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the line between us

Oltre la Maschera di Porcellana

Il rumore della cattura della bandiera stava ancora rimbombando nelle orecchie di Rebekah, un mix di urla di battaglia, il cozzare del bronzo celeste e il fischio delle frecce dei figli di Apollo. Era stata una giornata gloriosa per la sua squadra, ma la vittoria le era sembrata stranamente insipida. Per tutta la durata del gioco, i suoi occhi avevano cercato Aurelia. L’aveva trovata, certo, ma non era la solita guerriera fiera e letale. Aurelia era stata distratta, i suoi movimenti quasi meccanici, come se stesse combattendo contro fantasmi che solo lei poteva vedere.

Mentre Rebekah tornava verso l’area delle cabine, cercando di pulire il fango dagli schinieri, un gruppo di ragazzi della cabina di Ermes le sbarrò la strada. Erano i compagni di Nick, quelli che di solito la guardavano con un misto di timore e lussuria. Stavano ridendo sguaiatamente, e il nome di Aurelia rimbalzava tra i loro commenti come un insulto.

— Avete visto la Vance oggi? — stava dicendo uno di loro, con un sorrisetto viscido. — Nick aveva ragione, allora. Dice che sotto tutta quella facciata da regina, è solo una bambola rotta. Dice che dopo che l’ha mollata, ha scoperto che non vale nemmeno la metà di quello che fa credere.

— Già — rincarò un altro, sputando per terra. — Pare che a letto sia gelida come un ghiacciolo. Nick dice che si sentiva quasi in colpa a toccarla, tanto sembrava finta. Solo fumo e specchi, nient'altro che un bel guscio vuoto. Forse è per questo che è così acida con tutti.

Rebekah sentì il sangue ribollire. Avrebbe voluto sguainare la spada e mozzare quelle lingue velenose, ma sapeva che intervenire avrebbe solo sollevato sospetti. Strinse i pugni finché le nocche non diventarono bianche e tirò dritto, il petto che le bruciava per una rabbia che non riusciva a sfogare. Le parole di Nick non erano solo insulti; erano proiettili mirati a distruggere l’unica cosa che Aurelia possedeva oltre alla bellezza: la sua dignità.

L’incontro di quella sera alle stalle dei pegasi fu diverso da tutti gli altri. Aurelia era già lì, ma non era seduta sulla solita balla di fieno. Era in piedi, nell'angolo più buio, le braccia incrociate strette al petto come se stesse cercando di tenersi insieme.

— Aurelia? — chiamò Rebekah dolcemente, facendo un passo verso di lei.

La bionda non rispose. La sua schiena era rigida, la testa alta, ma c’era una tensione nel suo corpo che Rebekah riconobbe immediatamente. Era la posa di chi sta per spezzarsi.

— Ho sentito quello che dicono — continuò Rebekah, avvicinandosi ancora di più. — Nick è un verme, Aurelia. Lo sanno tutti. Quello che sta dicendo... sono solo bugie nate dal suo orgoglio ferito.

Aurelia si voltò bruscamente. I suoi occhi azzurri erano secchi, ma carichi di una sofferenza così profonda che Rebekah ne restò quasi accecata. — Pensi che non lo sappia? Pensi che mi importi di quello che pensa quel branco di idioti? — La sua voce era una lama affilata, ma tremava impercettibilmente.

— Ti importa perché tocca i punti su cui sei più fragile — rispose Rebekah con fermezza. — Ti importa perché hai passato anni a costruire quella maschera di perfezione e lui la sta calpestando davanti a tutti.

Aurelia fece per rispondere, un insulto acido pronto sulla punta della lingua, ma le parole le morirono in gola. Le sue labbra tremarono e distolse lo sguardo, fissando il pavimento coperto di polvere. — Mi sento sporca, Rebekah. Mi sento come se ogni commento, ogni risata, mi lasciasse addosso una patina di fango che non riesco a togliere.

