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L'ombra delle stelle

Sinfonia d'Ebano e Seta

La vita su Hat Island possedeva un ritmo tutto suo, una cadenza metronomica dettata non dal sorgere del sole, ma dalla volontà ferrea del suo padrone. Per Victoria, le settimane successive al loro primo incontro con Lord Black Hat furono un esercizio di adattamento. La villa costiera era diventata il suo santuario; tra le pareti di pietra grigia e i mobili dal gusto antico che suo padre aveva recuperato chissà dove, lei cercava di mantenere intatta la propria essenza. Studiava gli spartiti del conservatorio, si esercitava al pianoforte e curava il piccolo giardino di rose nere — l'unica variante botanica che sembrava prosperare in quel terreno intriso di energia oscura.

Suo padre, Whitenights, era terrorizzato e al contempo elettrizzato dalla loro nuova residenza. Passava le giornate a lucidare la sua armatura bianca e a pianificare crimini che non avrebbe mai commesso, troppo occupato a rispettare ogni minima virgola del regolamento condominiale imposto dall'Organizzazione.

— Victoria, cara, per favore, non alzare troppo la voce oggi — la ammonì una mattina, mentre sorseggiava un caffè dall'aroma sospettosamente simile allo zolfo. — Ho sentito che il dottor Flug sta testando un nuovo raggio destabilizzatore nel settore B. Se le vibrazioni della tua voce dovessero interferire con i suoi macchinari... beh, non vorrei che la nostra casa finisse in un'altra dimensione.

Victoria rise, sistemandosi un nastro tra i ricci voluminosi. — Papà, la mia voce è un soprano, non un'arma di distruzione di massa. E poi, Lord Black Hat ha detto che voleva essere intrattenuto, ricordi? Forse un po' di musica è proprio ciò di cui questa isola ha bisogno.

— Non scherzare su quell'uomo, Victoria. È... è l'Abisso che cammina.

Ma Victoria non riusciva a provare quel terrore paralizzante che affliggeva gli altri. C'era qualcosa, in quella figura imponente e spaventosa, che risvegliava in lei una curiosità accademica e umana. Era come trovarsi davanti a un'opera d'arte gotica: inquietante, sì, ma dotata di una struttura e di una nobiltà intrinseca che meritava di essere compresa.

Il destino, o forse solo il senso dell'umorismo distorto del Signore dell'Isola, decise di manifestarsi nel pomeriggio di un martedì particolarmente nebbioso.

Un colpo secco e autoritario alla porta fece sobbalzare Whitenights, che quasi rovesciò il suo set di chimica amatoriale. Quando Victoria aprì, si trovò davanti una figura snella, con un sacchetto di carta in testa e un camice bianco impeccabile.

— La signorina Victoria? — chiese il dottor Flug, consultando nervosamente un tablet che emetteva luci sinistre.

— Sono io. Posso aiutarla?

— Il Sommo, l'Eccelso, l'Unico Lord Black Hat richiede la vostra presenza alla Villa. Immediatamente. E portate... — Flug controllò di nuovo lo schermo con un gemito soffocato — ...portate i vostri spartiti. E un abito consono. Lord Black Hat detesta la trasandatezza.

Whitenights sbiancò, appoggiandosi allo stipite della porta. — È la fine. Lo sapevo. Ha deciso di trasformarci in cappelli.

Victoria, invece, sentì un brivido di eccitazione correrle lungo la schiena. — Sarò pronta tra dieci minuti, dottore.

L'ascesa verso la Villa fu diversa dalla prima volta. Non c'era la folla dei contribuenti, solo il silenzio opprimente dei corridoi monumentali. Flug la scortò non verso lo studio amministrativo, ma verso una sezione della dimora che Victoria non aveva ancora visto: la Sala della Musica.

Era un ambiente immenso, con soffitti a volta affrescati con scene di battaglie mitologiche e cataclismi cosmici. Al centro della stanza troneggiava un pianoforte a coda di un nero così profondo da sembrare un buco nero solido. Le pareti erano rivestite di librerie cariche di volumi rilegati in pelle umana e spartiti ingialliti dal tempo.

Lord Black Hat era lì, in piedi davanti a una vetrata che dava sull'oceano in tempesta. La sua sagoma, alta e scura, tagliava la luce grigia del pomeriggio come una ferita nel tessuto della realtà. Non si voltò quando entrarono.

