L'ombra delle stelle
Sinfonia di Seta e Furore
Il quartier generale della Black Hat Organization tremava. Non era un terremoto naturale, né l’effetto collaterale di qualche esperimento fallito del dottor Flug. Era il tremore ontologico della realtà stessa che si incrinava sotto il peso dell’ira del suo padrone. Lord Black Hat camminava lungo il corridoio principale, e ogni suo passo faceva saltare i bulloni dalle pareti d'acciaio. Le luci sopra di lui esplodevano in una pioggia di scintille al suo passaggio, incapaci di contenere l'energia maligna che irradiava dalla sua figura.
— Incompetenti. Vermi striscianti sprovvisti di spina dorsale! — La sua voce non era un grido; era un ruggito sotterraneo, un suono che faceva sanguinare le orecchie dei subordinati che avevano la sventura di trovarsi nelle vicinanze.
Un affare multimiliardario per la vendita di armi biologiche nel settore galattico 7 era andato in fumo. Non per un intervento eroico — che avrebbe almeno offerto il piacere di una rappresaglia — ma per la pura, cristallina stupidità di un gruppo di mercenari che non avevano saputo leggere le clausole di un contratto elementare.
Black Hat spalancò le porte del suo studio con un gesto del braccio che le sradicò quasi dai cardini. All'interno, il dottor Flug stava tremando dietro la scrivania, tenendo in mano un rapporto.
— S-s-signore, ho i nomi dei responsabili... io... — balbettò lo scienziato, il sacchetto di carta sulla testa zuppo di sudore freddo.
Black Hat non rispose con le parole. Si allungò, la sua ombra che si espandeva come una macchia d'olio fino a coprire l'intero soffitto. Un artiglio nero emerse dall'oscurità, afferrò Flug per il camice e lo sollevò a pochi centimetri dal suo volto demoniaco.
— Non voglio nomi, Flug. Voglio che le loro esistenze vengano cancellate dalla storia. Voglio che le loro linee temporali siano ridotte in cenere e che il dolore che proveranno sia così vasto da far impallidire l'inferno stesso. Portali nelle celle di contenimento massimo. Mi occuperò io di loro... più tardi.
— S-s-subito, Capo! — Flug scappò via non appena i suoi piedi toccarono terra, sparendo prima ancora che le porte potessero richiudersi.
Rimasto solo, Black Hat scaraventò il suo bastone contro la parete. L'impatto creò una voragine nel marmo nero, ma la rabbia non accennò a diminuire. Sentiva il sangue antico ribollire, un calore distruttivo che chiedeva di radere al suolo l'intera isola solo per il gusto di vederla bruciare. Si strappò i guanti con un gesto furioso, rivelando dita lunghe, grigie e artigliate, che fremevano per la tensione.
Si avvicinò alla scrivania, rovesciando con un manrovescio pile di documenti e monitor olografici. Niente riusciva a placare quel tumulto interiore. Era un antico gentiluomo, un monarca del male, eppure in quel momento si sentiva come una bestia in gabbia.
Poi, i suoi occhi caddero sul cassetto segreto.
Con un movimento brusco, quasi disperato, fece scattare la serratura. All'interno, adagiato sopra contratti d'anima e reliquie maledette, giaceva quel piccolo pezzo di pizzo bianco. Il trofeo rubato alla ragazza.
Lo afferrò, stringendolo nel pugno artigliato. La delicatezza della stoffa contrastava violentemente con la ferocia dei suoi artigli. Eppure, non lo strappò. Lo portò al volto, chiudendo gli occhi.
Il profumo di Victoria — quel misto di rose, sapone e giovinezza fertile — lo investì come una brezza fresca nel mezzo di un incendio.
E improvvisamente, la sua mente traditrice iniziò a tessere una visione.
Non vide più lo studio vuoto o i fallimenti lavorativi. Immaginò lei. La immaginò lì, in quella stessa stanza, mentre la sua rabbia infuriava. La vedeva avanzare verso di lui senza paura, con quegli occhi marroni grandi e sinceri, capaci di guardare oltre la sua mostruosità.
