the line between us
Tra l'Inchiostro e il Sangue
L'aria nell'arena di addestramento era densa di polvere e del sapore metallico del bronzo celeste. Non era più un semplice esercizio. Per Rebekah, ogni fendente scagliato contro Aurelia Vance era un modo per mettere a tacere le voci che le sussurravano nelle orecchie, quelle che le ricordavano costantemente di essere un "miracolo" che doveva ancora dimostrare il proprio valore.
Aurelia non era da meno. La figlia di Afrodite si muoveva con una ferocia che smentiva la sua reputazione di ragazza superficiale. Il suo pugnale, intriso di un’energia rosata che faceva vibrare l'aria, cercava costantemente i punti deboli nell'armatura di Rebekah. Non c’era più traccia della tregua momentanea nata durante l’attacco delle Empuse. La guerra contro Crono incombeva come un temporale all'orizzonte, e la tensione rendeva tutti più nervosi, più crudeli.
— Sei lenta, Vaelor! — ringhiò Aurelia, scartando di lato con una piroetta aggraziata. — Forse tua madre si è dimenticata di darti la velocità insieme alla superbia. —
Rebekah non rispose. Strinse i denti, sentendo il sudore colarle lungo la schiena. Portò un fendente dall'alto verso il basso, un colpo che avrebbe potuto spaccare uno scudo di quercia. Aurelia lo parò, ma la forza dell'impatto la fece inginocchiare. Per un istante, gli occhi marroni di Rebekah incrociarono quelli azzurro ghiaccio dell'avversaria. Non c’era competizione sportiva lì dentro. C’era odio puro, alimentato da anni di sguardi storti e sabotaggi.
Rebekah sollevò la spada per un colpo decisivo, mentre Aurelia, con un ringhio, preparava un contrattacco mirato alla gola della bionda.
— BASTA! —
La voce di Chirone risuonò come un tuono. Il centauro galoppò al centro dell'arena, usando il corpo massiccio del suo cavallo bianco per separarle. Le punte delle loro armi si fermarono a pochi centimetri dalla pelle l'una dell'altra.
— Siete impazzite? — chiese Chirone, lo sguardo severo che passava da Rebekah ad Aurelia. — Siamo sull'orlo di una guerra catastrofica e voi cercate di uccidervi a vicenda durante un allenamento mattutino? —
— È stata lei a iniziare! — esclamò Aurelia, rinfoderando il pugnale con mani tremanti per l'adrenalina.
— Non mi interessa chi ha iniziato — tagliò corto Chirone. — Aurelia, vai nell'armeria e resta lì finché non ti chiamerò. Rebekah, con me. Adesso. —
Rebekah seguì il centauro verso la Casa Grande, sentendo lo sguardo bruciante di Aurelia piantato tra le scapole. Entrarono nello studio di Chirone, un luogo che solitamente profumava di tabacco da pipa e libri antichi, ma che quel giorno sembrava opprimente.
Il centauro si voltò verso di lei, sospirando profondamente. — Rebekah, tu sei una delle semidee più dotate che io abbia mai addestrato. Ma la tua rabbia ti sta rendendo cieca. —
— Lei mi provoca, Chirone. Mi tormenta da anni. Non posso restare a guardare — ribatté lei, incrociando le braccia al petto.
Chirone si avvicinò alla finestra, osservando le colline del campo. — Sai, molto tempo fa, c’era un’altra ragazza che occupava il tuo posto. Kahlan. Tua sorella. —
Il nome fece scattare qualcosa in Rebekah. Si irrigidì. — Lo so. Tutti me lo ricordano. —
— Ma nessuno ti racconta la verità — disse Chirone con voce dolce. — Kahlan non è morta perché era debole. È morta perché era convinta che il suo potere la rendesse invincibile. Era la figlia prediletta di Era, dotata di una forza che faceva tremare i titani. Eppure, quella stessa forza la isolò. Pensava di non aver bisogno di nessuno. Quando cadde, cadde da sola. —
Rebekah sentì un brivido lungo la schiena. — Perché mi dici questo? —
— Perché vedo lo stesso isolamento in te — rispose lui. — E lo vedo in Aurelia. Siete due facce della stessa medaglia, Rebekah. Entrambe schiacciate da aspettative divine che nessun mortale dovrebbe sopportare. Se non imparerete a convivere, la guerra vi distruggerà prima ancora che possiate scendere in campo. —
Quella sera, la "punizione" di Chirone si rivelò essere un raffinato strumento di tortura psicologica. Rebekah e Aurelia furono rinchiuse nella biblioteca del campo, una stanza polverosa piena di rotoli di pergamena e tomi rilegati in pelle.