— Potete andare, Flug — disse la voce profonda, facendo vibrare i cristalli dei lampadari. — E assicuratevi che nessuno ci disturbi. Se sento anche solo il rumore di un ingranaggio fuori posto, userò le vostre viscere come corde per violino.

Il dottore sparì in un istante, chiudendo la porta con una delicatezza che rasentava il panico.

Victoria rimase sola con l'essere. Strinse gli spartiti al petto, sentendo il proprio cuore battere a un tempo accelerato, un allegro vivace contro la solennità della stanza.

— Vi siete sistemata, dunque — disse Black Hat, voltandosi lentamente. Il monocolo brillò di una luce fredda. Il suo abbigliamento era, se possibile, ancora più formale dell'ultima volta: un frac perfetto, guanti di seta grigio fumo e il bastone dall'impugnatura d'oro che picchiettava sul marmo.

— Sì, Milord. La casa è splendida. La ringrazio per l'ospitalità — rispose Victoria, accennando un piccolo inchino, come le era stato insegnato al conservatorio per le occasioni di gala.

Black Hat sollevò un sopracciglio, un gesto di sottile sorpresa davanti a tanta compostezza. — L'ospitalità è un concetto contrattuale su quest'isola, ragazzina. Non sprecate fiato in ringraziamenti che non hanno valore monetario o morale.

Si avvicinò al pianoforte, sfiorando i tasti d'avorio con le dita artigliate coperte dai guanti. — Mi è stato riferito che passate le vostre serate a infestare l'aria della mia isola con le vostre... vocalizzazioni.

Victoria arrossì leggermente. — Spero di non averla disturbata. La musica è il mio modo di...

— Silenzio — la interruppe lui, non con rabbia, ma con una fredda autorità. — La musica non è un "modo di". La musica è ordine imposto al caos sonoro. È matematica che si traveste da emozione per ingannare i deboli. Tuttavia... — si voltò completamente verso di lei, la sua figura che sembrava farsi più alta e intimidatoria — ...c'è una certa precisione nella vostra voce. Una purezza che trovo... irritante. E ciò che mi irrita deve essere analizzato o distrutto.

Si sedette al pianoforte con una grazia aristocratica che strideva con l'aura di pura malvagità che emanava. — Cantate.

Victoria sbatté le palpebre, colta di sorpresa. — Ora? Qui?

— Ho forse balbettato? — Il tono di Black Hat si fece tagliente come un rasoio. — Cantate l'aria che stavate eseguendo tre notti fa. Quella melodia lamentosa sulle stelle perdute.

Victoria deglutì, posando gli spartiti sul pianoforte. Le sue mani tremavano leggermente mentre cercava la pagina corretta, ma quando vide le dita di Lord Black Hat posarsi sui tasti, rimase senza fiato.

Egli iniziò a suonare. Non era l'esecuzione di un dilettante; era la maestria di un essere che aveva visto nascere e morire le civiltà che avevano inventato quegli strumenti. Le note fluivano dal pianoforte cariche di una malinconia oscura, un accompagnamento che trasformava la melodia originale in qualcosa di molto più profondo, quasi ancestrale.

Victoria prese un respiro profondo, espanse il diaframma e lasciò che la prima nota uscisse.

— "Casta Diva..." — iniziò, la sua voce da soprano che riempiva la sala, intrecciandosi perfettamente con l'armonia spettrale creata da Black Hat.

Mentre cantava, Victoria chiuse gli occhi. Non vedeva più il mostro, il cattivo supremo, il demone che governava l'isola. Sentiva solo la musica. La sua voce saliva, limpida e cristallina, sfidando l'oscurità della stanza. Era un dialogo tra la luce umana e l'ombra eterna.

Black Hat suonava con una precisione millimetrica, gli occhi fissi sulla ragazza. Osservava il modo in cui il suo petto si alzava, la vibrazione delle sue corde vocali, la passione genuina che animava il suo viso dolce. Per un istante, il cinismo millenario dell'antico essere vacillò. Non era compassione, né affetto — sentimenti che gli erano alieni come il calore a un cadavere — ma era un riconoscimento. Il riconoscimento di una forma di potere diversa dal suo, ma altrettanto assoluta.

Quando l'ultima nota sfumò nel silenzio della sala, Victoria rimase immobile, il fiato corto.

Lord Black Hat ritrasse le mani dai tasti. Il silenzio che seguì fu quasi doloroso.

