the one for me
Il Sangue e l'Equilibrio
La battaglia per Basgiath si era trasformata in una danza macabra di fuoco e cenere, un eterno istante in cui il tempo si era dilatato fino a diventare insignificante. Elara non sapeva più da quante ore stesse manipolando l'invisibile. Le sue mani, solitamente ferme, tremavano violentemente contro le redini di cuoio, e ogni respiro le graffiava i polmoni come se stesse inghiottendo frammenti di vetro.
Sotto di loro, il cortile dell'accademia era un carnaio, ma poi era accaduto. Un impulso di magia pura, bianca e accecante, era esploso dal cuore del Wardstone. Violet ce l'aveva fatta. Le protezioni di Basgiath erano tornate a ruggire, una barriera invisibile che aveva istantaneamente reciso il legame tra i Venin e la terra, disintegrando le loro creature empie o costringendole a una fuga disperata oltre l'orizzonte.
Astraevyn emise un rombo di trionfo che scosse le ultime nubi di fumo. *«È finita, Elara. La pietra canta di nuovo.»*
Elara non rispose. Non ne aveva la forza. Sentì la dragonessa virare dolcemente verso le scogliere di atterraggio, ma il movimento le causò una vertigine così violenta che dovette chiudere gli occhi. La pressione interna al suo cranio era un martello pneumatico che batteva senza sosta.
Quando le zampe di Astraevyn toccarono il suolo solido di Basgiath, Elara non scese: scivolò letteralmente dalla sella. Solo i riflessi pronti di Rhiannon, che era già a terra, le impedirono di battere la faccia contro la pietra.
— Ehi, ehi! Ti ho presa, Elara. Respira — mormorò Rhiannon, sostenendola con una forza sorprendente.
— Sto bene... — mentì Elara, mentre un fiotto di sangue scuro le colava dal naso, macchiando il colletto della sua divisa. — Gli altri? Sawyer? Ridoc?
— Siamo tutti interi, Valeryth — la voce di Ridoc giunse da qualche parte alla sua sinistra. Era coperto di fuliggine e aveva un taglio profondo sulla guancia, ma il suo solito sorrisetto sghembo era tornato al suo posto. — Anche se Sawyer ha quasi perso uno stivale e io ho rischiato di diventare il pasto di un volatile. Ma siamo vivi.
Le ore successive furono un turbine di attività frenetica. Basgiath era ferita, ma non distrutta. I rider superstiti e i flier di Aretia iniziarono a lavorare insieme per sgombrare le macerie, medicare i feriti e organizzare le difese. Non c'era tempo per le vecchie ruggini, non ancora.
Verso il tramonto, Xaden e Violet convocarono l'intera Quarta Ala in una delle sale comuni meno danneggiate. L'atmosfera era satura di stanchezza e diffidenza. Da una parte c'erano i cadetti che non avevano mai lasciato Basgiath, guardando con sospetto i "traditori" tornati da Aretia e, soprattutto, gli stranieri sui grifoni.
Xaden salì su un tavolo rovesciato, la sua presenza che imponeva il silenzio anche senza bisogno di gridare. Le ombre sembravano danzare attorno a lui, riflettendo la sua stanchezza mortale.
— Ascoltate bene — esordì Xaden, la voce roca. — Le protezioni sono attive, ma siamo vulnerabili. Da questo momento, Basgiath ospiterà sia i rider che i flier di Aretia. Non mi interessa cosa pensavate ieri o quali siano i vostri pregiudizi. Siamo un unico esercito contro una minaccia che non fa distinzioni tra scaglie e piume.
Violet si mise al suo fianco, lo sguardo fisso sulla folla. — Ci saranno conflitti. I cadetti che sono rimasti qui potrebbero vedervi come nemici. Dovete guardarvi le spalle a vicenda. Se vedo un rider di Basgiath attaccare un flier, o viceversa, ne risponderete a me personalmente. Siamo la Quarta Ala. E la Quarta Ala non si spezza dall'interno.
Elara era appoggiata a una colonna, cercando di non lasciar vedere quanto le tremassero le gambe. La sua percezione del signet era distorta; sentiva la pressione delle persone nella stanza come ondate di nausea. Cat era a pochi metri da lei, circondata dai suoi compagni flier, e non aveva smesso di fissarla per tutta la durata del discorso.
Quando la riunione si sciolse, Elara cercò di dirigersi verso le scale, ma il mondo decise di inclinarsi pericolosamente.
— Dove credi di andare, Valeryth? — Una mano ferma le afferrò il braccio, stabilizzandola.
Elara sollevò lo sguardo, incontrando gli occhi gelidi e irritati di Cat. — In camera mia, Cordella. O in qualunque posto ci abbiano assegnato che non implichi stare in piedi.
— Non arriveresti nemmeno a metà corridoio senza svenire — ribatté Cat, facendole passare un braccio sopra le proprie spalle senza chiedere il permesso. — Sei pallida come un fantasma e puzzi di sangue e sforzo magico eccessivo.
Elara cercò di divincolarsi, ma un’altra fitta di dolore le trafisse le tempie, costringendola a gemere. — Non ho bisogno della tua pietà.
— Non è pietà, idiota — ringhiò Cat, trascinandola verso un angolo più appartato della sala, dove c'erano delle panche ancora integre. — È un investimento. Se muori per un'emorragia cerebrale stasera, chi mi spiegherà come non farmi ammazzare dalle correnti termiche domani?
