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Il Giardino di Spine e la Danza delle Ombre

Il sole di Velaris non era come quello delle terre umane. Era più vivido, più audace, quasi arrogante nella sua bellezza. Per Elara, quel calore era un insulto costante alla freddezza che le scorreva nelle vene, un residuo di quella morte che Amarantha le aveva cucito addosso come un vestito troppo stretto.

Si trovava sul campo d’allenamento, il respiro corto e i polmoni che bruciavano. Di fronte a lei, Azriel non sembrava nemmeno aver iniziato a sudare. Le sue ali erano immobili, una macchia di oscurità assoluta contro il cielo terso del mattino.

— Sei lenta, Elara. Stai pensando troppo — disse lui, la voce piatta e priva di giudizio.

— Penso a quanto vorrei colpirti — ribatté lei, asciugandosi il sudore dalla fronte con il dorso della mano.

— Allora fallo. Ma non farlo con il corpo. Fallo con l'intento.

Elara ringhiò, lanciandosi di nuovo in avanti. Non era una guerriera addestrata, ma la sua velocità era aumentata vertiginosamente da quando la trasformazione l’aveva colpita. Cercò di colpire Azriel al fianco, ma lui ruotò su se stesso con una fluidità che la fece infuriare. La rabbia, calda e viscerale, esplose nel suo petto.

Improvvisamente, l'aria intorno a lei si fece densa. Non era vento, era qualcosa di più pesante, come piombo liquido. Un’ondata di energia violacea scaturì dalle sue nocche proprio mentre Azriel parava il colpo. L’impatto fu così forte che il Cantore delle Ombre dovette fare un passo indietro per non perdere l'equilibrio.

Elara si fermò, guardandosi le mani che tremavano. Il viola pulsava sotto la sua pelle, seguendo il ritmo frenetico del suo cuore.

— Ecco — mormorò Azriel, raddrizzandosi. — La tua magia non è un serbatoio a cui attingere, Elara. È uno specchio. Riflette ciò che provi. Se provi odio, lei distrugge.

— È pericolosa — disse lei, la voce che tremava. — Io sono pericolosa.

— Tutti qui lo siamo. La differenza sta nel guinzaglio che decidiamo di metterci.

Azriel si avvicinò, ma non per confortarla. Prese una delle sue mani, costringendola a guardare il potere che ancora vorticava intorno alle sue dita.

— Quando la rabbia sale, non cercare di soffocarla. Indirizzala. Immagina che sia una lama, non un'esplosione. Una lama può essere controllata. Un'esplosione distrugge anche chi la innesca.

Elara annuì lentamente, cercando di regolarizzare il respiro. Sentiva il potere ritirarsi, tornando a nascondersi nelle profondità delle sue ossa, lasciandola svuotata e stanca. Era quel vuoto che temeva di più, perché era lì che i ricordi della Corte della Primavera e del buio Sotto la Montagna tornavano a galla.

— Per oggi basta — dichiarò Azriel. — Vai a mangiare. E questa volta, cerca di non ignorare il vassoio.

Elara non rispose, limitandosi a voltarsi e a incamminarsi verso la Casa del Vento. Odiava il fatto che lui avesse ragione. Odiava il fatto che lui notasse tutto.

Entrando nel grande salone, il profumo di agrumi e cannella la colpì come uno schiaffo. Morrigan era lì, seduta vicino alla grande vetrata, intenta a leggere un libro. Elara si irrigidì immediatamente, cercando di scivolare via verso le scale senza farsi notare.

— C’è del pane appena sfornato in cucina, Elara. E del miele selvatico — disse Mor, senza alzare gli occhi dalle pagine.

Elara si fermò, le dita che si conficcavano nei palmi. — Non ho bisogno che tu mi faccia da balia, Morrigan.

Mor sospirò, chiudendo il libro e posandolo sulle ginocchia. Il suo viso era stanco, le occhiaie appena visibili nonostante la sua bellezza immortale. — Non ti sto facendo da balia. Sto solo dicendo che il cibo è lì se lo vuoi.

