L'ombra delle stelle
Il Giuramento della Rosa e del Fango
Il conservatorio di Hat Island non era un edificio comune. Situato in un'ala distaccata del complesso della Black Hat Organization, era una struttura di vetro fumé e acciaio che sembrava vibrare di una tensione costante. Qui, i pochi studenti ammessi — figli di villain di alto rango o prodigi dalle inclinazioni oscure — si addestravano per trasformare l'arte in un'arma o in una celebrazione del potere del loro Signore.
Victoria camminava lungo i corridoi, stringendo la borsa degli spartiti. Quel giorno l'aria era elettrica. La messinscena dell'opera era alle porte e la pressione era palpabile. Nonostante l'atmosfera cupa del luogo, lei si sentiva stranamente a casa ogni volta che varcava la soglia della sala prove. La musica era il suo scudo, l'unico modo per non farsi schiacciare dalla consapevolezza di vivere nel cuore pulsante del male universale.
— Victoria! Sei in ritardo di ben tre minuti. Se Lord Black Hat gestisse il tempo come te, l'universo sarebbe già collassato nel caos più disordinato — la apostrofò il Maestro Vane, un uomo la cui pelle era così pallida da apparire traslucida, con dita lunghe e scheletriche che sembravano fatte apposta per torturare i tasti di un pianoforte.
— Mi scusi, Maestro. C'è stata una piccola complicazione al controllo di sicurezza — rispose lei, accennando un sorriso mortificato. Non poteva certo dire che era rimasta incantata a guardare un piccolo robot-cappello che cercava disperatamente di catturare una farfalla meccanica nel giardino di casa sua.
— Non importa. Vai a cambiarti. Fedo ti sta già aspettando sul palco. E ricorda: Fiordaliso non è una fanciulla indifesa. È una donna che desidera, che esige e che è pronta a calpestare la vita di un'altra per ottenere ciò che vuole. Voglio vedere il fuoco, non solo la tecnica.
Victoria annuì e corse nei camerini. L'abito di scena era un capolavoro di sartoria d'altri tempi: un corsetto di seta rigida color avorio, ricamato con fili d'oro che sembravano spine, e una gonna ampia che frusciava a ogni minimo movimento. Si sistemò i voluminosi capelli ricci, lasciando che alcune ciocche ricadessero libere sulle spalle, e si passò un velo di rossetto rosso sangue sulle labbra piene. Quando si guardò allo specchio, vide una trasformazione. La dolce Victoria stava lasciando il posto a Fiordaliso, la nobile promessa sposa del capitano Fedo.
Salì sul palco. Le luci della ribalta, di un bianco freddo e quasi accecante, la isolarono dal resto del mondo. Al centro della scena l'attendeva Fedo, interpretato da un ragazzo di nome Julian, un baritono dal talento cristallino e dal fisico imponente che ben si adattava al ruolo del capitano delle guardie.
— Pronta a distruggere la Zingara? — sussurrò Julian con un ghigno complice mentre prendeva posizione.
— Pronta — rispose lei, raddrizzando la schiena e assumendo la posa regale del suo personaggio.
Il Maestro Vane diede il segnale. L'orchestra — composta da musicisti che sembravano automi per quanto erano precisi e privi di espressione — iniziò l'attacco. Le note erano incalzanti, un ritmo che richiamava il galoppo di un cavallo e il battito di un cuore ossessionato.
Victoria iniziò a muoversi. Non era più solo una studentessa del conservatorio; era Fiordaliso che affrontava il suo amato, sapendo che lui era stato stregato dal fascino selvaggio di Esmeralda. La sua voce si alzò, potente e sinuosa, riempiendo ogni angolo del teatro vuoto.
— Tu, sulla tua cavalcatura / Smisurata creatura / Sei la più bella fioritura / Di un'eretta natura — cantò, avvicinandosi a Julian con passi misurati e seducenti. La sua mano sfiorò il petto dell'armatura di lui, un gesto che mescolava devozione e possesso.
Julian rispose con la sua voce profonda, recitando il ruolo del guerriero diviso tra il dovere e il desiderio proibito. Ma Victoria non gli lasciò spazio. Lei era il centro della scena. Ogni parola era un dardo scagliato con precisione.
— Tu monti e sei la montatura / E un vanto per la lussuria / Cos'hai nell'armatura / Un cuore con l'impugnatura?
Mentre cantava, Victoria ballava attorno a lui. La gonna frusciava come il vento tra le rocce di Hat Island. La sua interpretazione era viscerale. Sentiva la rabbia di Fiordaliso, la gelosia che bruciava come acido, la determinazione di chi non accetta di essere messa da parte.
— Il mio è ancora chiaro e puro / E col mio cuore ti curo / Io farò mia / La tua avventura / Ti amerò se tu mi giuri / Ti amerò se tu mi giuri / Che impiccheranno la Esmeralda!