— Dovete riordinare l'intera sezione storica — aveva annunciato Chirone prima di chiudere la porta. — In ordine alfabetico. Sia i testi in greco antico che quelli in inglese. Non uscirete di qui finché l'ultimo libro non sarà al suo posto. —
Per un semidio, la dislessia rendeva la lettura un compito faticoso. Mettere in ordine alfabetico centinaia di libri in due lingue diverse era l'equivalente delle dodici fatiche di Ercole.
Il silenzio nella biblioteca era interrotto solo dallo sfregamento dei libri sugli scaffali. Rebekah cercava di concentrarsi su un volume intitolato "La Caduta di Troia", ma le lettere danzavano sulla pagina come formiche impazzite.
— Questa è un'idiozia — sbottò Aurelia, gettando un libro a terra. — Dovrei essere a preparare la strategia per la prossima settimana, non a fare la bibliotecaria per un vecchio cavallo. —
— Se non avessi cercato di tagliarmi la gola nell'arena, forse saremmo altrove — commentò Rebekah senza guardarla.
Aurelia rise, un suono amaro. — Oh, certo. È sempre colpa mia. La perfetta Rebekah Vaelor non sbaglia mai, vero? La figlia del miracolo, la prediletta. Sai cosa dicono di te in cabina dieci? —
Rebekah alzò lo sguardo, gli occhi marroni pronti a dare battaglia. — Non mi interessa cosa dicono le tue amiche superficiali mentre si mettono il lucidalabbra. —
— Dicono che sei una statua — continuò Aurelia, avvicinandosi con passo felino. — Bellissima, fredda e assolutamente vuota. Ti comporti come se fossi superiore a tutti noi solo perché tua madre è la Regina. Ma la verità è che sei terrorizzata. Hai paura che, se smetti di combattere per un solo secondo, la gente si accorgerà che non sei Kahlan. —
Le parole colpirono Rebekah dritto al cuore. Sentì la rabbia montare, calda e soffocante. — E tu? Cosa sei tu, Aurelia? Sei solo una bulla che ha bisogno di un seguito per sentirsi importante. Perseguiti me perché ti ricordo tutto quello che non sarai mai: qualcuno che viene rispettato per le sue azioni, non per il suo aspetto. —
Aurelia fece un passo avanti, il volto a pochi centimetri da quello di Rebekah. — Il rispetto? Pensi che i ragazzi che ti sbavano dietro ti rispettino? Ti guardano come se fossi un reperto archeologico raro. Io, almeno, so come gestire il potere che ho. Tu ti nascondi dietro le tue missioni e la tua solitudine perché non sai come stare in mezzo agli altri senza sentirti un'estranea. —
— Meglio un'estranea che una parassita come te! — gridò Rebekah.
— Almeno io non sono nata da una piuma e dalla cenere! — urlò di rimando Aurelia. — Io ho avuto una vita, dei genitori che mi amavano prima che il mio sangue mi condannasse. Tu sei stata creata in un laboratorio divino per colmare un vuoto. Sei un rimpiazzo, Rebekah. Un rimpiazzo per una figlia morta che tua madre non riesce a dimenticare. —
Il silenzio che seguì fu assordante. Rebekah sentì le lacrime pungere dietro gli occhi, ma si rifiutò di lasciarle cadere. La crudeltà di Aurelia era chirurgica. Sapeva esattamente dove colpire.
Rebekah fece un respiro profondo, cercando di stabilizzare la voce. — Perché mi odi così tanto, Aurelia? Cosa ti ho fatto di così terribile il primo giorno che sono arrivata? —
Aurelia sembrò colta di sorpresa dalla domanda. La sua maschera di arroganza vacillò per un istante, lasciando intravedere qualcosa di simile al dolore. Si voltò verso uno scaffale, prendendo un libro a caso e stringendolo al petto.
