the line between us
Fumo e Specchi d'Acqua
Il sogno era sempre lo stesso, eppure ogni volta riusciva a strapparle un pezzo di anima in più. Rebekah si trovava in un campo di asfodeli che si estendeva a perdita d’occhio, ma i fiori non erano grigi; erano fatti di cenere calda che le bruciava le caviglie. Davanti a lei, una figura alta e sottile le dava le spalle. Indossava un peplo di seta bianca che fluttuava in un vento che non esisteva.
— Kahlan — sussurrava Rebekah, la voce strozzata dalla fuliggine.
La figura si voltava. Il volto di Kahlan era identico al suo, ma i suoi occhi non erano marroni: erano due cerchi di fuoco bianco, privi di pupille. La prima figlia di Era non parlava con la bocca, ma con un eco che riverberava nelle ossa di Rebekah.
— *Il pavone non può volare se le sue penne sono bagnate di sangue, sorellina. Guardati dal riflesso. Il pericolo non viene dal mostro che ruggisce, ma dal veleno che sorride. Proteggi il cuore della Regina, o le ceneri reclameranno ciò che hanno generato.*
— Cosa significa? Chi devo temere? — gridava Rebekah, cercando di afferrarla.
Ma Kahlan si dissolveva in uno stormo di piume nere e Rebekah cadeva nel vuoto, precipitando verso un abisso che profumava di ozono e morte.
Si svegliò con un sussulto, il respiro che le usciva a scatti dai polmoni come se avesse corso per chilometri. Il pigiama era incollato alla pelle per il sudore e il silenzio della cabina di Era, solitamente maestoso, quella notte le sembrò soffocante. Le statue della madre, con i loro sguardi severi e le corone di pavone, sembravano giudicarla per la sua debolezza.
Rebekah si passò le mani sul viso, cercando di scacciare l'immagine degli occhi di fuoco di Kahlan. Non ne poteva più. Erano settimane che quei sogni la tormentavano, lasciandola stanca e nervosa durante il giorno. Si alzò dal letto, infilò un paio di pantaloncini corti e una felpa oversize blu scuro, poi cercò a tentoni nel cassetto del comodino. Le sue dita trovarono quello che cercavano: un pacchetto di sigarette sgualcito e un accendino rubato a un figlio di Ermes qualche mese prima.
Sapeva che era proibito. Chirone l'avrebbe messa a pulire le stalle dei pegasi per un mese, e sua madre... beh, Era probabilmente avrebbe considerato il fumo un insulto alla dignità della sua stirpe. Ma in quel momento, Rebekah non voleva essere una principessa dell'Olimpo. Voleva solo smettere di tremare.
Uscì dalla cabina muovendosi come un’ombra. Il Campo Mezzosangue di notte aveva un fascino spettrale; le lucciole danzavano sopra i campi di fragole e l’aria era carica del profumo dei pini di Talia. Evitò le pattuglie delle arpie, scivolando verso la zona più isolata: il molo di legno che si protendeva sul fiume, dove venivano attraccate le scialuppe per le esercitazioni.
Si sedette sul bordo del molo, lasciando che le gambe nude dondolassero sopra l’acqua scura. Il legno era umido di rugiada, ma la freschezza era piacevole contro la pelle accaldata. Con dita leggermente tremanti, accese la sigaretta. La fiammella dell'accendino illuminò per un istante i suoi lineamenti tesi, poi il bagliore rosso della brace divenne l'unica luce insieme alla luna.
Inalò profondamente, sentendo il fumo amaro riempirle i polmoni. Era un atto di ribellione silenzioso, un modo per dire al destino che lei apparteneva ancora a se stessa.
— Se Chirone ti vede, ti trasforma in un distributore automatico di fieno, Vaelor. —
Rebekah non sussultò, ma il suo cuore mancò un battito. Riconoscerebbe quella voce tra mille: una miscela di seta e spilli. Non si voltò nemmeno.
