the contract
L'Illusione di Parigi
Il riflesso che rimandava lo specchio a figura intera della suite imperiale al Ritz non sembrava più appartenere a Kennedy Valerose. La ragazza che un tempo considerava un lusso concedersi un aperitivo in centro a Manhattan ora indossava un abito di seta color champagne firmato da una maison parigina, il cui costo avrebbe potuto coprire l'affitto del suo vecchio appartamento per tre anni.
Le prime settimane di quel contratto assurdo erano volate in un turbine di flash, jet privati e protocolli rigidi. Kennedy stava imparando a muoversi in quel mondo come un’attrice che ha studiato la parte fino a farla propria. Sapeva come inclinare la testa durante un’intervista, come sorridere con la giusta dose di mistero e, soprattutto, come stare accanto a Victoria Ashcroft senza sembrare un satellite sbiadito.
Eppure, ogni tanto, la sera, si guardava allo specchio e si chiedeva chi sarebbe rimasta allo scadere dei sei mesi. I sei milioni di dollari sarebbero stati sul suo conto, ma la Kennedy che amava le scarpe da ginnastica e le serate tranquille sul divano sarebbe tornata o sarebbe rimasta sepolta sotto strati di chiffon e aspettative sociali?
La porta della camera da letto si aprì, interrompendo i suoi pensieri. Victoria entrò con la solita falcata decisa, ma non appena la porta si chiuse alle sue spalle, le sue spalle si rilassarono di qualche centimetro. Portava un completo pantalone nero, i capelli raccolti in uno chignon così stretto da sembrare doloroso.
— I fotografi sono assiepati all'ingresso di Place Vendôme — esordì Victoria, la voce carica di una stanchezza che non avrebbe mai mostrato a Rachel o Margaret. — Usciremo dal retro, ma ci aspetteranno comunque al ristorante. È pronta, Kennedy?
Kennedy si voltò, finendo di allacciare un bracciale di diamanti che le era stato consegnato da un assistente un’ora prima. — Pronta. Anche se credo che Parigi sia molto più aggressiva di New York riguardo alla nostra... relazione.
Victoria si avvicinò, osservandola con uno sguardo che, per un istante, perse la sua natura analitica per farsi quasi ammirato. — Parigi ama le storie d'amore, specialmente quelle che sembrano impossibili. Per loro, noi siamo l'incarnazione di un romanzo moderno. La CEO di ghiaccio e la ragazza che l'ha fatta capitolare.
— Un romanzo scritto a tavolino — commentò Kennedy con un mezzo sorriso malinconico.
Victoria non rispose subito. Si limitò a fare un passo verso di lei, riducendo lo spazio tra i loro corpi. — Ricordi cosa ci ha chiesto il fotografo di *Vogue* stamattina? Più vicine. Più contatto. Stasera dovremo essere convincenti. Ci saranno i rappresentanti del gruppo LVMH e metà del governo francese. Se sospettano che sia una messinscena, l’immagine della Ashcroft Global ne risentirà.
— Non si preoccupi, Victoria. So cosa devo fare.
— Lo so che lo sa — rispose Victoria, e la sua voce si fece più morbida. — Dopo quella sera dai miei genitori... ho apprezzato molto il modo in cui ha gestito la pressione. Non le ho più chiesto scusa per i miei modi, ma spero sappia che apprezzo la sua pazienza. Se in qualsiasi momento stasera dovesse sentirsi a disagio, mi faccia un segnale. Inventerò un malore e ce ne andremo.
Kennedy rimase sorpresa. Victoria era tornata a essere la protettrice silenziosa, attenta ai suoi confini. — Sto bene. Finché Lei è al mio fianco, riesco a gestire i flash.
***
La cena fu un trionfo di diplomazia e ostentazione. Kennedy si ritrovò seduta tra un ministro e un noto architetto, conversando con una fluidità che la stupiva. Ma il suo sguardo tornava sempre a Victoria. La vedeva gestire tre conversazioni diverse in due lingue differenti, senza mai perdere il filo, senza mai mostrare un cenno di cedimento.
Eppure, sotto il tavolo, Kennedy notò che Victoria tormentava nervosamente il tovagliolo di lino. Era un gesto minuscolo, invisibile agli altri, ma per Kennedy era un grido d'aiuto. Senza pensarci troppo, Kennedy allungò la mano e la posò sul ginocchio di Victoria.
