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L'ombra delle stelle

Il Banchetto dell’Eclissi e il Canto del Desiderio

Il ticchettio dell’orologio a pendolo nella sala da pranzo risuonava come il battito di un cuore metallico, un’eco implacabile che scandiva l’attesa. Lord Black Hat sedeva a capotavola, la schiena dritta, le mani guantate incrociate sopra il pomello d’oro del suo bastone. La tavola era un deserto di mogano lucido, apparecchiata con porcellane finissime dai bordi dorati e cristalli che riflettevano la luce tremolante dei candelabri di ossidiana.

Egli era l’incarnazione della compostezza vittoriana. Ogni piega del suo cappotto nero, ogni capello perfettamente in ordine sotto il cappello a cilindro, trasmetteva un’immagine di potere assoluto e distaccato. Eppure, sotto quella superficie di ghiaccio nero, un incendio divampava. I pensieri della notte precedente, la lussuria sfrenata consumata con il simulacro di Layla, bruciavano ancora come braci vive nei recessi della sua anima antica.

Le porte doppie della sala si aprirono con un soffio di vento gelido.

— La signorina Victoria, Milord — annunciò la voce tremante di Flug, prima che lo scienziato sparisse nelle ombre del corridoio.

Black Hat non si alzò. Non era nel suo stile concedere tali cortesie a un mortale, ma i suoi occhi, affilati come lame di rasoio, si posarono su di lei con una voracità che avrebbe dovuto terrorizzarla.

Victoria avanzò con passi incerti, il rumore dei suoi piccoli tacchi sul pavimento di marmo era l’unica nota discordante in quel silenzio solenne. Indossava un abito bianco, proprio come lui aveva ordinato. Era di una semplicità disarmante: uno scollo tondo che rivelava la curva delicata delle clavicole, maniche lunghe velate che accarezzavano le braccia come nebbia mattutina e una gonna che si fermava alle ginocchia, svelando gambe dalla pelle di seta. I suoi voluminosi capelli ricci erano raccolti in uno chignon morbido, ma alcune ciocche ribelli erano sfuggite, incorniciandole il viso dolce e carezzandole le guance scaldate da un rossore timido.

*Piccola, insignificante creatura,* pensò Black Hat, mentre un brivido di possesso gli percorreva la spina dorsale. *Così bianca, così pura in questa tana di lupi. Sembra un agnello che cammina volontariamente verso l'altare del sacrificio.*

— Siete in orario, Victoria — disse lui, la voce profonda e graffiante che sembrava vibrare nelle ossa della ragazza. — Accomodatevi. La puntualità è la cortesia dei re e la necessità dei sudditi.

Victoria si sedette all’altro capo del lungo tavolo, sentendosi minuscola sotto lo sguardo di quell’essere. — Grazie, Milord. Vi confesso che... non mi aspettavo un invito simile. Sono onorata, sebbene un po' confusa.

Un sorriso sottile, quasi impercettibile, piegò le labbra di Black Hat. — La confusione è spesso l’inizio della saggezza, o almeno della curiosità. E io trovo la vostra presenza... curiosamente necessaria per l’equilibrio estetico di questa serata.

I servitori-ombra, creature fluide e silenziose, iniziarono a servire le portate. Non erano i soliti intrugli di Flug; era un banchetto degno di un imperatore. Ostriche servite su ghiaccio tritato che brillava come diamanti, vellutate di asparagi selvatici, carni prelibate marinate in vini millenari.

Black Hat osservava ogni movimento di lei. Il modo in cui portava il cucchiaio alle labbra piene, la grazia con cui si puliva gli angoli della bocca con il tovagliolo di lino. Ogni suo gesto alimentava in lui un turbine di pensieri proibiti. Immaginava di strappare quel velo bianco dalle sue braccia, di sentire il calore di quella pelle contro i suoi artigli gelidi, di vedere se quel rossore sulle guance si sarebbe intensificato sotto il peso della sua dominazione.

Voleva venerarla come una reliquia sacra e, allo stesso tempo, profanarla con la furia di un uragano.

