L'ombra delle stelle
Sinfonia di Pizzo e Sangue
Il silenzio nello studio di Lord Black Hat non era mai un’assenza di suono, ma una presenza palpabile, densa come catrame. Era il respiro dell’oscurità stessa, un coro muto di mille anime dannate che tacevano per timore di disturbare il loro monarca. Lui sedeva dietro la scrivania di ebano, la schiena dritta come una lama, immerso in una penombra che sembrava scaturire direttamente dalle sue spalle.
Davanti a lui fluttuavano schermi olografici che mostravano grafici di borsa, rotte di contrabbando intergalattico e rapporti di fallimenti di villain incompetenti. Lord Black Hat osservava tutto con un distacco glaciale, il monocolo che rifletteva una luce azzurrina e sinistra. Le sue dita guantate picchiettavano ritmicamente sul pomello d'oro del bastone, un ticchettio metronomico che scandiva il destino di interi mondi.
Improvvisamente, una delle ombre che tappezzavano le pareti si staccò dal muro. Non era una delle sue solite proiezioni obbedienti, ma una creatura d’oscurità più piccola, una scheggia del suo stesso potere che talvolta assumeva una volontà dispettosa e caotica. L’ombra si muoveva con una frenesia eccitata, fluttuando sopra i mobili antichi, emettendo un suono simile a un sussurro distorto.
— Cosa porti, parassita? — la voce di Black Hat scivolò nell’aria come un rasoio sulla seta. Non distolse lo sguardo dai rapporti, ma la sua autorità fece immobilizzare l’ombra a mezz’aria. — Ti ho dato il compito di sorvegliare il perimetro del settore residenziale, non di giocare tra le pieghe del vuoto.
L’ombra emise un verso stridulo, una sorta di risatina soffocata che fece contrarre la mascella del Lord. Con un movimento fluido e trionfante, la creatura si lanciò verso la scrivania, aprendo i suoi artigli fumosi.
Qualcosa cadde sulla superficie lucida dell’ebano, proprio sopra un contratto di distruzione planetaria. Lord Black Hat si irrigidì.
Era un piccolo pezzo di stoffa. Bianco. Di pizzo delicato, così sottile da sembrare intessuto con la schiuma del mare o con i sogni di un’ingenua. Era un indumento intimo, un segreto rubato che portava ancora con sé, in modo quasi offensivo, il calore e il profumo di chi lo aveva indossato.
L’ombra rimase a fluttuare sopra l'oggetto, vibrando di una gioia maligna, aspettandosi forse un premio o una risata crudele dal suo padrone.
Black Hat non si mosse. Il suo sguardo rimase fisso sul pizzo bianco, che spiccava come una ferita di purezza in quel tempio di corruzione. I suoi sensi millenari, affinati da eoni di caccia e dominio, captarono immediatamente l’essenza di quell’oggetto. Profumava di rose selvatiche, di sapone di Marsiglia e di quella vitalità vibrante che apparteneva solo a lei. Victoria.
L’essere di puro male sentì un’ondata di qualcosa che non provava da secoli: un’irritazione che confinava con una curiosità bruciante. Allungò una mano guantata, le dita artigliate che si muovevano con una lentezza cerimoniale. Sfiorò il bordo del pizzo. La stoffa era incredibilmente morbida, un insulto alla sua natura ruvida e spietata.
— Dove... — iniziò lui, la voce più profonda del solito, una vibrazione che fece tremare i calici di cristallo nella stanza. — Dove lo hai trovato?
L’ombra indicò verso la finestra, mimando il gesto di volare oltre le scogliere, verso la villetta costiera dove la ragazza viveva. Aveva approfittato di una finestra lasciata aperta, forse durante uno dei suoi esercizi di canto, o forse mentre lei si preparava per la notte, ignara che l’oscurità stessa la stesse spiando.
Black Hat strinse la stoffa tra le dita. La sua mente, un labirinto di strategie malvagie e calcoli freddi, si riempì improvvisamente dell’immagine di lei. La vedeva sul balcone, con i capelli ricci che danzavano nel vento viola dell’isola. La vedeva sul palco del conservatorio, mentre invocava la morte della rivale con una ferocia che lo aveva sorpreso. E ora, quel piccolo oggetto bianco gli ricordava la sua fragilità umana, la pelle delicata che doveva trovarsi sotto quel pizzo.
Un calore estraneo, simile a una fiamma nera, si diffuse nel suo petto. Era un gentiluomo vittoriano, un custode di regole arcaiche e di un decoro che rasentava l'ossessione. L’idea che una parte della sua stessa ombra avesse violato l’intimità di una donna della sua isola in modo così volgare era un affronto alla sua etichetta. Ma al tempo stesso, il mostro dentro di lui ne era affascinato.
— Stolto — sussurrò Black Hat, e l’ombra si rimpicciolì, percependo improvvisamente il pericolo. — Hai osato profanare la dimora di una residente sotto la mia diretta protezione per portarmi... questo?