— E se vede te fuori dopo il coprifuoco, Aurelia, probabilmente ti toglierà lo specchio per una settimana. Non so quale delle due punizioni sia peggiore. —
Sentì il rumore leggero di passi sul legno, poi Aurelia Vance apparve nel suo campo visivo. Anche lei indossava una felpa, rosa pallido e troppo grande, che faceva sembrare i suoi lineamenti più dolci, meno affilati del solito. I lunghi capelli biondi erano raccolti in una coda disordinata e le sue gambe, lunghe e atletiche, erano scoperte dai pantaloncini corti del pigiama.
Aurelia si fermò a un metro di distanza, osservando la sigaretta con un’espressione tra il disgustato e l’incuriosito.
— Non sapevo che la figlia perfetta di Era avesse dei vizi così... terreni — commentò la bionda, incrociando le braccia al petto. — È quasi deludente. Ti facevo più il tipo da tisana e preghiere mattutine. —
Rebekah fece un’altra boccata, espirando il fumo verso la luna. — La perfezione è noiosa, Aurelia. Dovresti saperlo meglio di chiunque altro, visto quanto ti sforzi di mantenerla. —
Aurelia strinse le labbra, ma non ribatté con la solita acidità. Invece, fece un passo avanti e si sedette accanto a lei, mantenendo una distanza di pochi centimetri. Il molo scricchiolò sotto il loro peso combinato.
— Non farò la spia — disse Aurelia, fissando il riflesso della luna che tremolava sull'acqua. — Ma solo se me ne offri una. —
Rebekah inarcò un sopracciglio, sorpresa. — Tu? La regina della bellezza del campo vuole rovinarsi lo smalto dei denti con il catrame? —
— Offrimela e taci, Vaelor. È stata una giornata lunga. —
Rebekah scosse la testa con un mezzo sorriso e tirò fuori il pacchetto, porgendoglielo. Aurelia ne prese una con dita affusolate e aspettò che l’altra le offrisse il fuoco. Per un istante, le loro mani si sfiorarono e Rebekah avvertì una strana scossa, un calore che non aveva nulla a che fare con l’accendino.
Rimasero in silenzio per diversi minuti, due sagome scure contro l'argento del fiume. Il fumo delle loro sigarette si intrecciava nell'aria fresca della notte.
— Le tue amiche si staranno chiedendo dove sei finita — disse Rebekah, rompendo il ghiaccio. — Di solito non ti lasciano respirare senza chiedere il permesso. —
Aurelia sbuffò, un suono che somigliava quasi a un grugnito di stanchezza. — Le mie "amiche". Dio, a volte sono così insopportabili. Passano ore a parlare di chi ha guardato chi nell'arena o di quale figlio di Apollo ha gli addominali più definiti. È come vivere in un episodio infinito di un reality show di serie B. —
Rebekah ridacchiò, un suono basso e rauco. — È strano sentirtelo dire. Sei tu che le guidi. Sei tu che dai il ritmo alla musica. —
— Forse sono solo stanca della musica — mormorò Aurelia. Guardò la sua sigaretta, poi la cenere che cadeva nell'acqua. — Ultimamente mi sembrano tutte così... vuote. Parlano, parlano, ma non dicono mai niente di vero. Se provassi a raccontare loro che a volte ho paura di morire in questa guerra, probabilmente mi consiglierebbero un nuovo correttore per le occhiaie. —
Rebekah si voltò a guardarla. Senza il trucco di battaglia e l’espressione altezzosa, Aurelia sembrava quasi vulnerabile. — Beh, sai che c’è? Tu risulti esattamente come loro quando sei in gruppo. La stessa cattiveria gratuita, lo stesso sguardo dall'alto in basso. —
Aurelia le scoccò un’occhiata tagliente. — È difesa, Rebekah. Se non sei il predatore, sei la preda. Soprattutto nella cabina dieci. —
— E ora? — chiese Rebekah, facendo un cenno verso lo spazio tra loro. — Cosa direbbero le tue ragazze se ti vedessero qui, seduta sul molo a fumare con la tua peggiore nemica nel cuore della notte? —
Aurelia fece un tiro lungo, poi sorrise in modo strano. — Direbbero che sono impazzita. O che sto tramando un piano diabolico per spingerti in acqua e farti affogare. —
— E lo stai facendo? —
— Non stasera. Stasera l’acqua è troppo fredda e non ho voglia di bagnarmi i piedi. —
Rebekah scosse la testa, divertita suo malgrado. C’era qualcosa di assurdo in quella situazione. Due delle ragazze più potenti e ammirate del campo, che avrebbero dovuto odiarsi per diritto divino e personale, stavano condividendo un segreto proibito in pigiama.
