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L'Eclissi dell'Anima e il Vincolo delle Spine
Il crepuscolo stava avvolgendo Velaris in una coltre di zaffiro e oro, ma all’interno della Casa del Vento l’atmosfera era tutt’altro che serena. La cena era iniziata da pochi minuti e la tensione, come sempre, era una corda di violino tesa fino al punto di rottura. Elara sedeva al bordo del tavolo, il corpo rigido e gli occhi fissi sul piatto, ignorando deliberatamente il modo in cui Feyre cercava di incrociare il suo sguardo.
Rhysand parlava a bassa voce con Cassian di movimenti sospetti lungo il confine settentrionale, mentre Azriel, seduto accanto a Elara, era insolitamente silenzioso, le sue ombre che si agitavano inquiete dietro le sue spalle come ali di falena.
Fu allora che accadde.
Il silenzio non fu rotto da un rumore, ma da una vibrazione. Un brivido freddo, innaturale, che non apparteneva alla brezza notturna di Velaris. Le luci dei lampadari a cristallo vacillarono, spegnendosi per un istante prima di riaccendersi con una luce fioca e malata.
— Qualcosa non va — disse Rhysand, alzandosi di scatto. La sua voce era un comando, il potere del Signore Supremo che già premeva contro le pareti della stanza.
Prima che chiunque potesse reagire, un’ombra si addensò al centro del salone. Non era l’oscurità vellutata di Azriel, ma una macchia d'inchiostro corrosivo. Un uomo, vestito con le armature di cuoio scuro tipiche dei predoni di Hybern, emerse dal nulla. Il suo viso era segnato da rune che brillavano di una luce cinerea.
— Un regalo dal Re — sibilò l'intruso.
Con un movimento fulmineo, l'uomo sollevò una mano. Un'ondata di potere magico, simile a una rete di ghiaccio nero, esplose verso Elara. Lei era l'anello debole, l'estranea, la creatura appena trasformata che ancora non sapeva chi fosse. La magia la colpì in pieno petto, immobilizzandola sulla sedia.
In quel preciso istante, la realtà si spezzò.
Elara non vide più il salone. Non vide Azriel che estraeva Verità, né Cassian che si lanciava in avanti con un ruggito. Il marmo bianco della Casa del Vento divenne pietra umida e sporca di sangue. L'odore del gelsomino fu sostituito dal puzzo di putrefazione e incenso stantio.
— Bentornata, piccola umana — sussurrò una voce che non avrebbe mai dovuto sentire di nuovo.
Amarantha.
Elara sentì le catene invisibili stringersi intorno ai suoi polsi. Sentì il freddo delle dita della regina dei Fae che le accarezzavano il collo, lì dove la pelle era più sottile. Il terrore, quello puro, primordiale, che aveva cercato di seppellire sotto strati di odio, esplose come un vulcano.
— No... — gracchiò lei, ma la sua voce era quella di una ragazza morente Sotto la Montagna. — No, ti prego...
— Elara! Guardami! — la voce di Azriel giunse da chilometri di distanza, attutita da muri di disperazione.
Ma Elara non poteva sentirlo. Non sentiva nessuno. Sentiva solo il bisogno disperato di distruggere le mura che la stavano schiacciando, di bruciare le mani che cercavano di toccarla. Il potere che Amarantha le aveva donato, quella magia oscura nata dalla morte, reagì al suo panico.
La Casa del Vento tremò violentemente. Un boato sordo scosse le fondamenta, e le enormi vetrate che davano su Velaris esplosero verso l'esterno, trasformandosi in una pioggia di diamanti affilati.
— Indietro! — ordinò Rhysand, la sua voce risuonava come un tuono. — Sta perdendo il controllo!
Dalle dita di Elara iniziarono a sprigionarsi viticci di un fumo violaceo e nero, così denso da sembrare solido. La magia si arrampicò sulle pareti, incrinando il marmo e spegnendo ogni fonte di luce. L'aria divenne pesante, satura di un'energia che toglieva il respiro, rendendo quasi impossibile persino per i Fae più potenti restare in piedi.
Rhysand provò a entrare nella sua mente, un tentativo disperato di calmarla, ma fu respinto con una violenza tale da farlo barcollare. Il suo scudo mentale, solitamente impenetrabile, fu colpito da un'ondata di puro dolore e odio grezzo.
— È un labirinto di specchi rotti! — gridò Rhys, il sangue che gli colava dal naso. — Non riesco a prenderla!
Azriel cercò di avvicinarsi, le sue ombre che lottavano contro la marea violacea, ma ogni passo che faceva sembrava alimentare il panico di Elara. Per lei, chiunque cercasse di toccarla era un carnefice.
