L'ombra delle stelle
Sinfonia di Seta e Furore
Il silenzio nello studio di Lord Black Hat non era mai un’assenza di suono, ma una presenza palpabile, densa come catrame. Era il respiro dell’oscurità stessa, un coro muto di mille anime dannate che tacevano per timore di disturbare il loro monarca. Lui sedeva dietro la scrivania di ebano, la schiena dritta come una lama, immerso in una penombra che sembrava scaturire direttamente dalle sue spalle.
Davanti a lui fluttuavano schermi olografici che mostravano grafici di borsa e rapporti di fallimenti di villain incompetenti, ma la sua mente millenaria era altrove. Il monocolo rifletteva una luce azzurrina e sinistra, mentre le sue dita guantate picchiettavano ritmicamente sul pomello d'oro del bastone. Ogni battito era un tormento. Da quando Victoria era entrata nella sua orbita, l'aria della Villa sembrava impregnata del suo odore: rose selvatiche, sapone di Marsiglia e quella vitalità vibrante che era un insulto alla sua natura cinerea.
Egli sentiva il bisogno di lei come una fame atavica, un prurito sotto la pelle grigia che nessun potere cosmico poteva grattare via. Era un gentiluomo, sì, ma era anche un mostro, e la pazienza del mostro stava finendo.
— Layla — chiamò, la voce che scivolò nell’aria come un rasoio sulla seta.
Dalle ombre dell'angolo più buio della stanza emerse una figura fluida, una massa di carne e magia capace di riflettere le brame di chi la guardava. La Ninfa Metamorfa si inchinò, la sua forma ancora indistinta.
— Mio Signore — mormorò la creatura, la sua voce un sussurro che cambiava tono a ogni sillaba. — Siete insolitamente impaziente questa notte. Quale forma deve assumere il mio corpo per placare la vostra ira?
Black Hat si alzò, torreggiando su di lei. La sua aura di puro male era così densa da rendere l'aria quasi irrespirabile. Si avvicinò a Layla, afferrandole il mento con le dita guantate. Gli occhi del Lord erano fessure di fuoco verde.
— Non chiedermelo — disse lui, la voce vibrante di una minaccia eccitata. — Guarda dentro di me. Prendi ciò che mi tormenta. Diventa l'ossessione che mi sta consumando i nervi e trasformala in qualcosa che io possa... distruggere.
Layla chiuse gli occhi e un brivido percorse il suo corpo fluido. Iniziò a mutare. La sua pelle cambiò consistenza, diventando pallida e delicata; i suoi capelli si accorciarono e si arricciarono in una massa voluminosa e scura; il suo viso si ammorbidì, gli occhi divennero grandi e castani, carichi di una finta innocenza. In pochi istanti, davanti a Black Hat non c'era più una ninfa, ma il simulacro perfetto di Victoria.
L'autocontrollo di Black Hat si spezzò come vetro sotto un maglio.
— Victoria... — sibilò, e il nome non era più un comando, ma un'invocazione carica di una lussuria disperata.
Si avventò su di lei con una foga che non aveva nulla della nobiltà vittoriana. La trascinò verso il grande divano di velluto rosso, le mani che cercavano la carne con una bramosia che rasentava la follia. Quando le sue dita artigliate incontrarono la pelle calda del simulacro, un gemito animalesco gli sfuggì dalle labbra.
— Credi di poter entrare nella mia testa e restarne impunita? — sussurrò contro il collo della ninfa, mentre le strappava il vestito con una violenza che non ammetteva repliche. — Credi che il tuo canto mi renda debole? Ti prenderò finché di quella tua luce non resterà che cenere.
La ninfa, interpretando perfettamente il ruolo, rispose con un gemito sommesso, avvolgendo le braccia attorno al collo del Signore del Male. Black Hat la spinse contro lo schienale del divano, le sue labbra che cercavano quelle della creatura con una fame distruttiva. Non era un bacio di conforto, era una dichiarazione di guerra.
Con un movimento brusco, la fece voltare, costringendola a poggiare i palmi contro il velluto. La prese da dietro con una ferocia devastante, ogni spinta era un atto di possesso, un tentativo di esorcizzare la vera Victoria attraverso quel corpo sostitutivo.
— Sei mia — ringhiò lui, affondando il viso tra i ricci della creatura. — Ogni nota che emetti, ogni respiro che prendi su quest'isola appartiene a me. Ti schiaccherò sotto il peso del mio desiderio finché non implorerai di essere consumata.
Le ombre nella stanza sembravano danzare al ritmo frenetico dei loro corpi. Black Hat aveva perso ogni parvenza di contegno. Sussurrava oscenità che non avrebbe mai osato pronunciare da lucido, pensieri nascosti che emergevano dalle profondità del suo essere antico come mostri marini.
— Vorrei strapparti l'anima attraverso quella bocca che canta così bene — ansimò, mentre le sue mani stringevano i fianchi del simulacro con una forza che avrebbe spezzato le ossa di una mortale. — Vorrei che i tuoi occhi vedessero solo il mio buio, che il tuo cuore battesse solo per il terrore e il piacere che io decido di darti.
Non soddisfatto, la sollevò di peso e la trascinò verso la scrivania di ebano. Spazzò via con un braccio pile di documenti e monitor olografici, facendoli schiantare al suolo. Vi adagiò sopra la ninfa, aprendole le gambe con una decisione brutale.