L'ultima frase fu un acuto che sembrò far vibrare le pareti. Non era solo una richiesta; era un ordine. Victoria puntò il dito contro Julian, i suoi occhi marroni che brillavano di una luce feroce, quasi predatoria. In quel momento, l'ingenuità che tanto irritava Lord Black Hat era scomparsa, sostituita da una determinazione oscura che avrebbe reso orgoglioso qualunque villain dell'isola.
Julian indietreggiò, come colpito dalla forza di quella voce. La musica cambiò registro, diventando più cupa, più sporca.
— I miei sogni appena nati / Caro, tu li hai soffocati / E adesso stammi a sentire / Io vengo e voglio venire / A rotolarmi nel fango / E allora stringimi!
Victoria si gettò tra le braccia di Fedo, ma non con la delicatezza di un'amante, bensì con la foga di chi reclama un bottino. La coreografia prevedeva che lui la sollevasse, e lei, mentre era sospesa in aria, continuò a cantare con una potenza che sembrava sovrumana.
— Le tue frasi sono ingiurie / E il tuo amore è impuro / Ma metto con le spalle al muro / Quel cuore in te più duro.
Lo sguardo di Victoria cadde per un istante oltre le luci della ribalta, verso l'oscurità della platea. Per un secondo, ebbe l'illusione di vedere un riflesso familiare. Un monocolo che brillava nel buio. Un cappello a cilindro che emergeva dalle ombre dell'ultimo palchetto. Il cuore le saltò in gola, ma non si fermò. Se Lui era lì, se il Signore dell'Isola stava davvero assistendo a quella prova, lei gli avrebbe mostrato che non era solo "vetro".
— E strappa via la mia cintura / Tu, vieni in me, lordura / Fammi sentire la lussuria / Ti amerò se tu mi giuri / Ti amerò se tu mi giuri / Che morirà la Esmeralda!
La voce di Victoria si fece graffiante, quasi feroce. La dolcezza della sopranista era stata sacrificata sull'altare della recitazione. Stava dando voce all'oscurità che Hat Island esigeva da ogni suo abitante.
— Ti amerò se tu mi giuri / Ti amerò se tu mi giuri / Che impiccheranno la Esmeralda... / Che morirà la Zingara!
L'ultima nota fu tenuta per un tempo infinito, un grido di trionfo e di morte che si spense lentamente nel silenzio attonito del teatro. Victoria rimase con il braccio teso, il respiro affannoso, il petto che si alzava e abbassava rapidamente sotto il corsetto stretto.
Il Maestro Vane non disse nulla per diversi secondi. Poi, un lento, ritmico battito di mani risuonò dal fondo della sala. Non era il Maestro. Non erano gli altri studenti.
Era un suono secco, autoritario, che sembrava tagliare l'aria.
Dalle ombre del palchetto reale, una figura si alzò. La luce fioca dei candelabri laterali illuminò la sagoma inconfondibile di Lord Black Hat. Indossava il suo solito cappotto nero impeccabile, e il bastone dall'impugnatura d'oro poggiava sul velluto rosso del parapetto.
— Una performance... accettabile — disse la voce profonda, che arrivò sul palco senza bisogno di essere alzata, portando con sé un brivido di gelo. — Sorprendente, oserei dire.
Il Maestro Vane si inchinò così profondamente che quasi toccò il pavimento con la fronte. — Milord! Non sapevamo che avreste onorato la nostra modesta prova con la vostra presenza!
Black Hat ignorò il Maestro, i suoi occhi fissi su Victoria. Lei non si mosse. Nonostante il sudore che le imperlava la fronte e il cuore che batteva come un tamburo di guerra, sostenne lo sguardo dell'essere.
— Fiordaliso vi dona, Victoria — proseguì lui, iniziando a scendere le scale del palchetto con la sua solita grazia predatrice. — Avete catturato l'essenza della crudeltà aristocratica. Quella capacità di chiedere la morte di un innocente per il proprio piacere... è una dote che molti dei miei "professionisti" qui fuori farebbero bene a studiare.
Victoria sentì un misto di orgoglio e inquietudine. — È solo un personaggio, Milord.
— Oh, ne siete sicura? — Black Hat era ora ai piedi del palco. La sua presenza sembrava assorbire tutta la luce della stanza. — La musica non mente mai. Le note che avete emesso non erano scritte solo sullo spartito. Erano scritte nel vostro spirito. Avete cantato del "fango" e della "lordura" con una convinzione deliziosa.
Si avvicinò ulteriormente, finché il suo volto non fu a pochi centimetri dal bordo del palco, all'altezza delle ginocchia di Victoria.
— Ditemi, piccola sopranista — mormorò, il tono che si faceva più intimo e pericoloso. — Cosa si prova a invocare la forca per un'altra donna? Vi ha fatto sentire... potente?
