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Il Patto delle Spine e delle Rose
Il sole del mattino picchiava implacabile sull'arena del Campo Mezzosangue, ma il calore che Rebekah sentiva non aveva nulla a che fare con il clima. Era quel fuoco residuo, quel formicolio persistente sulle labbra che non l'aveva abbandonata da quando era tornata dal molo poche ore prima. Aveva dormito poco, tormentata da sogni che non parlavano più di Kahlan o di ceneri, ma di occhi azzurri come il cielo prima di una tempesta.
— Vaelor! Se continui a fissare il vuoto, Ares in persona scenderà dall'Olimpo per darti una svegliata! — urlò Clarisse La Rue, brandendo la sua lancia elettrica con un ghigno sadico.
Rebekah scosse la testa, tornando bruscamente alla realtà. Si trovava nel bel mezzo di un'esercitazione di scherma e davanti a lei, a pochi metri di distanza, Aurelia Vance stava finendo di allacciarsi i parabraccia d'oro. La figlia di Afrodite era circondata, come sempre, dal suo stuolo di seguaci, ma per un istante i loro sguardi si incrociarono.
Fu un lampo. Un segreto condiviso che passò attraverso l'aria polverosa dell'arena. Aurelia sostenne il suo sguardo per un secondo di troppo, poi alzò il mento con la solita aria di sprezzante superiorità che la rendeva la ragazza più temuta del campo.
— Non preoccuparti, Clarisse — esclamò Aurelia, la voce limpida e tagliente. — La nostra principessa delle piume è solo un po' lenta stamattina. Forse ha passato troppa notte a pregare sua madre di darle un briciolo di carisma.
Le ragazze di Afrodite scoppiarono a ridere. Rebekah sentì la rabbia montare, ma questa volta era diversa. Era una recita. Era il copione che avevano deciso di seguire per sopravvivere.
— Almeno io non ho bisogno di tre strati di trucco per nascondere quanto sono terrorizzata di rompermi un'unghia in combattimento, Vance — ribatté Rebekah, sfoderando la sua spada con un movimento fluido.
Il duello che seguì fu brutale, veloce e apparentemente carico di odio. Si scambiarono colpi che avrebbero potuto staccare un braccio, parate millimetriche e insulti sussurrati tra un incrocio di lame e l'altro. Per chiunque guardasse dai gradoni, erano le due rivali di sempre che cercavano di farsi a pezzi. Nessuno poteva immaginare che, sotto quel fragore di bronzo, i loro cuori stessero battendo all'unisono.
— Dobbiamo parlare — sussurrò Aurelia mentre le loro spade stridevano l'una contro l'altra, i volti a pochi centimetri di distanza.
— Stasera. Nelle stalle dei pegasi. Mezzanotte — rispose Rebekah a denti stretti, prima di spingerla via con lo scudo.
L’allenamento finì con un pareggio tecnico, ma la tensione rimase nell'aria come elettricità statica. Mentre Rebekah si asciugava il sudore con un asciugamano, sentì una presenza familiare alle sue spalle.
— Sei stata incredibile, Rebek. Anche se lei è stata scorretta come al solito.
Matt le posò una mano sulla spalla. Il suo tocco, che fino a due giorni prima le sembrava un porto sicuro, ora le bruciava come ghiaccio secco. Rebekah si irrigidì involontariamente.
— Grazie, Matt. È solo... la solita storia tra me e lei — disse, cercando di sorridere.
Matt la guardò con quegli occhi ambrati così pieni di onestà che Rebekah provò una fitta di senso di colpa quasi insopportabile. — Sembri distante. Se quel bacio dell'altra sera ha cambiato qualcosa, o se ti ho messa a disagio...
— No! No, Matt, non è quello — lo interruppe lei, troppo in fretta. — È solo lo stress della guerra. E la stanchezza. Ho bisogno di una doccia.
Lo lasciò lì, sentendosi la peggiore persona del mondo. Matt non meritava questo. Era un ragazzo d'oro, il tipo di semidio che rendeva il campo un posto migliore. E lei lo stava tradendo con la ragazza che lui considerava il suo opposto morale.
La mezzanotte arrivò con una lentezza agonizzante. Rebekah scivolò fuori dalla cabina di Era, evitando le pattuglie delle arpie con la maestria di chi ha passato anni a infrangere le regole. L'odore di fieno e di cavalli magici la accolse non appena varcò la soglia delle stalle.
Aurelia era già lì, seduta su una balla di fieno, giocherellando con un pugnale. La luce della luna filtrava dalle finestre alte, rendendola simile a una visione d'argento.
— Sei in ritardo — disse Aurelia, ma non c'era cattiveria nella sua voce.
— Ho dovuto evitare Chirone — rispose Rebekah, sedendosi accanto a lei. — Allora? Come pensi di gestire questa follia?