— Milord, vi prego... calmatevi — sussurrò la voce di lei nella sua mente, una melodia di una dolcezza così stucchevole eppure così necessaria.
Nella sua fantasia, Victoria gli si avvicinava, incurante dell'oscurità che emanava da lui. Sentiva le sue mani piccole e calde posarsi sopra le sue dita artigliate, cercando di sciogliere il pugno chiuso. La vedeva sollevarsi sulle punte per premere quelle labbra rosse e piene contro la sua guancia gelida, un gesto di una devozione così pura da risultare quasi blasfema per un essere come lui.
— Non lasciate che la loro mediocrità vi contamini — avrebbe detto lei, con quella sua logica umana e genuina. — Voi siete il Signore di questo mondo. Non permettete a dei piccoli uomini di rubarvi la pace.
Black Hat emise un respiro tremante, affondando il viso nel pizzo. L'immagine si faceva sempre più vivida. Immaginò di sedersi sulla sua grande poltrona di pelle e di sentire il peso leggero di lei che si accomodava sulle sue ginocchia. Victoria, con i suoi capelli ricci che gli solleticavano il mento, che si rannicchiava contro il suo petto d'ebano come se fosse il posto più sicuro dell'universo.
La sentiva sussurrargli parole di conforto, canzoni sommesse che parlavano di stelle e di mare, placando il mostro dentro di lui con la semplice forza della sua presenza. Lei sarebbe stata lì per lui, una compagna devota, una regina di luce nel suo impero di ombre, capace di trasformare il suo furore in una cupa, regale quiete.
Dopotutto, pensò con un brivido che gli percorse la spina dorsale, non è forse questo il compito di una moglie? Essere l'ancora nel mezzo della tempesta? Essere la bellezza che giustifica la crudeltà del suo re?
Quell'ultima parola — *moglie* — risuonò nella sua coscienza come un rintocco funebre.
Black Hat aprì gli occhi di scatto. Il monocolo brillò di una luce violenta.
— Cosa... — la sua voce era un sussurro roco, carico di orrore.
Si scostò dalla scrivania come se fosse stata in fiamme. Il pezzo di pizzo gli scivolò dalle dita, cadendo a terra come un petalo appassito. Il cuore — o quella massa di oscurità pulsante che ne faceva le veci — batteva con una frequenza irregolare, quasi dolorosa.
Lui, l'Antico, il Conte della Rovina, il Dio dei Villain che aveva visto imperi sorgere e crollare con un solo cenno della mano, aveva appena immaginato una vita domestica? Aveva desiderato la sottomissione dolce di una mortale non come schiava, ma come... sposa?
— Assurdo. Ridicolo. Degradante! — esclamò, ma la sua voce mancava della solita convinzione.
Si passò una mano sul volto, cercando di ricomporsi. I canoni vittoriani che tanto amava gli imponevano dignità, distacco, nobiltà. Eppure, quella visione di Victoria sulle sue ginocchia non voleva abbandonarlo. Era un'idea che si era radicata nelle pieghe della sua psiche millenaria, un parassita di dolcezza che minacciava di corrompere la sua perfetta malvagità.
Era la sua avvenenza mortale, si disse. Quella generosità fertile che emanava da ogni suo gesto, quella vitalità che sembrava chiamare a gran voce il suo vuoto interiore per essere riempito. Era una trappola biologica, un trucco della natura per soggiogare anche gli esseri superiori.
Black Hat raccolse il pizzo da terra con due dita, guardandolo con una miscellanea di odio e bramosia.
— Sei una creatura pericolosa, Victoria — mormorò, e questa volta non c'era traccia di derisione nel suo tono. — Più pericolosa di mille eroi armati di spade di luce.
Si raddrizzò, sistemandosi il colletto della camicia e lisciandosi il cappotto. La rabbia per l'affare galattico era svanita, sostituita da un'inquietudine molto più profonda. Si sentiva violato, non da un nemico esterno, ma dai suoi stessi desideri.