— Risparmiati queste attenzioni — sputò Elara, voltandosi finalmente a guardarla. — Pensi che basti un vassoio di cibo per cancellare il fatto che mi hai lasciata a marcire? Pensi che se mi porti una coperta di notte, io dimenticherò il freddo di quella cella dove Tamlin mi ha rinchiusa mentre tu portavi via Feyre?

Mor si alzò, il suo vestito di seta rossa che frusciava sul pavimento. — Non è mai stata mia intenzione lasciarti lì. Il patto di Rhysand era specifico...

— Il patto, certo! — Elara rise, un suono aspro che fece vibrare i cristalli del lampadario. — Sempre i patti. Sempre le regole dei Signori Supremi. Ma tu avevi una scelta, Morrigan. Potevi tornare. Potevi convincerlo. Ma io ero solo l’amica umana, vero? Un danno collaterale accettabile.

— Non è vero e lo sai — disse Mor, facendo un passo avanti, la voce rotta da un’emozione che Elara non voleva riconoscere. — Mi tormenta ogni singolo giorno. Vederti così... spezzata...

— Non guardarmi — ringhiò Elara. — Non osare guardarmi con pietà. Preferirei che mi odiassi. Preferirei che mi cacciassi via. Ma non guardarmi come se fossi un uccellino ferito che hai dimenticato di raccogliere dalla strada.

Il potere di Elara reagì di nuovo. Le ombre ai piedi di Mor iniziarono a contorcersi, allungandosi come artigli verso i piedi della Fae bionda. Non era la rabbia distruttiva che aveva mostrato ad Azriel; era un dolore cupo, una sofferenza che cercava di trascinare tutto nel baratro con sé.

Mor non indietreggiò. Rimase ferma, guardando con orrore e tristezza l'oscurità che strisciava verso di lei. — Elara, fermati. Ti stai facendo del male.

— Tu non sai niente del mio male! — gridò Elara.

Un’improvvisa ventata d’aria gelida attraversò la stanza e Azriel apparve tra le due donne, le sue ombre che intercettavano quelle di Elara, neutralizzandole con una pressione ferma.

— Elara, respira — ordinò Azriel, la voce bassa ma autoritaria.

Lei lo guardò, gli occhi ambra che brillavano di una luce innaturale. Vedere Azriel proteggere Mor — o proteggere lei da se stessa — fu la goccia che fece traboccare il vaso. Senza dire una parola, Elara si scostò e corse su per le scale, chiudendosi nella sua stanza e spingendo il catenaccio con una forza tale da far tremare la porta.

Si rannicchiò contro il legno, premendosi le mani sulle orecchie. Voleva che il silenzio tornasse a regnare. Voleva non sentire il battito del proprio cuore, che le ricordava costantemente di essere viva in un mondo che non voleva.

Qualche ora dopo, il silenzio fu interrotto da un leggero rumore metallico fuori dalla porta. Elara non si mosse. Sapeva cos’era.

Aspettò che i passi si allontanassero prima di aprire la porta di pochi centimetri. Sul pavimento c’era un vassoio. Zuppa calda, pane, e una tazza di infuso profumato. Accanto al piatto, un piccolo rametto di gelsomino stellato.

Elara fissò il fiore con un odio che le faceva male ai denti. Mor. Era stata di nuovo lei. Quella gentilezza silenziosa era peggio di qualsiasi insulto. Era un promemoria costante di quanto Elara fosse diventata dipendente dalla carità di persone che disprezzava.

Prese il vassoio e lo portò dentro, ma non mangiò. Si sedette alla finestra, guardando Velaris che si accendeva di mille luci. La città era un gioiello, ma per lei era solo una gabbia più grande, con sbarre fatte di stelle anziché di marmo bianco.

— Non puoi restare qui per sempre — disse una voce dalle ombre dell’angolo.

Elara non sussultò. Sapeva che Azriel era lì. — Posso provarci.

Lui emerse dall’oscurità, sedendosi sulla panca di pietra opposta alla sua. — Feyre piange ogni volta che sente il tuo nome. Dice che preferirebbe che tu le urlassi contro piuttosto che questo silenzio.