— La vostra tecnica è accettabile — disse infine, la voce bassa e graffiante. — Ma mancate di... crudeltà. Cantate di perdita come se fosse un sogno lontano, non come una realtà che vi ha strappato il cuore dal petto.

Victoria si schiarì la voce, cercando di recuperare la propria dignità. — La musica non deve sempre essere crudele, Milord. A volte serve a guarire.

Black Hat si alzò di scatto, il bastone che colpiva il pavimento con un suono secco. — Guarire? Che concetto disgustoso e borghese. Su quest'isola non si guarisce nulla, Victoria. Qui si governa, si distrugge o si soccombe.

Si avvicinò a lei, invadendo il suo spazio vitale. Victoria sentì di nuovo quel freddo siderale, ma questa volta non indietreggiò. I suoi occhi marroni incontrarono il monocolo di lui con una fermezza che fece contrarre i muscoli del viso del villain.

— Siete un'anomalia — mormorò Black Hat, la sua voce ridotta a un sussurro che le accarezzò la pelle come un presagio. — Una creatura di vetro in un mondo di ferro e sangue. Vi spezzerete, prima o poi. E io sarò lì per guardare come i pezzi rifletteranno la luce.

— Forse — rispose lei, con un coraggio che non sapeva di avere. — O forse scoprirà che il vetro può essere più tagliente del ferro, se lavorato nel modo giusto.

Un silenzio carico di elettricità si stabilì tra loro. Per un lungo istante, Lord Black Hat non disse nulla. La sua espressione era una maschera di imperscrutabile nobiltà vittoriana, ma nei suoi occhi feroci brillò qualcosa che somigliava molto a un macabro interesse.

— Vedremo — concluse lui, raddrizzandosi e riprendendo il suo portamento regale. — Per oggi può bastare. Flug vi riaccompagnerà. E Victoria...

Lei si fermò sulla soglia, voltandosi.

— Non osate cantare canzoni di "guarigione" sotto le mie finestre. Se dovete disturmare il mio silenzio, fatelo con qualcosa che valga la pena di essere ascoltato. Qualcosa che abbia il sapore dell'infinito.

— Cercherò qualcosa nel repertorio più drammatico, allora — rispose lei con un piccolo sorriso audace.

— Andate via. Prima che decida che la vostra voce starebbe meglio conservata in un barattolo di formalina.

Victoria uscì dalla stanza con il cuore che le danzava nel petto. Sapeva che quelle minacce erano reali, che l'uomo dietro di lei era capace di atrocità innominabili. Eppure, mentre percorreva i corridoi della Villa, non riusciva a togliersi dalla testa l'immagine delle mani guantate di Lord Black Hat che scivolavano con tanta sapienza sui tasti del pianoforte.

Quella sera, sul suo balcone, Victoria non cantò. Guardò il mare viola e pensò alla solitudine di un essere che aveva dimenticato il suono della bellezza, o che forse non l'aveva mai conosciuto se non come uno strumento di potere.

Dalla finestra più alta della Villa, un'ombra solitaria osservava la costa. Lord Black Hat teneva tra le dita un calice di un liquido scuro e denso, ma non beveva. Le note dell'aria di Bellini risuonavano ancora nella sua mente, un'eco fastidiosa che non riusciva a scacciare.

— Un'anomalia — ripeté a se stesso, la voce che si perdeva nell'oscurità della stanza.

Posò il calice e si avvicinò a un antico grammofono, ma non lo accese. Invece, aprì un cassetto segreto della sua scrivania, estraendo un vecchio spartito dimenticato da secoli. Era una composizione mai eseguita, scritta con un inchiostro che sembrava sangue rappreso.

— Vedremo, piccola mortale — sussurrò, e per la prima volta in un'eternità, il Signore del Male provò qualcosa che somigliava vagamente all'anticipazione.

La pace che Victoria cercava su Hat Island si stava trasformando in qualcosa di molto più complesso. Non era più solo una rifugiata in cerca di tranquillità; era diventata una nota stonata in una sinfonia di terrore, e il direttore d'orchestra sembrava intenzionato a vedere fin dove quella nota potesse vibrare prima di spezzarsi.

Ma Victoria, mentre si preparava per dormire, sentiva che la sua musica era appena iniziata. E se Lord Black Hat voleva l'infinito, lei glielo avrebbe dato, un'aria alla volta.