Egli si inginocchiò tra le sue cosce, banchettando tra i suoi segreti come un predatore affamato. Divorava la sua femminilità con una lingua esperta e crudele, immaginando che fosse davvero lei, la dolce Victoria, a sussultare sotto il suo tocco. Voleva conoscere ogni centimetro di quel corpo, voleva che il piacere della ragazza fosse un altro debito che lei avrebbe dovuto pagargli per l'eternità.
— Quando sarai mia moglie — mormorò lui tra un ansito e l'altro, alzando lo sguardo verso il simulacro che tremava sotto di lui — non ci saranno più muri, né leggi, né padri a proteggerti. Sarai la mia regina di fango e seta. Ti vestirò d'oro e ti coprirò di catene invisibili, e ogni notte sarà come questa, un banchetto di carne e peccato.
La ninfa emise un grido di piacere che risuonò nelle volte alte dello studio, e Black Hat si rialzò, la sua figura imponente che proiettava un'ombra che sembrava soffocare la stanza. La fece sedere sul bordo della scrivania e la costrinse a cavalcarlo, le sue mani che guidavano i fianchi di lei con una cadenza implacabile.
— Guarda cosa mi hai fatto — sibilò, afferrandola per i capelli e costringendola a guardarlo negli occhi. — Io, che ho governato universi, ridotto a bramare il calore di una piccola creatura come te. Ma non temere, Victoria. Ti insegnerò come si ama un mostro. Ti insegnerò che non c'è paradiso più dolce dell'inferno che creerò per noi due.
La fece voltare di nuovo, questa volta schiacciandola contro la fredda parete di marmo. Il contrasto tra il marmo gelido e il calore del simulacro sembrava eccitarlo ancora di più. La prese con una violenza che rasentava l'odio, eppure le sue parole erano intrise di una devozione malata.
— Sarai la nota finale della mia esistenza — ansimò, mentre raggiungeva l'apice per l'ennesima volta, la sua essenza oscura che fluiva dentro la ninfa come un torrente nero. — Ti spoglierò di ogni tua certezza, ti toglierò persino il nome, finché non rimarrà nulla se non il riflesso del mio desiderio nei tuoi occhi.
Quando le prime luci livide dell'alba iniziarono a filtrare dalle vetrate, Black Hat si staccò finalmente dal corpo esausto della ninfa. Layla riprese lentamente la sua forma originale, una massa grigiastra e tremante, incapace di sostenere ulteriormente l'intensità di quell'incontro.
Il Lord si alzò, sistemandosi i vestiti con una calma che strideva violentemente con la brutalità della notte appena trascorsa. Il suo volto era di nuovo una maschera di fredda nobiltà, ma i suoi occhi conservavano una scintilla di quella follia che lo aveva guidato.
— Andatevene — disse freddamente, senza guardare la creatura sul divano. — E non fate parola con nessuno di ciò che è accaduto qui. Se una sola sillaba dovesse sfuggire alle vostre labbra, vi trasformerò in un tappeto di carne per il mio ingresso.
Layla scivolò via nell'ombra, sparendo in un istante.
Black Hat rimase solo nel silenzio dello studio, che ora puzzava di sesso, potere e disperazione. Si avvicinò allo specchio, osservando il suo riflesso. Non si sentiva purificato. La distrazione momentanea non aveva fatto altro che rendere l'ossessione più reale, più tangibile.
Aveva assaggiato l'ombra di Victoria, e ora la vera ragazza non gli sarebbe più bastata come semplice residente o intrattenimento.
Si diresse verso la scrivania e aprì il cassetto segreto. Prese il pizzo bianco di lei, che ora appariva quasi grigio nella luce sporca dell'alba. Se lo portò al naso, cercando il profumo originale di lei, ma sentì solo l'odore della ninfa e del suo stesso desiderio.
— Il simulacro non basta più — sussurrò, e la sua voce era di nuovo quella del Conte della Rovina, ferma e assoluta. — La realtà dovrà piegarsi alla mia volontà.
Uscì dal suo studio e chiamò Flug attraverso il citofono.
— Flug. Assicuratevi che i preparativi per l'udienza di stasera siano perfetti. E trovate un modo per farle recapitare un invito formale per una cena privata. Voglio che risalti contro l'oscurità della mia tavola.
Mentre si dirigeva verso le sue stanze private per prepararsi, Lord Black Hat sentiva il proprio cuore pulsare con una determinazione nuova. La notte di lussuria lo aveva reso consapevole di una verità che non poteva più ignorare: non voleva solo la voce di Victoria. Voleva tutto di lei.
Voleva che la realtà superasse la fantasia, e su Hat Island, la volontà di Black Hat era l'unica legge che contava.
Dall'altra parte dell'isola, Victoria si svegliò con un sussulto, sentendo un brivido improvviso nonostante le coperte. Si toccò il petto, dove il cuore batteva accelerato, come se avesse corso per chilometri in un sogno che non riusciva a ricordare. Guardò verso la Villa, che emergeva dalla nebbia mattutina come un dente nero, e provò un brivido di inspiegabile timore.
Non sapeva che il Signore dell'Isola l'aveva già posseduta mille volte tra le ombre della sua mente, e che la serata che la attendeva sarebbe stata solo l'esecuzione di una sinfonia già scritta nel sangue e nel desiderio più oscuro.