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Il Vincolo del Rancore e la Danza del Rifiuto
Il silenzio che seguì la rivelazione del legame nella Casa del Vento non era fatto di pace, ma di una pressione assordante, come quella che precede il crollo di una diga. Elara si sentiva come se il sangue le fosse stato sostituito da piombo fuso. Ogni battito del suo cuore non era più solo suo; era un’eco, un rimbalzo fastidioso contro il petto di un’altra persona.
Non era un dono. Non era la benedizione di cui Feyre parlava con gli occhi lucidi quando guardava Rhysand. Era una catena. L’ennesima.
Elara si era rifugiata nel punto più alto della Casa del Vento, un balcone stretto e dimenticato dove il vento soffiava così forte da coprire persino i propri pensieri. Le sue dita artigliavano la pietra gelida, le nocche bianche quanto le stelle sopra Velaris.
— Non puoi restare qui fuori per sempre. Il freddo finirà per entrarti nelle ossa.
La voce di Azriel era un’ombra tra le ombre. Non si era avvicinato, restando sulla soglia della porta finestra.
Elara non si voltò. — Il freddo è l’unica cosa che mi appartiene davvero, Azriel. Tutto il resto mi è stato tolto. La mia umanità, la mia libertà, e ora persino la mia mente.
— Il legame tra compagni non è un furto, Elara. È un riconoscimento.
Elara scattò, voltandosi con una ferocia che fece sussultare persino le ombre del Cantore. — Un riconoscimento di cosa? Di una colpa? Il Calderone ha deciso che non avevo sofferto abbastanza, così mi ha legata all’unica persona che mi ricorda ogni singolo istante della mia rovina? Ogni volta che la guardo, vedo la cella. Ogni volta che sento il suo profumo, sento l’odore della mia disperazione mentre lei volava via con Feyre.
Azriel fece un passo avanti, la luce della luna che catturava le cicatrici sulle sue mani. — Mor non ha scelto questo più di quanto l’abbia fatto tu.
— Oh, certo che no. Lei è la vittima, vero? La nobile Morrigan che ora deve sopportare il peso di una compagna spezzata e piena d’odio — Elara rise, un suono gracchiante e privo di umorismo. — Ma non le darò la soddisfazione di essere la sua martire. Non sarò il suo lieto fine.
Nei giorni che seguirono, Elara trasformò la Casa del Vento in un campo di battaglia silenzioso. La sua tattica era semplice e devastante: l’evitamento totale unito a una crudeltà affilata come un rasoio.
Quando Mor entrava in una stanza, Elara usciva senza degnarla di uno sguardo, come se la presenza della Fae bionda rendesse l’aria irrespirabile. Se erano costrette a sedere allo stesso tavolo, Elara passava il tempo a parlare in modo fitto e intimo con chiunque altro — Cassian, Azriel, persino i servitori — ignorando Mor come se fosse fatta di vetro trasparente.
Ma era durante una sera di pioggia che la tensione raggiunse il culmine.
Elara stava scendendo verso la biblioteca quando incrociò Mor nel corridoio stretto. Non c’era spazio per passare senza sfiorarsi. Elara si fermò, il viso che diventava una maschera di disprezzo.
— Spostati — disse, la voce bassa e gelida.
Mor non si mosse. Indossava un abito di seta grigia che sembrava fatto di fumo, e i suoi occhi erano stanchi, segnati da notti insonni che Elara sentiva vibrare attraverso il legame come un ronzio fastidioso.
— Dobbiamo parlare, Elara. Non possiamo continuare così. Il legame ci sta logorando entrambe.
— Il legame sta logorando te, Morrigan. Io sono già cenere. La cenere non brucia.
Mor fece un passo avanti, cercando di accorciare le distanze. — Sento la tua rabbia. Sento il modo in cui cerchi di ferirmi ogni volta che mi volti le spalle. Pensi che non sappia perché lo fai? Cerchi di spezzare ciò che non può essere spezzato.
— Voglio che tu mi odi! — gridò improvvisamente Elara, facendo sussultare i quadri alle pareti. Il suo potere violaceo scintillò intorno alle sue dita. — Perché non mi odi? Sarebbe tutto più facile. Se tu mi odiassi, potremmo semplicemente ignorarci fino alla fine dei tempi. Ma tu resti lì, con quel tuo sguardo pieno di comprensione e colpa, e mi soffochi! Mi soffochi più di quanto abbia mai fatto Tamlin!