Aurelia sospirò, posando il pugnale. — In pubblico continueremo a odiarci. È l'unico modo. Se la gente sapesse che la figlia di Era e la figlia di Afrodite si frequentano... beh, diventerebbe un circo. Le mie sorelle non smetterebbero di fare domande e i tuoi amici, Percy e Annabeth, penserebbero che io ti stia manipolando di nuovo.
— Hanno ragione a pensarlo, sai? — mormorò Rebekah, guardandola negli occhi. — Mi hai dato molte ragioni per non fidarmi.
Aurelia le prese la mano, intrecciando le dita con le sue. — Lo so. E userò ogni momento che passeremo qui, al buio, per farti cambiare idea. Ma c'è un problema più grande.
— Matt e Nick — concluse Rebekah per lei.
— Nick è un idiota — sbuffò Aurelia, scuotendo la testa. — Gli piace l'idea di stare con me perché sono "il trofeo più ambito". Non gli importa di chi sono veramente. Ma Matt... Matt tiene a te, Rebekah. Lo vedo come ti guarda. È un bravo ragazzo.
— È il migliore — ammise Rebekah con un groppo in gola. — E mi sento morire ogni volta che gli parlo. Devo dirglielo, Aurelia. Non posso continuare a baciarlo sapendo che il mio cuore è altrove.
Aurelia si avvicinò, appoggiando la fronte contro la sua. — Anch'io devo chiudere con Nick. Non voglio più che mi tocchi. Non ora che so cosa si prova a stare con te. Ma dobbiamo essere cauti. Se rompiamo con loro nello stesso momento, la gente inizierà a fare due più due.
— Quindi cosa facciamo? — chiese Rebekah, sentendo il calore di Aurelia calmarle i nervi.
— Aspettiamo qualche giorno. Io lascerò Nick domani. Dirò che è troppo immaturo, il che è vero. Tu... tu prenditi il tuo tempo con Matt. Ma non mentirgli più del necessario.
Rimasero in silenzio per un po', godendosi quella pace clandestina tra i nitriti soffusi dei pegasi. Era assurdo. Due delle ragazze più potenti del campo, destinate a essere icone di perfezione e rivalità, stavano pianificando una doppia vita per proteggere un sentimento nato tra le macerie di un duello.
— Pensi che ci scopriranno? — chiese Rebekah dopo un po'.
Aurelia sorrise, un sorriso furbo e bellissimo. — Siamo le migliori in tutto quello che facciamo, Vaelor. Saremo le migliori anche a mentire. E poi, ammettilo: c'è qualcosa di eccitante nel fatto che nessuno sappia che sei mia.
Rebekah arrossì, ma non distolse lo sguardo. — "Tua"? Sei molto sicura di te, Vance.
— Sono una figlia di Afrodite. L'amore è il mio campo di battaglia, e ho intenzione di vincere questa guerra.
Il giorno dopo, il piano di Aurelia si mise in moto con la precisione di un orologio svizzero. A pranzo, la notizia che Aurelia e Nick si erano lasciati fece il giro del padiglione più velocemente di un messaggio di Iride. Nick sembrava distrutto, mentre Aurelia sedeva al tavolo della cabina dieci con un'aria di regale indifferenza, ignorando le domande sussurrate delle sue sorelle.
Rebekah osservò la scena dal tavolo di Era, sentendo un misto di ammirazione e terrore. Sapeva che toccava a lei.
Trovò Matt nel tardo pomeriggio, vicino alla spiaggia. Stava cercando di riparare una rete da pesca magica, i muscoli delle braccia tesi nello sforzo. Sembrava così in pace con il mondo che Rebekah sentì il desiderio di scappare e dimenticare tutto.
— Ehi — disse lei, avvicinandosi.
Matt alzò lo sguardo e le sorrise, ma il sorriso svanì non appena vide la sua espressione. — È successo qualcosa?
Rebekah si sedette sulla sabbia, fissando le onde. — Matt, dobbiamo parlare. Di noi.
Il ragazzo posò la rete e si sedette accanto a lei, il volto improvvisamente serio. — Sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Sei stata strana da quando sono tornato.
— Tu sei un ragazzo fantastico, Matt — iniziò Rebekah, le parole che le uscivano a fatica. — Sei stato l'unica cosa reale in un periodo in cui tutto mi sembrava finto. Mi hai aiutata a ritrovare me stessa e non ti ringrazierò mai abbastanza per questo.
— Ma c'è un "ma" — concluse lui con un tono dolce, ma venato di tristezza.
— Ma non posso darti quello che meriti. Ho provato, Matt. Giuro che ci ho provato. Ma il mio cuore... non risponde come dovrebbe. Non è colpa tua. Sei perfetto. Sono io che sono complicata.
Matt rimase in silenzio per un lungo istante, guardando l'orizzonte. — È per via di quello che è successo con Aurelia nell'arena, vero? Non parlo del bacio tattico. Parlo di quello che c'è tra voi due. Quell'odio che sembra sempre sul punto di trasformarsi in qualcos'altro.
Rebekah sentì il sangue gelarsi. — Io... non so di cosa parli.