La CEO si irrigidì per un microsecondo, poi la sua mano scivolò sopra quella di Kennedy, intrecciando le dita. Non si guardarono, continuarono a sorridere ai loro interlocutori, ma quella stretta era reale. Era un ancoraggio in un mare di finzione.
Quando finalmente tornarono al Ritz, dopo mezzanotte, la facciata crollò nell'istante in cui l'ascensore iniziò la sua ascesa. Victoria si appoggiò alla parete metallica e chiuse gli occhi, premendosi le dita sulle tempie.
— Un’altra ora di sorrisi e avrei urlato — sussurrò.
— È stata perfetta — disse Kennedy, osservandola. — Come sempre.
— La perfezione è estenuante, Kennedy.
Per motivi di sicurezza e per mantenere l'immagine di coppia inseparabile davanti al personale dell'hotel e ai paparazzi che monitoravano ogni movimento, avevano deciso di condividere la suite reale. Due camere da letto separate, ma un unico ingresso e una zona giorno in comune. Era la prima volta che si trovavano a convivere in uno spazio così ristretto, lontano dalla vastità della villa degli Ashcroft o dall'appartamento di Manhattan dove Victoria era solo un'ospite occasionale.
Entrate nella suite, Victoria si tolse le scarpe col tacco con un sospiro di sollievo che suonò quasi umano. Si sciolse i capelli, lasciando che le onde scure le ricadessero sulle spalle, e iniziò a camminare avanti e indietro per il salone.
— C’è qualcosa che non va? — chiese Kennedy, posando la pochette sul tavolo di marmo.
Victoria si fermò davanti alla finestra che dava sui tetti di Parigi. — Mio padre mi ha mandato un messaggio durante la cena. Non è soddisfatto della copertura mediatica in Europa. Pensa che dovremmo essere più... esplicite. Dice che la gente vuole vedere passione, non solo eleganza.
Kennedy sentì un brivido. — Passione? Cosa intende?
— Baci. Carezze meno formali. Vuole che vendiamo il sogno, Kennedy. Non gli importa se questo invade la nostra privacy, perché per lui la mia privacy è un asset aziendale.
Victoria si voltò, e sotto la luce soffusa dei lampadari di cristallo, appariva fragile. Non era la CEO predatrice; era la donna che Kennedy aveva intravisto dopo la cena di famiglia. Una donna che stava annegando in un mare di aspettative.
— Lei cosa ne pensa? — chiese Kennedy, avvicinandosi lentamente.
— Penso che sono stanca di essere un prodotto — rispose Victoria, la voce rotta da una nota di ribellione. — Sono stanca di dover calcolare ogni respiro. E mi sento in colpa per aver trascinato Lei in questo fango. Sei milioni di dollari sono tanti, ma non so se valgono la perdita della propria anima.
Kennedy si fermò a pochi centimetri da lei. Poteva sentire il profumo di Victoria, quel mix di sandalo e stanchezza. — Victoria, guardami.
La CEO sollevò lo sguardo, sorpresa dal tono informale e fermo.
— Lei non ha venduto la mia anima. Io ho accettato questo accordo consapevolmente. E se Suo padre vuole la passione, gliela daremo alle nostre condizioni, non alle sue. Ma qui dentro... — Kennedy indicò le pareti della suite — ...qui non c'è nessuna azienda. Non ci sono investitori. Ci siamo solo noi.
Victoria sospirò, lasciando cadere la testa all'indietro. — Non so nemmeno come ci si rilassi, Kennedy. La mia intera vita è stata una lista di obiettivi da raggiungere.
— Allora cominciamo dalle piccole cose. Si tolga quella giacca. È stretta, è formale e la sta soffocando.
Victoria ubbidì quasi meccanicamente. Sfilò la giacca nera, rimanendo con una canotta di seta che rivelava la linea sottile delle sue spalle. Kennedy notò quanto fosse magra, quanto la tensione le avesse consumato i muscoli.
— Ora, si sieda sul divano. Niente scotch stasera. Le preparo una tisana. Ne ho portata una scatola da New York, quella che mi preparava mia madre quando non riuscivo a dormire per gli esami.
Victoria accennò un sorriso stanco. — Una tisana? Gli Ashcroft non bevono tisane alle erbe.
— Gli Ashcroft no. Ma Victoria sì.
Kennedy andò nell'angolo cottura della suite e preparò l'infuso. Quando tornò, trovò Victoria rannicchiata sul divano, con le gambe ripiegate sotto di sé. Era una posizione così vulnerabile, così lontana dall'immagine pubblica della "Regina di Ghiaccio", che Kennedy sentì una fitta di tenerezza al petto.