Victoria deglutì. La vicinanza di Black Hat era come trovarsi sull'orlo di un vulcano attivo. — Mi ha fatto sentire... vera. Nella musica non ci sono bugie. Se il personaggio odia, io devo odiare.
— Eccellente — rispose lui, e per un istante Victoria vide un lampo di genuino compiacimento nel suo sguardo ferocemente intelligente. — Forse c'è speranza per voi, dopotutto. Forse non siete fatta di vetro, ma di ossidiana. Bella da vedere, ma capace di tagliare fino all'osso.
Lord Black Hat si voltò verso il Maestro Vane, che stava ancora tremando. — Continuate. Ma assicuratevi che la scena dell'esecuzione sia... convincente. Non tollero finali mediocri.
Con un fruscio del mantello, il Signore del Male si diresse verso l'uscita. Ma prima di varcare la porta, si fermò e guardò di nuovo verso Victoria.
— Victoria — chiamò.
— Sì, Milord?
— Quella nota finale... era leggermente calante. Non lasciate che l'emozione rovini la vostra tecnica. La perfezione è l'unica moneta che accetto su quest'isola.
E con quel commento, che era al contempo una critica crudele e un riconoscimento del suo talento, sparì tra le ombre del corridoio.
Victoria rimase sul palco, sentendo la tensione abbandonare lentamente le sue membra. Julian le si avvicinò, visibilmente scosso. — Victoria... tu sei pazza. Gli hai risposto di nuovo. E lui... lui ti ha dato dei consigli tecnici?
Lei non rispose. Guardava la porta da cui era uscito Black Hat. Sentiva ancora la vibrazione della sua voce nel petto, un'eco che sembrava armonizzarsi con la melodia che aveva appena cantato.
— Riprendiamo dal secondo atto! — urlò il Maestro Vane, cercando di recuperare un barlume di autorità. — E cercate di non svenire, per l'amor del Signore!
Le prove continuarono per altre tre ore, ma la mente di Victoria era altrove. Pensava alle parole di Black Hat. "Ossidiana". Era davvero quello che stava diventando? Hat Island stava cambiando la sua voce, rendendola più scura, più profonda, più pericolosa?
Quando finalmente uscì dal conservatorio, la notte era scesa sull'isola. Il cielo era di un nero assoluto, punteggiato da stelle che sembravano spilli d'argento. Mentre camminava verso casa, Victoria si accorse che non aveva più paura delle ombre che si muovevano tra i vicoli. Anzi, sentiva che quelle ombre le appartenevano in qualche modo.
Arrivata alla sua villetta, trovò suo padre che la aspettava con una tazza di tè caldo.
— Com'è andata la prova, tesoro? — chiese Whitenights, guardandola con orgoglio.
— Bene, papà. Lord Black Hat è venuto a vederci.
Whitenights quasi fece cadere la tazza. — Cosa?! Il Signore... alla vostra prova? Victoria, sei sicura? Forse era solo un suo ologramma, o uno dei suoi subordinati...
— No, era lui. Mi ha detto che la mia interpretazione era... accettabile.
Suo padre si sedette pesantemente sulla poltrona, mormorando preghiere confuse a divinità oscure che sperava lo proteggessero. — Questo è... è inaudito. Non si è mai interessato a nulla che non fosse la distruzione o il profitto. Victoria, devi stare attenta. Quell'uomo non è un ammiratore delle arti. È un collezionista di anime.
— Lo so, papà. Ma oggi, sul palco, non mi sono sentita una vittima. Mi sono sentita... parte di qualcosa di più grande.
Victoria salì in camera sua e si affacciò al balcone. In lontananza, la Villa di Black Hat svettava contro l'orizzonte, una fortezza inespugnabile di segreti e potere. Per la prima volta, non vide solo una prigione o un rifugio. Vide una sfida.
Prese un respiro profondo, sentendo l'aria fredda riempirle i polmoni. Iniziò a canticchiare, ma non era un'aria d'opera. Era una melodia senza parole, un filo di voce che si intrecciava con il rumore delle onde contro la scogliera.
Dall'alto della sua torre, Lord Black Hat udì quel suono. Non era calante, questa volta. Era perfetto.
Egli sorrise nell'oscurità, un gesto che avrebbe terrorizzato chiunque altro, ma che in quel momento era l'unico tributo possibile a una creatura che stava imparando a cantare nel cuore dell'abisso.
La "lordura" e la "lussuria" di Fiordaliso erano state solo l'inizio. Victoria stava iniziando a capire che su Hat Island, per sopravvivere alla bellezza del male, bisognava diventare una parte di esso, senza però perdere la purezza del proprio canto. E Lord Black Hat, il Dio dei Villain, stava aspettando di vedere quale sarebbe stata la prossima nota.