebekah, accorciando la distanza finché i loro respiri non si mescolarono. — Hai detto che devo combattere per me stessa. Che devo volere la vita più di ogni altra cosa.
Lexa non rispose. Il suo respiro era corto, irregolare. La maschera di Heda stava colando via come cera al sole.
— Guardami, Lexa — ordinò Rebekah, la voce ferma, venata da una nota di possesso che non sapeva nemmeno di avere. — Non sono più la ragazza che si è inginocchiata sul balcone. Mi hai forgiata tu. Mi hai resa capace di questo.
Rebekah premette il corpo contro quello della Comandante, sentendo la rigidità dei muscoli di Lexa che, lentamente, iniziavano a cedere. La tensione tra loro era una corda tesa al punto di rottura, un segreto coltivato tra i colpi di bastone e i silenzi notturni. Lexa inclinò leggermente la testa, un invito silenzioso, un abbandono che sembrava un tradimento verso tutto ciò che rappresentava.
— Rebekah... — il nome uscì dalle labbra di Lexa come una preghiera o un avvertimento, ma fu soffocato quando Rebekah la baciò.
Non era un bacio gentile. Sapeva di disperazione e di urgenza, di due persone che sapevano che l'indomani avrebbero potuto marciare verso la propria fine. Lexa emise un suono soffocato contro le labbra di Rebekah, e finalmente le sue mani si mossero, artigliando le spalle della ragazza bionda, attirandola a sé con una fame che parlava di anni di isolamento forzato.
Rebekah iniziò a sciogliere i lacci dell'armatura di Lexa. Le dita, ora agili e sicure, lavoravano con precisione sui nodi di cuoio. Ogni pezzo di protezione che cadeva sul pavimento di pietra — il pettorale, i parabracci — era una barriera che crollava tra i loro mondi. Quando la tunica scura scivolò via, rivelando la pelle di Lexa segnata dai tatuaggi della stirpe dei Comandanti e dalle cicatrici di innumerevoli battaglie, Rebekah si fermò un istante per ammirarla.
Era bellissima nella sua ferocia, una creatura fatta di guerra e di una solitudine che Rebekah sentiva di poter finalmente colmare, anche solo per una notte.
— Non aver paura di me — mormorò Rebekah, facendo scorrere le mani lungo i fianchi di Lexa, sentendo i muscoli contrarsi sotto il suo tocco.
Lexa chiuse gli occhi, la testa appoggiata alla pietra fredda. — Non ho paura di te, Skaikru. Ho paura di quello che mi fai sentire. Il cuore è un traditore.
— Allora lascia che ti tradisca — rispose Rebekah.
La guidò verso il grande letto coperto di pellicce, dove poche settimane prima aveva dormito mentre Lexa vegliava su di lei. Ora le posizioni erano stravolte. Rebekah la spinse delicatamente a sdraiarsi, sovrastandola. Iniziò a baciarle il collo, la linea della mandibola, scendendo verso la curva delle spalle. Ogni tocco era deliberato, volto a spogliare Lexa non solo dei suoi abiti, ma di ogni difesa residua.
Quando le mani di Rebekah scesero più in basso, esplorando con una curiosità ardente, Lexa inarcò la schiena, un gemito rauco che le sfuggì dalla gola. Era un suono che non apparteneva alla Comandante dei Dodici Clan, ma a una donna che per troppo tempo aveva dimenticato il calore di un altro essere umano.
Rebekah si concentrò interamente su di lei. Voleva darle piacere, voleva che Lexa dimenticasse, anche solo per un’ora, il peso dei morti e il fumo di Mount Weather. Voleva che il nome di Lexa, gridato o sussurrato, appartenesse solo a lei in quella stanza.
Le dita di Rebekah trovarono il centro del desiderio di Lexa, muovendosi con una lentezza tortuosa che fece gemere di nuovo la Comandante. Lexa affondò le dita nei capelli biondi di Rebekah, guidandola, le sue labbra che cercavano costantemente quelle dell'altra in cerca di un ancoraggio.
— Rebekah... ti prego... — ansimò Lexa, le gambe che si stringevano attorno ai fianchi della ragazza.
In quel momento, non c’erano Skaikru o Trikru. Non c’erano prigioniere o leader. C’era solo il ritmo accelerato di due cuori che cercavano di sopravvivere all’oscurità. Rebekah aumentò il ritmo, sentendo la tensione in Lexa salire verso un picco inevitabile. La Comandante era un arco teso al massimo, vibrante di una forza che ora era pura sensazione.