— Ditemi, Victoria — esordì lui, sorseggiando un vino rosso così scuro da sembrare sangue rappreso. — Cosa pensa una studentessa del conservatorio di un luogo come questo? Trovate che l’oscurità di Hat Island sia un ostacolo alla vostra arte, o forse, come sosteneva Baudelaire, credete che il genio sia nient’altro che l’infanzia ritrovata per volontà, un’infanzia ora dotata, per esprimersi, di organi virili e dello spirito analitico che le permette di ordinare la somma di materiali involontariamente accumulati?

Victoria rimase un momento in silenzio, sorpresa dalla coltezza della citazione. — Credo che l’oscurità non sia un ostacolo, Milord. La musica ha bisogno delle ombre per risaltare. Senza il silenzio del vuoto, la nota più alta non avrebbe valore. Ma Baudelaire parlava anche di fiori del male... e io mi chiedo se si possa coltivare la bellezza senza essere consumati dal terreno in cui cresce.

Black Hat inclinò leggermente il capo, colpito dalla risposta. — Una riflessione acuta. Ma ricordate che il terreno più fertile è spesso quello concimato dalla decomposizione. La tragedia, il dolore, la sottomissione... sono questi i veri catalizzatori della grandezza. Mozart non avrebbe scritto il suo Requiem senza l’ombra della morte che gli alitava sul collo.

— Ma Mozart cercava la luce, anche nel Requiem — ribatté lei, trovando un briciolo di audacia. — C’è una speranza divina in quelle note. Qui, su quest’isola... a volte sembra che la speranza sia un lusso proibito.

— La speranza è un’illusione per i deboli, Victoria — mormorò lui, e per un istante i suoi occhi brillarono di una luce predatoria. — Qui offriamo qualcosa di molto più tangibile: la verità. La verità della forza, la verità del desiderio che non conosce confini. Non trovate che ci sia una certa... onestà, nel modo in cui l'oscurità rivendica ciò che le appartiene?

*Proprio come io rivendicherò voi,* pensò, mentre la sua mente visualizzava Victoria incatenata non da catene di ferro, ma dalla sua stessa volontà, piegata sul tavolo tra i cristalli infranti, mentre lui le insegnava il vero significato della parola "appartenenza". La lussuria gli artigliava lo stomaco, un desiderio affamato di divorare non solo il suo corpo, ma la sua anima solare, di tingerla di nero finché non fosse diventata lo specchio della sua stessa malvagità.

Victoria abbassò lo sguardo, turbata dall’intensità di quel discorso. Il trucco leggero metteva in risalto la profondità dei suoi occhi marroni, che ora apparivano lucidi, quasi acquosi. — Siete un uomo molto sapiente, Lord Black Hat. Le vostre parole sono come un labirinto. È facile perdervisi.

— Perdersi può essere un’esperienza deliziosa, se la guida è adeguata — rispose lui, la voce che scendeva di un’ottava, diventando una carezza pericolosa. — Molti temono l'abisso perché hanno paura di cadere. Ma pochi comprendono che l'abisso può essere un letto soffice, se si accetta di chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

Egli iniziò a parlare della storia della musica, citando trattati medievali sul *diabolus in musica*, discutendo della struttura matematica delle fughe di Bach e della passione distruttiva di Wagner. Parlava con una dialettica arcaica e nobiliare, ammaliandola con la sua erudizione, tessendo una ragnatela di parole che avvolgeva la ragazza come seta.

Victoria lo ascoltava rapita. Nonostante il terrore che quell’uomo le incuteva, non poteva fare a meno di sentirsi affascinata. C’era una maestosità tragica in lui, una solitudine antica che risuonava con la sua sensibilità artistica.

— Mi sento così piccola quando parlate — confessò lei a metà cena, mentre i servitori portavano il dessert: una mousse di cioccolato fondente guarnita con foglie d’oro commestibile. — Come se la mia intera vita fosse solo una nota breve in una sinfonia che dura da millenni.