Con un movimento fulmineo, Black Hat afferrò l’ombra con l’altra mano, stringendola finché la creatura non emise un gemito agonizzante. — Credi che io sia un volgare feticista? Credi che il Signore del Male si diletti con i piccoli trofei di una mortale?
Eppure, non lasciò andare il pizzo. Lo portò più vicino al volto, il monocolo che analizzava ogni trama della stoffa. Poteva sentire il battito del cuore di Victoria ancora impresso in quelle fibre, un’eco lontana di vita che sfidava la sua morte interiore.
— Lei è... insolente — mormorò, più a se stesso che alla creatura tra i suoi artigli. — Canta come un angelo caduto e vive tra i lupi senza abbassare lo sguardo. E ora, la sua impronta è qui, sulla mia scrivania.
L’ombra cercò di liberarsi, ma Black Hat la schiacciò definitivamente, riassorbendola nel proprio corpo con un gesto brusco. Il silenzio tornò, ma questa volta era carico di una tensione elettrica.
Egli si alzò in piedi, la figura imponente che proiettava un’ombra che copriva l’intera stanza. Si avvicinò alla vetrata, tenendo ancora l’indumento bianco tra le dita. Guardò verso la costa, dove una singola luce brillava nella notte: la camera di Victoria.
— Victoria — pronunciò il suo nome, e il suono sembrò una maledizione e una promessa allo stesso tempo. — Credi di poter portare la tua luce nel mio regno senza che io ne rivendichi ogni singola particella?
Si sentì diviso tra due impulsi contrastanti. Una parte di lui voleva bruciare quel pizzo, cancellare ogni traccia di quell'umanità che lo disturbava, che metteva in dubbio la sua perfezione nichilista. L'altra parte, quella più antica e sapiente, voleva conservarlo. Voleva studiare quella fragilità finché non avesse compreso esattamente come spezzarla... o come possederla.
Si portò il pizzo vicino alle labbra, non per un bacio — un gesto troppo umano e debole per lui — ma per inalare ancora una volta quel profumo di vita. Era inebriante. Era un veleno dolce che si insinuava tra i suoi pensieri millenari.
— Un gentiluomo non ruberebbe mai — disse a voce alta, la voce che graffiava l’oscurità. — Ma io non sono solo un gentiluomo. Io sono il padrone di tutto ciò che respira su questa roccia.
Aprì un piccolo scomparto segreto nel suo scrittoio, un luogo dove conservava reliquie di eroi sconfitti e contratti d'anima di valore inestimabile. Vi depose il pizzo bianco con una cura che lo disgustò quasi. Lo chiuse a chiave, ma sentiva ancora la sua presenza, come un punto luminoso nel buio della sua coscienza.
Tornò a sedersi, ma i grafici e i rapporti non avevano più lo stesso interesse. La sua mente continuava a tornare a lei, a come doveva sentirsi in quel momento, forse cercando quell'oggetto smarrito, ignara che fosse finito nelle mani dell'essere più pericoloso dell'universo.
— Mi hai dato un motivo per osservarti ancora più da vicino, piccola sopranista — mormorò Black Hat, appoggiando il mento sulle mani incrociate. — Vedremo se la tua voce rimarrà così pura quando scoprirai che l'oscurità non si limita a sentirti cantare... ma ti tocca, ti spoglia e ti reclama.
Il suo sorriso si allargò, mostrando i denti troppo affilati. Non era il sorriso di un predatore affamato, ma quello di un nobile che aveva appena iniziato un gioco molto lungo e molto crudele.
Victoria non lo sapeva, ma quella notte, tra le ombre di Hat Island, il suo destino era stato sigillato non con un contratto di sangue, ma con un frammento di pizzo bianco e il desiderio oscuro di un Dio che aveva dimenticato cosa significasse desiderare.
Lord Black Hat spense le luci dell'ufficio con un gesto della mano. Nell'oscurità totale, solo il suo monocolo continuava a brillare di una luce verde malefica, fisso verso la piccola luce lontana sulla costa.
— Canta per me, Victoria — sussurrò nel vuoto. — Canta finché non avrò preso tutto di te.
La sinfonia tra il mostro e la ragazza era appena entrata nel suo movimento più pericoloso, e lui non vedeva l'ora di dirigere ogni singola, straziante nota.
Mentre l'isola sprofondava nel riposo inquieto dei villain, Victoria, nella sua stanza, si guardava intorno confusa. Aveva appena finito di ritirare il bucato dal balcone e le sembrava che mancasse qualcosa. Un soffio di vento gelido era entrato dalla finestra, portando con sé un odore di ozono e carta antica.
— Strano — mormorò lei, chiudendo le imposte. — Ero sicura di averlo messo qui.
Si strinse nelle spalle, attribuendo la distrazione alla stanchezza delle prove al conservatorio. Si mise a letto e, poco prima di addormentarsi, intonò un'ultima, debole melodia. Non sapeva che a chilometri di distanza, in una cassaforte d'ebano, il suo pizzo bianco vibrava in sintonia con la sua voce, prigioniero dell'oscurità che stava imparando ad amarla.