the contract
L'Architettura del Caos
Il rumore del motore della limousine sembrò svanire, sostituito dal battito sordo e accelerato del cuore di Victoria. Non appena le porte dell'ascensore del Ritz si aprirono al loro piano, la CEO non aspettò nemmeno che il personale dell’hotel si facesse avanti. Entrò nella suite con una furia cieca, ma non era una furia rivolta verso l’esterno. Era il panico di chi vede le fondamenta del proprio intero mondo sgretolarsi sotto il peso di un unico fotogramma.
Senza dire una parola, Victoria si precipitò verso le enormi finestre che davano su Place Vendôme. Con gesti bruschi, quasi violenti, afferrò i pesanti tendaggi di velluto e li tirò, oscurando la vista della città. Il rumore degli anelli di metallo che scorrevano sul binario risuonò come colpi di pistola nel silenzio della stanza. Una, due, tre finestre. Ogni spiraglio di luce esterna venne soffocato, lasciando la suite immersa in una penombra irreale, spezzata solo dalle deboli luci di cortesia.
— Victoria, si fermi. La prego — disse Kennedy, restando immobile vicino all'ingresso.
Victoria si voltò di scatto. Aveva il respiro corto, i capelli leggermente spettinati e gli occhi sbarrati. Sembrava un animale in trappola, non più la predatrice che dominava i consigli di amministrazione.
— Non capisce? — la voce di Victoria era un sussurro roco. — Non era un bacio da copertina. Non era quella recita patetica che mettiamo in scena per i fotografi ufficiali. In quelle foto si vede tutto. Si vede che non stavo controllando la situazione. Si vede che... che ero persa. Mio padre ha ragione. Sono vulnerabile. Ho consegnato loro l’arma con cui mi distruggeranno.
Kennedy fece un passo avanti, ma Victoria si ritrasse, urtando contro il bordo di un tavolo di mogano.
— Il problema non è il bacio, Victoria — disse Kennedy con una calma che non sapeva di possedere. — Il problema è che era vero. Ed è questo che La spaventa, non è vero? Non è l’immagine aziendale. È il fatto che qualcuno ha catturato un momento in cui Lei era semplicemente se stessa, senza filtri, senza contratti.
— Quello che è "vero" non conta nulla in questo mondo! — gridò Victoria, e fu la prima volta che alzò la voce da quando si erano conosciute. — Conta solo quello che appare. E in quelle foto appaio come una donna che ha smesso di ragionare per lasciarsi guidare da... da questo!
Si indicò il petto con un gesto disperato. Poi si lasciò cadere sulla poltrona, coprendosi il viso con le mani. Le sue spalle iniziarono a tremare. Non era un pianto rumoroso, era un collasso silenzioso, il cedimento strutturale di una diga rimasta in piedi troppo a lungo.
Kennedy si avvicinò lentamente. Sapeva che Margaret e Rachel stavano già lavorando con legali e agenzie di stampa per contenere il danno, comprando il silenzio o screditando la fonte. Ma sapeva anche che nessuna strategia di marketing avrebbe potuto riparare quello che si era rotto dentro Victoria.
— Victoria, guardami — disse Kennedy, inginocchiandosi davanti a lei. — Non mi importa di tuo padre. Non mi importa della Ashcroft Global. In questo momento ci siamo solo noi.
Victoria sollevò lo sguardo. Il "Lei" formale era svanito sotto le macerie della serata. Nei suoi occhi c'era una supplica muta, una voragine di bisogno che la spaventava a morte.
— Voglio solo smettere di pensare — sussurrò Victoria, afferrando improvvisamente Kennedy per le spalle. La sua presa era forte, quasi dolorosa. — Voglio smettere di sentire questo peso. Kennedy, ti prego... portami a letto. Adesso. Fa’ in modo che tutto il resto sparisca.