— Lo è, Victoria — rispose lui, alzandosi lentamente dalla sedia. — Ma anche la nota più breve può cambiare l’intero senso di una composizione, se posizionata nel momento giusto.

Egli camminò lungo il tavolo, avvicinandosi a lei. Il suo portamento era regale, intimidatorio. Victoria trattenne il respiro, sentendo l’aura di freddo glaciale che lo precedeva. Quando le fu vicino, Black Hat si chinò leggermente, portando una mano guantata verso il viso di lei.

Con estrema lentezza, sfiorò con il dorso del dito artigliato quel riccio che le carezzava la guancia. Il contrasto tra la seta nera del guanto e la pelle calda di lei era quasi insopportabile per entrambi.

*Così fragile,* pensò lui, mentre una tempesta di desideri violenti gli scuoteva l'anima. *Basterebbe una pressione appena maggiore per spezzare questo collo aggraziato. Ma non voglio spezzarvi. Voglio che diventiate il mio strumento preferito. Voglio suonare su di voi melodie che nessun mortale ha mai osato concepire.*

— Avete del cioccolato... qui — mormorò lui, la voce ridotta a un soffio graffiante.

Invece di usare un tovagliolo, egli usò il pollice guantato per sfiorarle l’angolo del labbro inferiore. Victoria sussultò, ma non si ritrasse. I suoi occhi cercarono quelli di lui, incontrando un vuoto cosmico che sembrava volerla risucchiare. In quel momento, la ragazza sentì un’attrazione oscura, una vertigine che non aveva nulla a che fare con la ragione.

Black Hat rimosse la mano, ma rimase vicinissimo a lei. Poteva sentire il profumo di lei — rose e giovinezza — mescolarsi all’odore di incenso e carta antica che emanava dai suoi abiti. La voglia di afferrarla per quello chignon elegante e costringerla a guardarlo mentre le dichiarava la sua eterna dannazione era quasi incontrollabile.

— La cena è terminata, Victoria — disse infine, riprendendo la sua maschera di distacco. — Ma la nostra conversazione è appena iniziata. Trovo che la vostra voce non sia l’unica cosa preziosa che possedete. Avete uno spirito che... invita allo studio.

Victoria si alzò, le gambe che le tremavano leggermente. — Grazie per la serata, Milord. Io... credo di dover tornare a casa. Mio padre sarà preoccupato.

— Ah, sì. Il buon Whitenights — disse Black Hat con una punta di disprezzo. — Un uomo dai limiti evidenti, ma fortunato nella sua discendenza. Non temete, un’ombra lo ha già informato che siete sotto la mia protezione per la serata. È al sicuro, finché voi sarete... collaborativa.

Quella parola, *collaborativa*, risuonò come un avvertimento.

— Vi farò riaccompagnare — continuò lui, facendole cenno di precederlo verso la porta. — Ma ricordate ciò che abbiamo detto sulla musica e sulle ombre. Non abbiate paura del buio che vi circonda, Victoria. È l’unico luogo dove la vostra luce può brillare davvero senza accecare nessuno.

Mentre lei si allontanava lungo il corridoio, seguita da un servitore silenzioso, Black Hat rimase sulla soglia della sala da pranzo. La guardò sparire nell’oscurità, il suo abito bianco che sembrava un fantasma di purezza che abbandonava il suo regno.

Si riportò alla bocca il guanto con cui le aveva sfiorato le labbra, inalando l’essenza di lei che vi era rimasta impigliata.

— Presto, piccola bambina — sussurrò nel silenzio della Villa. — Presto non ci saranno più tavoli a dividerci, né veli a proteggervi. Diventerete la mia sinfonia privata, e vi assicuro che il finale sarà... indimenticabile.

Egli tornò nel suo studio, la mente già intenta a pianificare la prossima mossa. Quella cena era stata solo l'ouverture. La vera opera, quella fatta di sottomissione, lussuria e potere assoluto, stava per iniziare. E Lord Black Hat, il Dio dei Villain, non aveva mai accettato un bis: voleva l'esecuzione perfetta, al primo colpo.