— Elara, fermati! Ti distruggerai! — urlò Cassian, tentando di contenerla fisicamente, ma un'esplosione di energia lo scagliò contro la parete opposta con la forza di un maglio.
In mezzo a quel caos di vetri infranti e oscurità pulsante, Morrigan rimase immobile. Il suo viso era pallido, ma i suoi occhi erano fissi su Elara. Non guardava il mostro che stava distruggendo la casa. Guardava la ragazza che annegava.
Mor fece un passo avanti.
— Mor, no! — gridò Feyre, cercando di trattenerla. — Ti ucciderà!
Morrigan si scrollò di dosso la mano di Feyre. Non usò la sua verità. Non usò il suo potere radioso. Si limitò a camminare, un passo dopo l'altro, attraverso la tempesta di magia oscura che stava lacerando la stanza. Ogni passo era una sfida al dolore. I viticci violacei le frustavano le braccia, tagliando la seta del vestito e la pelle sottostante, ma lei non rallentò.
— Elara — disse Mor. La sua voce era calma, un filo di seta in mezzo a un uragano.
Elara stava urlando ora, un suono straziante che non aveva nulla di umano. La sua magia stava creando un bozzolo di spine intorno a lei, una barriera di puro terrore.
Mor raggiunse il confine del bozzolo. Le sue mani iniziarono a sanguinare mentre scostava le proiezioni magiche.
— Guardami — disse Mor, arrivando a pochi centimetri dal viso di Elara.
Elara si voltò verso di lei, ma i suoi occhi ambra erano completamente neri, le pupille dilatate fino a cancellare l'iride. La sua mano si sollevò, pronta a scagliare un colpo letale contro il petto di Mor.
— Uccidimi, se è questo che serve a farti sentire al sicuro — sussurrò Mor, senza distogliere lo sguardo. — Ma guardami prima di farlo. Guarda chi hai davanti.
Morrigan fece l'unica cosa che nessuno aveva osato fare. Allungò le mani e prese il viso di Elara tra i palmi. Il contatto fu un'esplosione. Il potere di Elara cercò di bruciarla, di respingerla, di scavarle dentro per trovare un punto debole.
Elara cercò di divincolarsi, le sue dita che si conficcavano nei polsi di Mor fino a far uscire il sangue. — Lasciami! Lasciami, mostro!
— Non sono lei, Elara — disse Mor, e per la prima volta la sua voce tremò, ma non di paura. — Non sei nella cella. Sei a Velaris. Sei con me.
— Mi hai lasciata lì! — gridò Elara, e la magia intorno a loro divenne un vortice accecante.
— Lo so — rispose Mor, e le lacrime iniziarono a rigarle le guance, mescolandosi al sangue. — E mi dispiace così tanto. Mi dispiace per ogni secondo che hai passato in quel buio. Ma ora sono qui. E non me ne vado. Non devi combattere me, Elara. Non sono il tuo nemico.
Mor chiuse gli occhi e aprì le sue difese. Non cercò di dominare la magia di Elara; cercò di accoglierla. Le mostrò il proprio dolore, il ricordo di quando lei stessa era stata lasciata a morire in un bosco, con un chiodo di ferro nel ventre e il cuore a pezzi. Le mostrò che sapeva cosa significava essere traditi da chi avrebbe dovuto proteggerti.
Elara si irrigidì. Per un istante, il tempo sembrò fermarsi.
I suoi occhi neri incontrarono quelli marroni di Mor, carichi di una comprensione così profonda da risultare insopportabile. La barriera di odio che Elara aveva costruito intorno al suo cuore iniziò a incrinarsi.
— Mor... — sussurrò Elara, la voce che tornava a essere la sua.
In quel momento, la magia non esplose verso l'esterno. Implose.
L'oscurità violacea che aveva riempito la stanza fu risucchiata verso il centro, ma invece di tornare in Elara, fluì direttamente dentro Morrigan attraverso il contatto delle loro pelli. Fu un trasferimento violento, devastante.
Elara sentì un legame scattare, come una catena d'oro che si fondeva nel fuoco. Non era un legame fatto di parole o di promesse. Era qualcosa di antico, di viscerale, che affondava le radici nel midollo stesso delle loro anime.
Morrigan spalancò gli occhi, un grido soffocato che le morì in gola. Il potere di Elara le attraversò le vene come piombo fuso, portando con sé ogni grammo del dolore, della solitudine e della rabbia della ragazza.
Mor cadde in ginocchio, trascinando Elara con sé. Entrambe ansimavano, i corpi scossi da tremiti violenti. La Casa del Vento tornò improvvisamente silenziosa, fatta eccezione per il rumore dei vetri che scricchiolavano sotto il loro peso.
Elara si scostò bruscamente, barcollando, e dovette voltarsi per vomitare bile e terrore sul pavimento di marmo. Si sentiva come se qualcuno le avesse scorticato l'anima.