— Ho fatto di nuovo quel sogno — disse Rebekah, senza sapere bene perché lo stesse condividendo. Forse era il fumo, o forse era la solitudine della notte che scioglieva i nodi della lingua. — Kahlan. Mi dice cose che non capisco. Mi avverte di un pericolo, ma è come se parlasse un’altra lingua. —
Aurelia non rise. Non fece battute. Si limitò a stringersi nella felpa, tirando le ginocchia al petto. — I sogni dei semidei non sono mai solo sogni. Lo sai. —
— Lo so. È questo che mi terrorizza. Ho passato anni a cercare di essere migliore di lei, di non finire come lei. Ma più cerco di scappare dalla sua ombra, più mi sento come se stessi seguendo le sue stesse impronte. —
Aurelia rimase in silenzio per un lungo istante. Poi, con un gesto quasi timido, allungò una mano e sfiorò il braccio di Rebekah. Fu un contatto brevissimo, ma intenso.
— Tu non sei lei, Rebekah. Lei era un mito. Tu sei reale. Sei testarda, arrogante e fumi sigarette schifose su un molo. Kahlan non l'avrebbe mai fatto. —
Rebekah la guardò, sorpresa dalla sincerità nella sua voce. — È un complimento, Vance? —
— Non abituartici — ribatté Aurelia, tornando immediatamente al suo tono sprezzante, anche se i suoi occhi brillavano di una luce diversa. — È solo un’osservazione tecnica. —
Rebekah sorrise davvero, questa volta. Non era il sorriso di sfida che usava nell'arena, ma qualcosa di più profondo, che le illuminò il viso rendendolo quasi radioso sotto la luce lunare.
— Sai, sei meno peggio di quanto pensassi — ammise Rebekah, gettando il mozzicone nell'acqua, dove si spense con un piccolo sibilo.
— Anche tu — rispose Aurelia, imitando il suo gesto. — Ma se lo dici a qualcuno, giuro su mia madre che ti trasformo in un porcellino d'india come ha fatto Circe con quei marinai. —
— Il tuo segreto è al sicuro con me, principessa. —
Si alzarono insieme, entrambe sentendo il brivido dell'aria notturna sulle gambe. Per un momento rimasero lì, faccia a faccia, sul molo stretto. La tensione tra loro era cambiata; non era più l'attrito di due spade che si scontrano, ma qualcosa di più magnetico, un'attrazione che nessuna delle due era pronta ad ammettere.
— Domani c'è l'addestramento con i carri — disse Aurelia, sistemandosi la felpa. — Cerca di non farti travolgere. Sarebbe un peccato se la figlia di Era morisse per colpa di un cavallo imbizzarrito prima che io possa batterla di nuovo. —
— Non contarci troppo, Aurelia — rispose Rebekah con un occhiolino.
Mentre tornavano verso le cabine, separandosi all'altezza del falò ormai spento, Rebekah sentì che il peso nel suo petto si era leggermente alleggerito. Il sogno di Kahlan era ancora lì, sepolto nella sua mente, ma per la prima volta in settimane, non si sentiva più come un fantasma che camminava tra i vivi.
Entrò nella cabina di Era e si sdraiò sul letto. L'odore di tabacco e di brezza fluviale indugiava sulla sua pelle. Chiuse gli occhi e, invece degli occhi di fuoco di sua sorella, vide il riflesso della luna negli occhi azzurri di Aurelia. Non era un pensiero che le piaceva ammettere, ma mentre scivolava nel sonno, si rese conto che quella era stata la mezz'ora più piacevole che avesse passato al campo da anni.
Sotto la superficie di odio e competizione, qualcosa di nuovo stava mettendo radici. E forse, pensò Rebekah prima di addormentarsi, era proprio quello il "pericolo" da cui Kahlan cercava di metterla in guardia: il fatto che la sua più grande nemica stava diventando l'unica persona capace di farla sentire davvero viva.