Cat la fece sedere con una decisione che non ammetteva repliche. Tirò fuori dalla borsa una borraccia e un panno pulito, iniziando a pulire con gesti bruschi ma precisi il sangue che continuava a scorrere dal naso di Elara.
— Hai esagerato — continuò Cat, il tono carico di un rimprovero che nascondeva a stento qualcos'altro. — Ho visto quello che hai fatto lassù. Quelle onde d'urto... la pressione che hai creato per salvarmi. Sei stata una stupida. Potevi friggerti il cervello.
Elara appoggiò la testa contro il muro di pietra, chiudendo gli occhi. Il tocco di Cat era freddo, ma stranamente rassicurante. — Dovevo farlo. Eravate in trappola.
— E ora sei tu quella in trappola, nel tuo stesso corpo — rispose Cat. La sua voce si abbassò, perdendo parte della sua durezza. — Perché lo fai? Perché ti comporti come se il destino di ogni singola persona in questo cielo fosse tua responsabilità? I Valeryth sono tutti così... martiri per vocazione?
Elara lasciò sfuggire una risata debole, che si trasformò subito in una smorfia di dolore. — È una questione di equilibrio, Cat. Se ho il potere di cambiare la pressione, ho il dovere di assicurarmi che non schiacci le persone sbagliate. Mia madre diceva che siamo i regolatori del caos.
Cat si fermò per un istante, il panno sospeso a pochi centimetri dal viso di Elara. La guardò intensamente, studiando le linee di stanchezza sul suo volto bellissimo, ora deturpato dalla battaglia. — Sei diversa da Violet. Lei è il fulmine, distrugge e illumina. Tu... tu sei l'aria che ci permette di respirare. Ma se continui così, finirai l'ossigeno per te stessa.
Elara riaprì gli occhi, incontrando lo sguardo della flier. — Ti preoccupi per me, Cordella? Devo segnarlo sul calendario? O forse hai solo paura che senza di me nessuno sopporti le tue lamentele?
Cat fece una smorfia, riprendendo a pulirle il viso con rinnovato vigore, quasi a volerle causare fastidio. — Non essere arrogante. Dico solo che preferirei non dover spiegare a Xaden perché la sua rider preferita è diventata un vegetale sotto la mia sorveglianza.
— La sua rider preferita è Violet, e lo sai — mormorò Elara, rilassandosi nonostante tutto sotto le cure dell'altra.
— Non intendevo in quel senso — ribatté Cat velocemente, una punta di rossore che le comparve sulle guance. — Intendevo... come risorsa tattica. Sei l'unica che riesce a coordinare i grifoni e i draghi senza farci scontrare.
Rimasero in silenzio per qualche minuto. Il rumore lontano dei lavori di riparazione faceva da sottofondo a quel momento assurdo. Elara sentiva la presenza di Astraevyn nella mente, una vibrazione calda di approvazione. La dragonessa sembrava aver deciso che, se Cat si stava rendendo utile, poteva evitare di incenerirla per altri dieci minuti.
— Grazie — disse Elara all'improvviso, la voce appena un sussurro.
Cat si irrigidì. — Per cosa?
— Per non avermi lasciata lì. E per... beh, per questo. So che mi odi perché sono amica di Violet. So che mi vedi come un ostacolo.
Cat mise via il panno e la borraccia, incrociando le braccia sul petto. La sua espressione tornò a essere quella maschera di orgoglio che Elara conosceva bene. — Non ti odio, Valeryth. Ti trovo irritante, presuntuosa e pericolosamente altruista. Ma non sono cieca. So riconoscere il valore quando lo vedo. Anche se appartiene a una biondina di Navarre con troppi antenati importanti.
Elara sorrise, questa volta senza dolore. — È il miglior complimento che mi abbiano mai fatto, credo.
— Non abituartici — rispose Cat, alzandosi e offrendole di nuovo la mano per aiutarla ad alzarsi. — Domani mattina voglio che tu sia in grado di camminare da sola. Abbiamo una guerra da vincere, e non ho intenzione di portarti in spalla per tutta la durata del conflitto.
Elara afferrò la mano di Cat. La presa era solida, una promessa silenziosa di alleanza che andava oltre i regni e le vecchie promesse matrimoniali.
— Ci sarò, Cat. E vedi di esserci anche tu. Ho ancora un paio di trucchi sulla pressione atmosferica da mostrarti, e non vorrei sprecare il fiato con qualcun altro.
Cat scosse la testa, un mezzo sorriso che le illuminò il volto per un istante fugace prima di sparire. — All'alba, Valeryth. Non fare tardi.
Mentre Cat si allontanava verso l'accampamento dei flier, Elara rimase a guardarla per un momento. La pressione nell'aria non era sparita, ma per la prima volta da quando erano arrivati ad Aretia, non sembrava più un peso insopportabile. Era diventata qualcosa che poteva gestire. Qualcosa che, forse, avrebbe potuto persino imparare a chiamare fiducia.
*«Te l'avevo detto»*, intervenne Astraevyn, la sua voce profonda che riecheggiava con soddisfazione. *«Ha del fegato. E pulisce il sangue quasi bene quanto me.»*
Elara rise piano, incamminandosi verso i dormitori. Il dolore c'era ancora, ma il cielo di Basgiath, per quanto scuro, non era mai sembrato così aperto.