Matt le prese una mano, stringendola delicatamente. — Rebekah, sono un figlio di Efesto. Passo la vita a guardare come le cose si incastrano tra loro. Vedo come la guardi quando pensi che nessuno stia guardando. E vedo come lei guarda te. C'è un'intensità che io e te non abbiamo mai avuto.
— Matt, mi dispiace così tanto... — sussurrò lei, le lacrime che finalmente iniziavano a scendere.
— Non dispiacerti. Non si può forzare il fuoco a bruciare se non c'è scintilla. Mi fa male, non lo negherò. Ma preferisco la verità a una bugia gentile.
Si lasciarono così, con un abbraccio che sapeva di addio e di un rispetto profondo che non sarebbe mai svanito. Rebekah tornò verso le cabine sentendosi svuotata, ma anche incredibilmente leggera. Aveva fatto la cosa giusta.
Quella sera, al falò, la tensione tra le due fazioni era palpabile. La rottura di Aurelia con Nick aveva creato uno scompiglio tra i figli di Ermes e di Afrodite, e Rebekah sapeva che la sua separazione da Matt avrebbe aggiunto benzina sul fuoco.
Aurelia era seduta in prima fila, cantando le canzoni del campo con un entusiasmo forzato. Quando i loro occhi si incontrarono sopra le fiamme danzanti, Rebekah fece un piccolo cenno con la testa. *È fatta*, comunicò in silenzio.
Aurelia socchiuse gli occhi, un piccolo sorriso quasi invisibile che le incurvò le labbra. Poi, con una mossa calcolata, si voltò verso una delle sue sorelle e fece un commento acido su quanto fossero "noiose" le figlie di Era, scatenando le risate del suo gruppo.
Rebekah rispose con uno sguardo di fuoco e un gesto di stizza, recitando la sua parte alla perfezione.
Più tardi, quando il campo fu immerso nel buio e nel silenzio, si ritrovarono di nuovo nel loro rifugio segreto. Questa volta, però, non ci furono piani o strategie.
Aurelia la accolse tra le sue braccia non appena Rebekah entrò nella stalla. — Com'è andata? — sussurrò contro i suoi capelli.
— È stato orribile. Lui è stato... troppo buono. Mi ha detto che lo sapeva. Che aveva visto come ci guardiamo.
Aurelia si irrigidì. — Pensi che dirà qualcosa?
— No. Matt è un uomo d'onore. Ma questo mi fa sentire ancora più in colpa.
Aurelia la prese per le spalle, costringendola a guardarla. — Ascoltami, Rebekah. Siamo semidee. Le nostre vite sono brevi, pericolose e spesso decise da genitori che non sanno nemmeno cosa significhi amare. Abbiamo il diritto di prenderci un po' di felicità, anche se è complicata. Anche se è segreta.
Rebekah sospirò, lasciando cadere la testa sulla spalla di Aurelia. — Hai ragione. Ma odierò dover continuare a fingere di volerti uccidere ogni volta che ci incontriamo nell'arena.
Aurelia ridacchiò, baciandole il collo. — Oh, andiamo. Sappiamo entrambe che ti diverti a battermi. E ammettilo, la parte in cui ci insultiamo davanti a tutti è quasi... eccitante.
— Sei un caso disperato, Vance.
— Ma sono il *tuo* caso disperato.
Si baciarono, un bacio che sapeva di libertà conquistata a caro prezzo. In quel momento, tra le ombre delle stalle e il respiro dei pegasi, il mondo esterno non esisteva. Non c'erano cabine nemiche, non c'erano aspettative divine, non c'erano profezie di guerra. C'erano solo loro due: la figlia della Regina degli Dei e la figlia della Dea dell'Amore, che avevano deciso di sfidare il destino per un battito di cuore.
Sapevano che la strada sarebbe stata difficile. Sapevano che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla, probabilmente in modo esplosivo. Ma mentre Rebekah stringeva Aurelia a sé, sentendo il calore del suo corpo contro il proprio, capì che non avrebbe scambiato quel segreto con tutta la gloria dell'Olimpo.
Erano le due ragazze più potenti del campo, le più ammirate e le più invidiate. Ma lì, nell'oscurità, erano solo due ragazze che avevano finalmente trovato un posto dove non dovevano essere nient'altro che se stesse.
— Domani c'è la cattura della bandiera — mormorò Aurelia tra un bacio e l'altro. — La mia cabina è alleata con quella di Ares. La tua con quella di Atena.
Rebekah sorrise contro le sue labbra. — Allora preparati, principessa. Perché non avrò pietà di te solo perché mi baci così bene.
— Non mi aspetterei niente di meno da te, Vaelor.
Il patto era siglato. Un patto fatto di spine in pubblico e di rose in privato. Una danza pericolosa che era appena iniziata, ma che Rebekah sapeva di voler ballare fino all'ultima nota. Perché sotto l'ombra di Era e nelle trame di Afrodite, avevano trovato qualcosa che gli dei non avrebbero mai potuto togliere loro: la libertà di scegliersi.