Mor rimase ferma, nonostante l’energia oscura che iniziava a graffiare l’aria tra di loro. — Non posso odiarti per qualcosa di cui non hai colpa. E non posso odiarti perché... perché il mio cuore non me lo permette.
— Il tuo cuore? — Elara fece un passo avanti, il viso a pochi centimetri da quello di Mor. Poteva sentire il calore che emanava dalla compagna, un calore che il suo corpo bramava e che la sua mente respingeva con orrore. — Tu non hai un cuore, Morrigan. Hai solo un senso del dovere distorto. Mi guardi e vedi un errore da correggere. Vedi la bambina umana che hai lasciato indietro e cerchi di rimediare al tuo peccato originale. Ma io non sono il tuo riscatto.
Mor chiuse gli occhi per un istante, come se le parole di Elara fossero colpi fisici. Quando li riaprì, non c’era rabbia. C’era una tristezza così vasta da sembrare un oceano.
— Hai ragione su una cosa — disse Mor, la voce ferma. — Ti ho lasciata indietro. E non c’è giorno in cui non vorrei poter tornare a quel momento e cambiare tutto. Ma il legame non è una punizione per quello. Il legame è...
— È una prigione! — la interruppe Elara. — Sono stata di Amarantha. Sono stata di Tamlin. E ora, secondo il destino, dovrei essere tua? Mai. Preferirei strapparmi l’anima dal petto piuttosto che appartenere a qualcun altro.
Elara si aspettava una reazione. Si aspettava che Mor gridasse, che rivendicasse il suo diritto come compagna, che mostrasse la forza del suo potere. Si aspettava che si comportasse come un Signore Supremo.
Invece, Mor fece un passo indietro, lasciando libero il passaggio. Le sue mani caddero lungo i fianchi, vulnerabili e aperte.
— Allora non esserlo — disse Mor, a bassa voce.
Elara aggrottò la fronte, confusa. — Cosa?
— Non devi essere mia, Elara. Non devi amarmi. Non devi parlarmi, né guardarmi, né perdonarmi. Un legame tra compagni è un ponte, ma non sei obbligata ad attraversarlo. Se vuoi che io sia un’estranea per te, sarò un’estranea.
— Non puoi farlo — sibilò Elara. — Lo sento. Sento tutto di te. Sento quando ti svegli, sento quando sei triste...
— E io sento te — rispose Mor con un sorriso amaro. — Sento il tuo odio come un coltello nel petto. Ma non userò questo legame per trascinarti verso di me. Non ti chiederò mai nulla. Sei libera, Elara. Davvero. Anche da me.
Mor si voltò e si allontanò, sparendo nell’ombra del corridoio senza guardarsi indietro.
Elara rimase immobile, il respiro affannato. Avrebbe dovuto sentirsi vittoriosa. Aveva ottenuto quello che voleva: Mor si era arresa. Le aveva dato la libertà che lei tanto cercava.
Ma allora perché il vuoto nel suo petto sembrava essere diventato ancora più profondo? Perché la sensazione di solitudine, ora che il legame era silenzioso e non reclamato, era più dolorosa delle spine di prima?
Nelle due settimane successive, Mor mantenne la parola. Non cercò più di parlarle. Non le portò più fiori o cibo. Se si incrociavano, Mor abbassava lo sguardo e passava oltre, rispettando quel muro di ghiaccio che Elara aveva innalzato.
Elara, dal canto suo, cercò di riempire quel silenzio con una ribellione disperata. Iniziò ad allenarsi con Azriel fino allo sfinimento, cercando di ignorare il fatto che le ombre del Cantore sembravano guardarla con una sorta di malinconica disapprovazione.
— Stai cercando di scappare da qualcosa che è dentro di te — le disse Azriel una mattina, mentre lei colpiva il sacco di sabbia con una violenza tale da farsi sanguinare le nocche attraverso le bende.
— Sto solo imparando a non aver bisogno di nessuno — rispose lei tra i denti.
— C’è una differenza tra non aver bisogno di nessuno e rifiutare di essere vista. Mor ti sta dando quello che hai chiesto. Perché sembri ancora più furiosa di prima?