Quando il piacere la travolse, Lexa si irrigidì, il suo grido soffocato contro la spalla di Rebekah. Fu un crollo totale, una liberazione che sembrò scuotere le mura stesse della torre. Rebekah la tenne stretta, cullandola mentre i tremiti si placavano lentamente e il respiro di Lexa tornava a farsi regolare.
Rimasero così per molto tempo, avvolte nelle pellicce e nel silenzio della notte. La luce della luna filtrava dalla finestra, illuminando i loro corpi intrecciati.
Lexa fu la prima a parlare, la sua voce era un sussurro appena udibile. — Se il mio popolo vedesse la loro Heda adesso...
— Non vedrebbero debolezza, Lexa — intervenne Rebekah, sollevandosi su un gomito per guardarla negli occhi. — Vedrebbero una donna che combatte per qualcosa che vale la pena salvare.
Lexa accennò un sorriso triste, accarezzando la guancia di Rebekah. — Sei pericolosa, Rebekah Kane. Più di qualsiasi arma degli Uomini della Montagna. Mi hai tolto il ghiaccio, e ora non so se sarò capace di rimetterlo.
— Non rimetterlo. Non con me — disse Rebekah, chinandosi per un ultimo, casto bacio sulla fronte.
Ma nel profondo, un pensiero amaro le punse il cuore. Bellamy. Il pensiero di lui, rinchiuso nella montagna, era ancora lì, un’ombra persistente. Si sentì in colpa per aver provato gioia, per aver trovato conforto tra le braccia della donna che, tecnicamente, lo stava usando come una pedina. Ma guardando Lexa, capì che il mondo non era più fatto di bianco e nero. La lealtà era diventata una trama complessa di fili grigi.
— Domani partiremo — disse Lexa, tornando improvvisamente seria, sebbene non si allontanasse dall'abbraccio. — Porterai la tua attrezzatura. Sarai al mio fianco nel comando centrale.
— E Bellamy? — osò chiedere Rebekah.
Lexa sospirò, lo sguardo che si perdeva nel vuoto. — Se farà la sua parte, lo rivedrai. Ma Rebekah... promettimi una cosa. Qualunque cosa accada nella foresta, qualunque decisione io debba prendere... ricorda questa notte.
Rebekah sentì un brivido di avvertimento. — Cosa intendi dire?
— Intendo dire che essere Heda significa scegliere tra due mali. Sempre. E a volte, il bene di molti richiede il sacrificio di pochi.
— Non se quei pochi sono la mia gente — ribatté Rebekah, la sua determinazione che tornava a farsi sentire. — Abbiamo un patto, Lexa. Jus drein jus daun. Ma anche vita per vita.
Lexa non rispose. Si limitò a stringerla più forte, come se volesse proteggerla da un futuro che lei stessa stava mettendo in moto.
Rebekah chiuse gli occhi, cercando di scacciare i presagi. Aveva ottenuto quello che voleva: aveva abbattuto le mura di Lexa, si era guadagnata un posto al suo fianco e aveva sentito il calore della sua anima. Ma sapeva che la vera prova doveva ancora arrivare. Mount Weather era un mostro di metallo che non si sarebbe arreso facilmente, e la coalizione tra il Popolo del Cielo e i Terrestri era un vetro sottile pronto a frantumarsi al primo colpo sbagliato.
Mentre il sonno finalmente la vinceva, Rebekah fece una promessa a se stessa. Avrebbe salvato Bellamy. Avrebbe protetto suo padre. E avrebbe impedito a Lexa di tornare a essere il ghiaccio che l'aveva accolta al suo arrivo a Polis.
L'alba sarebbe sorta presto, portando con sé l'odore della polvere da sparo e il grido di guerra. Ma per quelle ultime ore di oscurità, Rebekah Kane non fu una pedina o una prigioniera. Fu il cuore pulsante di una rivoluzione che stava per cambiare per sempre il destino della Terra.
Sotto le coperte, le loro mani rimasero intrecciate, un unico nodo di carne e volontà contro il caos imminente. Rebekah sognò la foresta, sognò il fuoco, e sognò due regine che camminavano insieme tra le ceneri di un vecchio mondo, pronte a scriverne uno nuovo.