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori, verso l'isola che governava. Il sole stava tramontando, tingendo il cielo di un viola livido. In lontananza, poteva vedere la sagoma della casa di lei. Immaginò che in quel momento Victoria stesse studiando, o forse cantando, ignara del fatto che il Signore del Male l'avesse appena elevata, nella sua mente, al rango di sua compagna eterna.
— Moglie — ripeté di nuovo, assaporando la parola. Aveva un sapore arcaico, di possesso assoluto e di legami indissolubili. Un concetto che si adattava perfettamente alla sua natura di collezionista, ma che portava con sé una vulnerabilità che lo terrorizzava.
Se lei fosse stata sua, davvero sua, avrebbe dovuto proteggerla. Avrebbe dovuto tollerare la sua luce. Avrebbe dovuto accettare che una parte di sé appartenesse a un'altra persona.
Scosse il capo, cercando di scacciare quei pensieri. Era Lord Black Hat. Lui non apparteneva a nessuno.
Eppure, mentre riponeva il pizzo nel cassetto e chiudeva a chiave, sentì che qualcosa era cambiato irrimediabilmente. La sua rabbia non era sparita; si era semplicemente trasformata in un'ossessione gelida e focalizzata.
Uscì dallo studio con passo misurato, riprendendo il suo bastone lungo il corridoio. Incrociò Flug, che stava tornando con i rapporti sulle punizioni.
— Signore! Ho provveduto a tutto, i colpevoli sono nelle celle e... — Flug si interruppe, notando l'espressione del suo capo. Non era più furioso. Era... assorto. — Va tutto bene, Milord?
Black Hat si fermò, guardando lo scienziato dall'alto in basso. Il suo monocolo rifletteva un'intelligenza feroce e una nuova, oscura determinazione.
— Flug — disse lentamente. — Voglio che prepariate un invito formale. Carta pregiata, stemma in oro zecchino, calligrafia d'altri tempi.
— Un invito, signore? Per chi? — chiese Flug, confuso.
— Per la signorina Victoria. Ditele che il suo Signore richiede la sua presenza per una cena privata alla Villa. Domani sera. E assicuratevi che riceva il messaggio personalmente.
— Una cena... privata? Milord, non avete mai invitato un residente a...
— Non discutete i miei ordini, Flug! — ruggì Black Hat, e per un istante la sua ombra parve artigliare le pareti. — Fate come vi ho detto. E assicuratevi che il menu sia... impeccabile. Niente esperimenti chimici, niente carne di dubbia provenienza. Solo il meglio che questo misero mondo possa offrire.
— S-s-sì, Milord! Immediatamente!
Mentre Flug correva via a eseguire l'ordine, Black Hat rimase immobile nel corridoio. Sentiva un'eccitazione maligna crescergli nel petto. Se la sua mente lo aveva tradito mostrandogli quelle immagini, allora lui avrebbe trasformato la fantasia in realtà. Avrebbe portato Victoria nel suo mondo, l'avrebbe osservata da vicino, l'avrebbe soggiogata non con la forza, ma con la maestosità della sua presenza.
Voleva vedere se lei si sarebbe davvero seduta sulle sue knee. Voleva sentire se la sua voce sarebbe stata davvero capace di calmare il mostro.
— Vedremo, piccola mortale — mormorò, un sorriso crudele e nobile che gli incurvava le labbra. — Vedremo se sarai all'altezza del trono di ombre che ho costruito per te nella mia mente.
Quella notte, Black Hat non dormì — non lo faceva mai — ma passò le ore a guardare dalla sua torre, aspettando l'alba non con noia, ma con la pazienza di un predatore che ha appena deciso di reclamare il suo premio più prezioso.
E giù nella valle, Victoria dormiva sognando una melodia oscura, ignara che l'invito che avrebbe ricevuto l'indomani non era solo per una cena, ma per l'inizio di una sinfonia di possesso che avrebbe cambiato per sempre il destino di Hat Island.