Rebekah sentì il cuore stringersi. Non era la solita rivalità, non era il gioco di potere divino. Era il dolore di una ragazza che era stata ridotta a un oggetto e poi insultata per non essere stata abbastanza compiacente.

— Vieni con me — disse Rebekah, prendendole la mano. Le dita di Aurelia erano gelide, quasi senza vita.

— Dove? È tardi, le arpie...

— Al diavolo le arpie — tagliò corto Rebekah. — Seguimi.

La portò verso l'edificio delle docce comuni, quello più lontano dalle cabine principali, usato raramente a quell'ora. Entrarono nel silenzio rotto solo dal gocciolio di qualche rubinetto difettoso. Rebekah andò dritta verso l'ultima cabina in fondo, quella più grande, e aprì l'acqua calda al massimo.

Il vapore iniziò rapidamente a riempire lo spazio stretto, creando una nebbia calda e umida che profumava di sapone e cloro. Rebekah si voltò verso Aurelia, che era rimasta immobile sulla soglia della doccia, fissando l'acqua che scorreva con uno sguardo assente.

— Aurelia, guardami — mormorò Rebekah.

La figlia di Afrodite alzò gli occhi. Le lacrime che aveva trattenuto per tutto il giorno stavano iniziando a rigarle le guance, silenziose e inarrestabili. Non c'era più traccia della regina del campo. C'era solo una ragazza spaventata che stava affogando nel proprio dolore.

Rebekah le si avvicinò e, con una lentezza infinita, le portò le mani alle spalle. Cercò il suo sguardo, chiedendo un'approvazione silenziosa. Aurelia chiuse gli occhi e annuì impercettibilmente, lasciando cadere la testa in avanti.

Con gesti delicati, Rebekah iniziò a sfilare la maglietta di Aurelia, poi i suoi pantaloni, finché la ragazza non rimase solo con la sua pelle nuda e vulnerabile sotto la luce cruda della lampadina. Rebekah fece lo stesso con i propri vestiti, senza mai distogliere lo sguardo dal corpo della compagna, non con desiderio, ma con una forma di devozione quasi religiosa.

La guidò sotto il getto dell'acqua bollente. Aurelia sussultò quando il calore la colpì, ma poi si lasciò andare, appoggiando la fronte contro le piastrelle fredde del muro. Il pianto, che fino a quel momento era stato un rivolo silenzioso, esplose in singhiozzi violenti che le scuotevano l'intero corpo.

Rebekah le si mise dietro, avvolgendola in un abbraccio protettivo mentre l'acqua scorreva sopra entrambe. Sentiva i sussulti di Aurelia contro il proprio petto, sentiva la sua disperazione riversarsi fuori insieme alle lacrime.

— Lascialo uscire — sussurrò Rebekah contro il suo orecchio, la voce appena udibile sopra lo scroscio dell'acqua. — Non sei finta. Non sei un guscio vuoto. Sei la persona più coraggiosa che conosca, e non lascerò che loro ti convincano del contrario.

Prese una spugna morbida e un po' di bagnoschiuma, iniziando a lavare la schiena di Aurelia con movimenti circolari e lenti. Era un gesto di cura pura, un modo per dire: *Vedi? Io ti tocco e non vedo un oggetto. Vedo te.*

Passò la spugna sulle spalle, lungo le braccia, fino alle dita delle mani. Ogni centimetro di pelle veniva trattato con una delicatezza estrema, come se Rebekah stesse cercando di cancellare fisicamente le parole di Nick con l'acqua e il sapone.

Aurelia iniziò a calmarsi, il suo respiro si fece meno affannoso. Si girò lentamente tra le braccia di Rebekah, il viso arrossato dal calore e dal pianto, i capelli biondi incollati alla pelle come fili d'oro bagnati.