Iniziò a baciarla con una foga febbrile, cercando le labbra di Kennedy con una disperazione che non aveva nulla a che fare con il piacere e tutto a che fare con l'oblio. Le sue mani cercavano freneticamente di sbottonare il vestito di Kennedy, i suoi movimenti erano sconnessi, guidati da un bisogno cieco di autodistruzione o di fuga.
Kennedy la fermò, afferrandole i polsi con delicatezza ma fermezza.
— No — disse Kennedy, guardandola fissa negli occhi. — Non così.
Victoria si bloccò, il respiro affannoso. — Perché? Mi vuoi, lo so che mi vuoi. È quello che succede, no? Il contratto, la finzione, la passione... facciamolo e basta. Rendiamolo un'altra transazione.
— Non sei una transazione, Victoria. E io non sono una distrazione per il tuo dolore. Sei distrutta, sei sotto shock. Se lo facessimo adesso, domani ti sveglieresti odiando te stessa e odiando me ancora di più. E io non te lo permetterò.
Victoria abbassò il capo, la fronte appoggiata alla spalla di Kennedy. Un singhiozzo strozzato le sfuggì dalle labbra. — Allora cosa devo fare? Sento che sto impazzendo.
— Lascia che mi prenda cura di te — rispose Kennedy in un sussurro. — In un modo diverso.
Kennedy si alzò e, tenendo Victoria per mano, la guidò verso l’immenso bagno della suite, un capolavoro di marmo di Carrara e rubinetteria dorata. Victoria la seguì come un’ombra, svuotata di ogni resistenza.
Kennedy aprì l'acqua calda nella vasca monumentale, versando un olio essenziale alla lavanda e sandalo che riempì l'ambiente di un profumo avvolgente. Mentre la vasca si riempiva, Kennedy si voltò verso Victoria, che era rimasta ferma vicino alla porta, guardando l'acqua come se fosse un elemento alieno.
— Vieni qui — disse Kennedy.
Con gesti lenti e quasi rituali, Kennedy iniziò a spogliare Victoria. Le tolse la giacca, poi iniziò a sciogliere lo chignon perfetto che Victoria portava sempre, lasciando che i capelli scuri ricadessero liberi sulle spalle. Passò poi ai bottoni della camicia di seta. Victoria restava immobile, gli occhi persi nel vuoto, lasciando che Kennedy facesse di lei ciò che voleva. Era una resa totale, una fiducia così profonda da risultare quasi sacra.
Quando Victoria fu nuda, Kennedy fece lo stesso con se stessa, senza alcuna fretta, senza alcuna malizia. Non c'era nulla di erotico nel senso convenzionale del termine; era un atto di spogliazione dalle maschere, dalle armature, dalle identità sociali.
Kennedy aiutò Victoria a entrare nell'acqua calda, poi si immerse dietro di lei. La vasca era abbastanza grande da accoglierle entrambe comodamente. Kennedy si sedette contro lo schienale e attirò Victoria a sé, facendola poggiare con la schiena contro il proprio petto.
Victoria emise un lungo sospiro quando il calore dell'acqua avvolse il suo corpo teso. Kennedy iniziò a sfiorarle le braccia con le punte delle dita, muovendosi con una lentezza studiata per calmare il sistema nervoso della donna che teneva tra le braccia.
— Respira, Victoria — sussurrò Kennedy vicino al suo orecchio. — Solo respira. Qui non ci sono telecamere. Non ci sono edifici di fronte. Non c'è tuo padre.
Victoria chiuse gli occhi, abbandonando il peso della testa sulla spalla di Kennedy. Sotto la superficie dell'acqua, le loro gambe si intrecciarono. Kennedy continuò il suo massaggio leggero, tracciando circoli invisibili sulla pelle delle braccia di Victoria, scendendo verso i polsi, dove il battito cardiaco stava finalmente rallentando.
— Perché lo fai? — chiese Victoria dopo molto tempo. La sua voce era sottile, priva della solita autorità, ma non era più rotta dal panico.