— Perché non è reale! — sbottò Elara, fermandosi e voltandosi verso di lui. — Sta solo giocando a fare la santa. Aspetta che io ceda. Aspetta che il legame mi costringa a correre da lei. Ma non succederà.
Azriel incrociò le braccia sul petto, le ali che fremevano leggermente. — Mor è stata rifiutata dalla sua famiglia, è stata usata come merce di scambio, è stata lasciata a morire nel fango. Lei sa meglio di chiunque altro cosa significa non avere scelta. Se ti dice che sei libera, lo sei. La domanda è: cosa farai con questa libertà, Elara? Continuerai a usarla come un’arma per ferire te stessa?
Elara non rispose. Prese la sua roba e se ne andò, ma le parole di Azriel rimasero conficcate nella sua mente come schegge.
Quella notte, Velaris fu colpita da un temporale estivo di inaudita violenza. I tuoni scuotevano le fondamenta della Casa del Vento e i fulmini illuminavano le stanze con bagliori spettrali.
Elara era a letto, ma il sonno era un miraggio lontano. Attraverso il legame, sentiva qualcosa che non aveva mai percepito prima. Non era odio, non era tristezza. Era terrore. Un terrore freddo e antico che non era il suo.
Proveniva da Mor.
Senza riflettere, spinta da un istinto che non riusciva a controllare, Elara si alzò e uscì dalla camera. I suoi piedi nudi non facevano rumore sul marmo. Seguì il filo invisibile del legame fino alle stanze di Morrigan, situate nell’ala opposta della casa.
La porta era socchiusa. Elara entrò lentamente.
La stanza era immersa nell’oscurità, squarciata solo dai lampi esterni. Morrigan era rannicchiata sul pavimento, vicino al letto, le mani premute sulle orecchie. Il suo respiro era un rantolo spezzato. Non stava piangendo; era in uno stato di shock catatonico, rivivendo chissà quale orrore del suo passato, forse risvegliato dal fragore dei tuoni che somigliavano troppo a passi pesanti in un bosco.
Elara rimase sulla soglia, immobile. La rabbia era lì, pronta a ricordarle che quella donna l’aveva abbandonata. L’odio era lì, pronto a dirle di voltarsi e andarsene.
Ma poi, il legame pulsò. Un’ondata di puro dolore, di senso di indegnità e di paura di essere lasciata sola nel buio, travolse Elara. Era il dolore di Mor. Ed era identico al suo.
In quel momento, Elara capì. Morrigan non era la carnefice perfetta che lei aveva immaginato. Era una creatura spezzata tanto quanto lei, che nascondeva le sue cicatrici dietro vestiti di seta e sorrisi luminosi.
Elara fece un passo avanti. Poi un altro.
Si sedette sul pavimento, a pochi centimetri da Mor, ma non la toccò. Sapeva che il contatto sarebbe stato troppo.
— Non sono qui per te — sussurrò Elara, la voce che tremava leggermente. — Sono qui perché il rumore mi dava fastidio.
Mor non alzò il capo, ma il suo respiro iniziò a rallentare. Il legame registrò un piccolo, quasi impercettibile sussulto di sollievo.
— Mi odi ancora? — chiese Mor, la voce che era poco più di un soffio.
Elara guardò le proprie mani, le nocche sbucciate e il bagliore violaceo che pulsava appena sotto la pelle. — Con ogni fibra del mio essere.
— Bene — mormorò Mor, e per la prima volta quella notte, sembrò riuscire a respirare davvero. — Allora resta qui finché non smette di piovere. Odiami qui.
Restarono così per ore, due ombre nel buio, divise da centimetri di spazio e da anni di rancore, ma unite da un filo che nemmeno l’odio più profondo riusciva a spezzare. Elara non perdonò Feyre quella notte. Non perdonò Morrigan. E certamente non perdonò il destino.
Ma per la prima volta, smise di combattere contro l’unica persona che, nel bene o nel male, conosceva il peso delle sue catene. Perché erano le stesse che Morrigan portava da secoli.
Quando l’alba iniziò a colorare il cielo di Velaris, Elara si alzò e uscì dalla stanza senza dire una parola. Ma mentre tornava verso la sua camera, sentì Morrigan addormentarsi finalmente, e il silenzio che seguì non fu più un vuoto, ma una tregua.
Una tregua fragile, fatta di spine e ombre, ma era pur sempre l’inizio di qualcosa che non aveva ancora un nome.