Intorno a loro, Rhysand, Azriel e Feyre erano immobili, le espressioni dipinte di uno shock che rasentava l'orrore. L'intruso di Hybern era sparito, probabilmente consumato o messo in fuga dall'esplosione magica iniziale, ma nessuno ci pensava più.
Morrigan era ancora a terra, le mani appoggiate al pavimento per sostenersi, i capelli biondi che le coprivano il viso. Quando rialzò lo sguardo, i suoi occhi brillarono per un istante della stessa luce violacea di Elara, prima di tornare normali.
Elara la guardò, il respiro ancora affannato, le labbra che tremavano. Sentiva Mor. Sentiva il battito del suo cuore nella propria testa. Sentiva il calore della sua pelle come se fosse la propria. E, cosa più terrificante di tutte, sentiva l'eco di un amore e di una protezione che non avevano alcuna logica.
— Cosa... cosa mi hai fatto? — sussurrò Elara, la voce carica di un nuovo tipo di paura.
Morrigan non rispose subito. Si alzò lentamente, con una grazia che sembrava spezzata. Si pulì il sangue dal viso con il dorso della mano, guardando Elara con un'intensità che fece arretrare la ragazza di un passo.
— Non l'ho fatto io — rispose Mor, la voce roca. — Lo ha fatto la magia. Lo ha fatto il destino.
Feyre si avvicinò cautamente, guardando prima l'una e poi l'altra. — Mor? Elara? Cosa è successo? Il legame... Rhys, tu l'hai sentito?
Rhysand annuì lentamente, il viso pallido. — È impossibile. Elara è nata umana... la trasformazione...
— Non è impossibile — intervenne Azriel, la sua voce profonda che tagliava il silenzio come una lama. Si era avvicinato a Elara, ma non cercò di toccarla. Il suo sguardo passò da lei a Mor, carico di una consapevolezza amara. — Le ombre lo sapevano. Sapevano che c'era un vuoto che cercava il suo incastro.
Elara scosse la testa, i capelli biondo-miele che le frustavano il viso. — No. No, io la odio. Lei mi ha lasciata lì. Non può essere. Io non voglio questo!
— Pensi che io l'abbia scelto? — chiese Mor, facendo un passo verso di lei. Non c'era rabbia nella sua voce, solo una stanchezza infinita. — Pensi che volessi sentire ogni tua ferita come se fosse la mia?
— Allora spezzalo! — gridò Elara. — Sei potente, no? Sei la Verità! Spezza questa cosa!
Mor fece un altro passo, finché non fu di nuovo di fronte a lei. Questa volta, Elara non scappò. Non poteva. Il legame la teneva ferma, un filo invisibile ma indistruttibile che la ancorava a quella donna.
— Non si può spezzare quello che le Madri hanno intrecciato nel buio, Elara — disse Mor a bassa voce, in modo che solo lei potesse sentirla. — Siamo compagne. Che tu mi odi o no, io sono tua. E tu sei mia.
Elara sentì le lacrime salirle agli occhi, ma questa volta erano lacrime di rabbia pura. Si voltò verso gli altri, verso Feyre che la guardava con una pietà che la faceva soffocare, verso Rhysand che già calcolava le implicazioni politiche di quell'unione.
— Non sarò mai tua — sputò Elara, rivolta a Mor. — Mi hai imprigionata di nuovo. Prima con il tuo abbandono, e ora con questo... questo trucco del destino.
Senza aspettare una risposta, Elara corse fuori dal salone, attraversando le rovine della stanza. Questa volta, Azriel non cercò di fermarla. Sapeva che non c'era nessun posto dove potesse scappare. Non si scappa da se stessi, e non si scappa da un compagno, specialmente quando il legame è nato dalle ceneri dell'odio.
Mor rimase sola al centro della stanza, circondata dai vetri rotti che riflettevano la luce delle stelle. Si guardò le mani insanguinate e sentì, nel profondo del suo petto, l'eco del pianto disperato di Elara che correva verso la sua stanza.
— Mor... — Feyre le mise una mano sulla spalla.
— Lasciami stare, Feyre — disse Mor, la voce priva di emozione. — Ha ragione lei. Le ho fatto un torto che nessuna eternità potrà riparare. E ora il mondo le ha dato la punizione definitiva: essere legata all'unica persona che non può sopportare di vedere.
Mor si voltò e uscì sul balcone, guardando verso le montagne innevate. Il legame pulsava, un dolore sordo e costante.
Non era l'inizio di una storia d'amore. Era l'inizio di una guerra. E Morrigan sapeva che, in quella guerra, non ci sarebbero stati vincitori, solo due anime spezzate che cercavano di non affogare nello stesso mare di ombre.