— Feyre ha ottenuto tutto quello che voleva — rispose Elara, la voce piatta. — Ha un compagno che la adora, poteri che tutti rispettano, una famiglia che la protegge. Io ho solo questo — indicò le proprie mani — e il ricordo di come urla una persona quando Amarantha decide che deve morire di nuovo.

— Anche Feyre è morta Sotto la Montagna, Elara.

— Ma lei è tornata intera. Io sono tornata... sbagliata.

Azriel la osservò a lungo. Le sue ombre danzavano intorno a lui, sussurrandogli segreti che lei non poteva sentire. — Non sei sbagliata. Sei solo in trasformazione. Quello che senti — la rabbia, il dolore — non è il tuo nemico. È il tuo carburante. Ma devi decidere dove vuoi andare.

— Non c’è nessun posto dove andare, Azriel. Non appartengo più al mondo umano e qui sono solo un fantasma.

— Allora sii un fantasma che impara a combattere — disse lui, alzandosi. — Domani mattina. Non mancare. E Elara...

Lei alzò lo sguardo.

— Mor non ti guarda con pietà. Ti guarda come si guarda qualcuno che è sopravvissuto all'inferno e non sa ancora di avere il fuoco dentro di sé. Smetti di punirla per il fatto di essere rimasta in piedi quando tu sei caduta.

Azriel svanì prima che lei potesse rispondere, lasciando dietro di sé solo l’odore di pioggia e nebbia.

Elara rimase sola con il suo vassoio intatto e il gelsomino che appassiva lentamente. Prese il fiore tra le dita, stringendolo finché i petali non furono ridotti in poltiglia. Il potere viola scintillò per un istante tra le sue nocche, consumando i resti del gelsomino fino a ridurli in cenere.

Non era pronta a perdonare. Forse non lo sarebbe mai stata. Ma mentre si sdraiava sul letto, chiudendo gli occhi contro la luce delle stelle, Elara sentì una piccola, minuscola scintilla di determinazione.

Se doveva essere un mostro, se doveva essere l’ombra in quella città di luce, allora sarebbe stata la più letale di tutte. Non per Feyre, non per Rhysand, e certamente non per Morrigan.

Lo avrebbe fatto per se stessa. E forse, solo un po’, per l’unico uomo che non aveva cercato di aggiustarla, ma solo di insegnarle a impugnare i propri pezzi rotti come se fossero armi.

Il mattino seguente, Elara fu la prima ad arrivare sul campo d’addestramento. Quando Azriel arrivò, la trovò che stava già colpendo il sacco di sabbia con una ferocia che faceva sanguinare le nocche.

Lui non disse nulla. Si limitò a togliersi la giacca e a mettersi in posizione.

— Di nuovo — disse Azriel.

Ed Elara colpì. Questa volta, non cercò di trattenere l'oscurità. La lasciò scorrere, una lama viola che fendeva l'aria, pronta a rivendicare il proprio posto in quel mondo di immortali.

Lontano, sul balcone della Casa del Vento, Feyre e Morrigan guardavano la scena in silenzio.

— Ci odia ancora — sussurrò Feyre, asciugandosi una lacrima solitaria.

Mor strinse il parapetto, le nocche bianche. — Sì. E ha ogni ragione per farlo. Ma guarda come combatte, Feyre. Non è più la ragazza che abbiamo lasciato nella Corte della Primavera.

— No — rispose Feyre, con un misto di orgoglio e dolore. — È qualcosa di molto più potente. E prego gli dei che, quando arriverà il momento, saremo dalla stessa parte della sua lama.

Sotto di loro, nel cortile, Elara riuscì finalmente a sfiorare il petto di Azriel con un colpo intriso di magia. Lui barcollò, un piccolo sorriso quasi invisibile che gli increspava le labbra.

— Meglio — disse il Cantore delle Ombre. — Molto meglio.

Elara non sorrise di rimando, ma per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, il vuoto nel suo petto non sembrò così profondo. Era ancora pieno di spine, ma ora sapeva come usarle per pungere chiunque avesse osato avvicinarsi troppo.

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