— Perché nessuno dovrebbe essere così solo nel momento in cui ha più paura — rispose Kennedy. — E perché, nonostante tutto quello che c'è scritto su quei fogli legali, io tengo a te. Alla Victoria che beve la tisana e che trema quando qualcuno la vede davvero.
Victoria si voltò leggermente, cercando lo sguardo di Kennedy. — Mi sento violata. Quelle foto... è come se avessero rubato l'unica cosa che era rimasta solo mia.
— Lo so. Ma non possono rubare quello che stiamo provando ora. Questo silenzio è nostro. Questa acqua è nostra. Loro hanno solo un'immagine bidimensionale. Noi abbiamo la realtà.
Victoria rimase in silenzio, assaporando la sensazione delle dita di Kennedy che ora le massaggiavano delicatamente le tempie. Per la prima volta nella sua vita adulta, Victoria Ashcroft non stava pensando al prossimo trimestre, alla prossima acquisizione o alla prossima mossa difensiva. Stava semplicemente sentendo il calore di un altro essere umano, la consistenza dell'acqua, il profumo della lavanda.
— Kennedy?
— Dimmi.
— Resta. Anche quando torneremo a New York. Anche quando i sei mesi saranno passati. Non so cosa siamo, non so cosa diventeremo... ma non voglio più tornare in quel vuoto.
Kennedy le baciò la tempia, stringendola un po' più forte. — Non vado da nessuna parte, Victoria. Ma ora, promettimi una cosa.
— Cosa?
— Promettimi che stasera non aprirai più quel telefono. Margaret se ne sta occupando. Il mondo continuerà a girare anche senza il tuo controllo per qualche ora.
Victoria accennò un sorriso, il primo vero sorriso rilassato che Kennedy le avesse mai visto. — È una richiesta molto difficile per una Ashcroft.
— Allora non farlo per una Ashcroft. Farlo per me.
Victoria annuì lentamente. Si rannicchiò ancora di più contro Kennedy, chiudendo gli occhi. Il vapore riempiva la stanza, creando un bozzolo che le isolava dal resto di Parigi, dal resto della loro vita complicata.
Rimasero così per ore, finché l'acqua non iniziò a intiepidirsi. Kennedy aiutò Victoria a uscire, l'avvolse in un accappatoio di spugna bianca e la guidò verso il grande letto matrimoniale. Stavolta, non c'erano biglietti sul comodino o riunioni d'emergenza che potessero separarle.
Victoria si infilò sotto le coperte e Kennedy si sdraiò accanto a lei. Victoria cercò subito la sua mano, intrecciando le dita con forza, come se avesse paura che, lasciandola, Kennedy potesse svanire come un sogno.
— Buonanotte, Kennedy — sussurrò Victoria, la voce già appesantita dal sonno.
— Buonanotte, Victoria.
Mentre guardava la CEO addormentarsi, Kennedy si rese conto che il bacio rubato dai paparazzi era stato solo l'inizio di una tempesta molto più grande. Ma guardando il volto sereno di Victoria, privo per una volta di quella maschera di ghiaccio, seppe che non le importava quanto sarebbe stato alto il prezzo da pagare.
Il contratto parlava di sei milioni di dollari per fingere di essere la sua compagna. Ma in quel momento, Kennedy avrebbe dato tutto quello che possedeva solo per proteggere quella fragilità ritrovata. Parigi poteva anche averle violate, ma aveva anche dato loro qualcosa che nessuna strategia aziendale avrebbe mai potuto prevedere: la verità del bisogno reciproco.
E mentre il silenzio di Place Vendôme avvolgeva la suite, Kennedy chiuse gli occhi, consapevole che da domani nulla sarebbe stato più lo stesso. Ma per quella notte, erano solo due donne, un letto troppo grande e una promessa sussurrata nell'oscurità. Una promessa che nessun obiettivo fotografico avrebbe mai potuto catturare.