Le porse la tazza calda. Victoria la prese tra le mani, inalando il vapore.
— Grazie, Kennedy.
Si sedettero in silenzio per diversi minuti, guardando le luci della Tour Eiffel che brillavano in lontananza. Il silenzio non era imbarazzante; era denso di una nuova consapevolezza.
— A volte mi chiedo — iniziò Victoria a bassa voce — se tornerà mai a vedermi come la sua capa dopo tutto questo.
Kennedy sorrise, fissando il fondo della sua tazza. — Ad essere onesta, Victoria, ho smesso di vederla solo come la mia capa molto tempo fa. Lei è... complicata. È la donna più potente che io abbia mai conosciuto, eppure è la più sola. Mi fa venire voglia di proteggerla, il che è assurdo, visto che Lei potrebbe comprare l'intero isolato dove sono cresciuta con un colpo di penna.
Victoria si voltò a guardarla, i suoi occhi grigi ora caldi e liquidi. — Nessuno ha mai voluto proteggermi. Hanno sempre voluto che fossi io a proteggere loro. I loro investimenti, il loro nome, il loro prestigio.
— Beh, io non voglio i suoi soldi. Cioè, li voglio, il contratto è chiaro — scherzò Kennedy, strappando una vera risata a Victoria — ma non sono quelli che definiscono quello che provo quando siamo qui.
Victoria posò la tazza sul tavolino e si spostò più vicina a Kennedy. La distanza tra loro era quasi nulla. — E cosa prova, Kennedy?
La domanda era pericolosa. Kennedy sapeva che rispondere onestamente avrebbe cambiato le regole del gioco. Ma guardando Victoria in quel momento — spettinata, stanca, senza la sua armatura di potere — non riuscì a mentire.
— Provo il desiderio di restare — rispose Kennedy in un sussurro. — Non per il contratto. Ma perché sento che, dietro tutto questo ghiaccio, c'è un fuoco che aspetta solo di essere alimentato.
Victoria allungò una mano, sfiorando la guancia di Kennedy con le nocche. Il tocco era leggero come un respiro, ma mandò una scarica elettrica attraverso il corpo di entrambe.
— Kennedy... — mormorò Victoria. Il suo nome non era più un titolo o un richiamo professionale. Era una supplica.
— Non dobbiamo fare nulla per Suo padre stasera — disse Kennedy, il cuore che le batteva all'impazzata contro le costole. — Non ci sono fotografi qui.
— Lo so — rispose Victoria, avvicinando il viso a quello di Kennedy fino a far sfiorare i loro respiri. — È proprio questo che lo rende reale.
In quel momento, nel cuore di Parigi, l'accordo da sei milioni di dollari sembrò l'ultima cosa importante al mondo. Victoria Ashcroft, la donna che non chiedeva mai, stava chiedendo silenziosamente qualcosa che nessun patrimonio poteva comprare. E Kennedy Valerose, la ragazza normale che non apparteneva a quel mondo, era l'unica persona in grado di darglielo.
Victoria colmò l'ultima distanza, premendo le labbra contro quelle di Kennedy. Non fu un bacio da copertina, non fu studiato per i tabloid. Fu un bacio disperato, carico di tutta la solitudine degli anni passati e della stanchezza di quella serata. Era il sapore della verità che emergeva dalle macerie di una bugia ben costruita.
Quando si separarono, Victoria non si ritrasse. Appoggiò la fronte contro quella di Kennedy, respirando affannosamente.
— Questo non era nel contratto — sussurrò Victoria, con un filo di voce.
— Lo so — rispose Kennedy, accarezzandole i capelli scuri. — Consideralo un bonus fuori bilancio.
Victoria ridacchiò, un suono dolce che riempì la stanza. Per la prima volta da quando era arrivata a Parigi, la tensione non era più un nemico. Era diventata qualcosa di diverso, qualcosa che prometteva di trasformare quella recita in qualcosa di molto più profondo e, forse, molto più pericoloso per i loro cuori.
— Resti qui con me stanotte? — chiese Victoria. — Non voglio più essere sola tra queste pareti.
Kennedy non rispose a parole. Si limitò a stringere la mano di Victoria e a guidarla verso le stanze private, consapevole che, da quel momento in poi, tornare a essere "quella di prima" sarebbe stato impossibile. Parigi aveva fatto il suo dovere: aveva trasformato un accordo d'affari nel più dolce degli inganni.