— Perché lo fai? — chiese Aurelia in un sussurro, mentre le sue mani cercavano timidamente i fianchi di Rebekah. — Dopo tutto quello che ti ho fatto... dopo come ti ho trattata per anni... perché sei l'unica che resta quando tutto crolla?

Rebekah le prese il viso tra le mani, i pollici che accarezzavano gli zigomi umidi. — Perché sotto tutto quel fumo e quegli specchi, io ho visto chi sei veramente. E quella persona mi piace molto di più della regina che cerchi di essere. Mi piace la tua forza, Aurelia, ma amo la tua fragilità.

Si chinò e le diede un bacio leggero sulla fronte, poi uno sulla punta del naso, e infine uno, dolcissimo, sulle labbra. Non era un bacio di passione, ma una promessa di rifugio.

— Non sei gelida, Aurelia — mormorò Rebekah contro la sua bocca. — Sei un incendio che aspetta solo di divampare nel modo giusto. Nick non era degno nemmeno di guardare le tue fiamme, figuriamoci di capirle.

Aurelia emise un sospiro che sapeva di liberazione. Appoggiò la testa sulla spalla di Rebekah, lasciando che l'acqua calda continuasse a scorrere su di loro, lavando via la polvere dell'arena, il fango delle parole cattive e il peso di una perfezione impossibile da mantenere.

— Resta con me — sussurrò Aurelia, stringendola più forte. — Solo per stasera. Non voglio tornare in quella cabina. Non voglio essere la figlia di Afrodite per qualche ora.

— Non vado da nessuna parte — rispose Rebekah, continuando a massaggiarle dolcemente i muscoli tesi del collo. — Stasera sei solo Aurelia. E io sono solo Rebekah.

Rimasero sotto l'acqua finché la pelle non divenne grinzosa e il vapore non iniziò a diradarsi. In quel piccolo spazio angusto, tra il rumore delle tubature e il calore dell'abbraccio, la rivalità tra Era e Afrodite era un ricordo lontano e privo di senso. C'erano solo due ragazze che avevano trovato l'una nell'altra l'unico posto al mondo dove non dovevano fingere di essere nient'altro che umane.

Quando finalmente uscirono dalla doccia, avvolte in asciugamani ruvidi, Aurelia sembrava diversa. I suoi occhi erano ancora arrossati, ma la luce che vi brillava dentro era più chiara, più ferma.

— Grazie — disse Aurelia, mentre si rivestivano in silenzio. — Non credo che nessuno mi abbia mai... lavata via in questo modo.

Rebekah le sorrise, sistemandole una ciocca di capelli umidi dietro l'orecchio. — È a questo che servono le amiche, no? O qualunque cosa siamo noi.

Aurelia sorrise a sua volta, un sorriso vero, che le illuminò il volto più di qualsiasi trucco divino. — Siamo un disastro, Vaelor. Un meraviglioso, complicato disastro.

Uscirono dall'edificio camminando vicine, le spalle che si sfioravano nell'oscurità. Il campo era silenzioso, le stelle brillavano alte sopra le cime dei pini. Mentre si separavano vicino alla cabina dieci, Aurelia si sporse in avanti e le diede un ultimo bacio, rapido e rubato.

— Domani mattina — sussurrò Aurelia — tornerò a essere la solita stronza. Devo farlo. Ma stanotte... stanotte sognerò l'acqua calda e te.

Rebekah la guardò entrare nella sua cabina, sentendo un calore nel petto che nessuna doccia avrebbe mai potuto eguagliare. Sapeva che la battaglia contro i pregiudizi e le aspettative era tutt'altro che vinta, ma sapeva anche che finché avessero avuto quei momenti di verità rubata, niente avrebbe potuto spezzarle davvero.

Tornò alla cabina di Era camminando leggera. Le parole di Nick non avevano più potere. Il veleno era stato lavato via, sostituito dalla certezza che, sotto la maschera di porcellana, il cuore di Aurelia batteva solo per lei. E per Rebekah, quella era l'unica vittoria che contasse davvero.