— Non ti odiavo — mormorò Aurelia, così piano che Rebekah dovette sporgersi per sentirla. — All'inizio, quando eri nella cabina di Hermes, sembravi... normale. Ridevi con Percy e gli altri. Poi sei stata riconosciuta. E improvvisamente, non eri più solo una ragazza. Eri la prova che gli dei possono fare miracoli se lo vogliono. —
Rebekah aggrottò la fronte. — E questo ti ha fatta arrabbiare? —
— Mia madre non fa miracoli — disse Aurelia, la voce carica di un'amarezza antica. — Afrodite ti dà la bellezza, ma ti toglie tutto il resto. Ti condanna a essere desiderata ma mai conosciuta. Quando sei arrivata tu, con quel pedigree reale e quell'aria da guerriera tragica, tutti hanno smesso di guardare me. Ero solo la solita figlia di Afrodite, mentre tu... tu eri speciale. —
Rebekah rimase in silenzio, assorbendo le parole della sua rivale. Si rese conto che l’odio che le divideva non era nato da un torto reale, ma da una reciproca, disperata invidia. Lei invidiava la facilità con cui Aurelia si muoveva nel mondo, la sua capacità di appartenere a un gruppo. Aurelia invidiava la sostanza che Rebekah sembrava possedere, il peso del suo destino che la rendeva "unica".
— Siamo patetiche — disse Rebekah alla fine, lasciandosi scivolare a terra contro la parete della biblioteca.
Aurelia la guardò, sorpresa, poi si sedette accanto a lei, mantenendo comunque una piccola distanza di sicurezza. — Già. Decisamente patetiche. —
— Chirone dice che siamo uguali — continuò Rebekah, giocherellando con l'orlo della sua maglietta arancione del campo. — Dice che siamo schiacciate dalle aspettative. —
— Odio quando ha ragione — sospirò Aurelia, appoggiando la testa contro il legno dello scaffale. — Mia madre mi manda messaggi nei sogni su come dovrei vestirmi o su chi dovrei far innamorare. Non le importa se so maneggiare un pugnale o se ho paura della guerra. Vuole solo che io sia la sua immagine riflessa. —
— E mia madre vuole che io sia il riscatto di Kahlan — aggiunse Rebekah. — Non mi parla. Mi osserva. Ogni missione che porto a termine è solo un gradino verso un trono che non ho mai chiesto. —
Per la prima volta in quattro anni, non c’era sarcasmo tra loro. C’era solo la stanchezza di due adolescenti a cui era stato chiesto di essere dee prima del tempo.
— Comunque — disse Aurelia, rompendo l'atmosfera con un mezzo sorriso malizioso — quel libro che hai in mano è di geografia, non di storia. Va tre scaffali più a sinistra. —
Rebekah guardò il volume e imprecò sottovoce. — Odio le lettere. Perché non possono stare ferme? —
— Lascia fare a me — disse Aurelia, allungando una mano. — Io riesco a leggere l'inglese un po' meglio se socchiudo gli occhi. Tu occupati di quelli in greco. —
Lavorarono insieme per le ore successive, in un silenzio che non era più ostile, ma quasi collaborativo. Si scambiarono poche parole, per lo più indicazioni sulla posizione dei volumi, ma la tensione elettrica che le aveva sempre circondate sembrava essersi scaricata.
Verso le tre del mattino, l'ultimo libro fu riposto. La biblioteca era immacolata.
— Ce l'abbiamo fatta — mormorò Rebekah, massaggiandosi il collo indolenzito.
Aurelia si alzò, sistemandosi i vestiti con un gesto istintivo. Tornò a indossare la sua maschera di perfezione, ma i suoi occhi erano diversi. Più umani.
— Non pensare che questo cambi tutto, Vaelor — disse, incamminandosi verso la porta. — Domani nell'arena ti farò comunque mangiare la polvere. —
Rebekah sorrise, un sorriso audace e pieno di sfida. — Provaci pure, Vance. Ma ricorda che la polvere ha un sapore terribile. —
Mentre Aurelia usciva, Rebekah rimase un momento da sola tra i libri. Pensò a Kahlan, la sorella che non aveva mai conosciuto, e alle parole di Chirone. Si rese conto che la solitudine non era un destino inevitabile, ma una scelta.
Guardò la porta chiusa e poi gli scaffali ordinati. Sotto le aspettative, sotto gli obblighi e sotto le armature, c’erano solo due ragazze che cercavano di sopravvivere a un mondo che le voleva leggende.
Rebekah spense la lanterna e uscì nella notte fresca del campo. La guerra stava arrivando, era vero. Ma forse, per la prima volta, sentiva che non avrebbe dovuto affrontarla da sola. E mentre si dirigeva verso la cabina di Era, il ricordo delle piume e delle ceneri sembrò un po' meno pesante di prima.