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thorns and roses

Ombre e Seta Nera

Il risveglio non ebbe nulla della dolcezza dorata della Corte di Primavera. Non ci fu il canto degli uccelli, né il profumo di rose che Claris aveva imparato ad amare. Ci fu solo il freddo. Un freddo viscerale, umido, che sapeva di pietra antica e sangue rappreso. Quando aprì gli occhi, la vista le restituì un soffitto di roccia scura, illuminato da una luce azzurrina e malata che sembrava emanare dalle pareti stesse.

Cercò di sollevarsi, ma un dolore lancinante le trafisse il petto, proprio dove ricordava di aver sentito l'ultimo, fatale colpo durante la confusione di Calanmai. Aveva vagato troppo vicina ai confini, attirata da un canto che non avrebbe dovuto ascoltare, e poi... il buio. Ma il dolore che sentiva ora era diverso. Era un bruciore sordo, un ronzio costante che le correva nelle vene, come se il suo sangue fosse stato sostituito da piombo fuso e polvere di stelle.

— Finalmente ti sei svegliata, piccola umana. Anche se "umana" è una parola che non ti appartiene più.

La voce era come velluto steso su una lama di rasoio. Claris girò la testa, i lunghi capelli dorati che si impigliavano nella pietra grezza. Davanti a lei, seduta su un trono che sembrava fatto di ossa e ossidiana, c’era una donna di una bellezza terrificante. I capelli rossi come il fuoco dell'inferno e gli occhi carichi di una crudeltà millenaria.

Amarantha.

Claris provò a parlare, ma dalla sua gola uscì solo un rantolo secco. Si guardò le mani. Erano le sue, ma la pelle appariva più diafana, quasi luminosa, e le unghie erano diventate leggermente più lunghe, più affilate. Il battito del suo cuore non era più il galoppo frenetico di una preda; era un rintocco lento, potente, innaturale.

— Ti ho uccisa, sai? — continuò Amarantha, alzandosi con una grazia predatrice. Si avvicinò a Claris, sollevandole il mento con un dito artigliato. — Un gioco da ragazzi. Ma poi ho pensato... perché sprecare una bellezza così rara? Perché lasciare che i vermi banchettino con quegli occhi celesti quando potrei farti mia?

Claris sentì un brivido di terrore puro. — Cosa... cosa mi hai fatto?

— Ti ho rifatta. Ti ho infuso la mia magia, ti ho strappata al velo e ti ho trasformata in qualcosa di immortale. Sei la mia nuova bambola, Claris Vaelor. La mia creazione.

Amarantha fece un cenno e due servitori dalle facce grottesche si fecero avanti, portando un vassoio con indosso pochi centimetri di seta nera e trasparente.

— Vestitela — ordinò la Regina Sotto la Montagna. — Voglio che ogni centimetro della sua nuova perfezione sia visibile. Sarà il mio gioiello più prezioso, la mia seconda ombra. E stasera, mi mostrerai quanto sei grata per questo dono della vita eterna.

***

Le settimane che seguirono furono un incubo di degradazione e potere. Claris era diventata una visione di lussuria e dolore. Costretta a indossare abiti che non nascondevano nulla, veli di seta che rivelavano la linea dei suoi seni e la curvatura dei fianchi, doveva sedere ai piedi del trono di Amarantha durante i banchetti crudeli. Era diventata la sua "favorita", costretta a subire i suoi tocchi possessivi e a dividere il suo letto, trasformata in uno strumento di piacere e in un trofeo da esibire ai Grandi Signori umiliati.

Ma nel profondo delle sue vene, il dono di Amarantha stava marcendo. Un potere nero, denso come inchiostro, aveva iniziato a ribollire dentro di lei. Era un’energia distruttiva che Claris non sapeva controllare, un’eco della malvagità che l’aveva riportata in vita.

Fu in una di quelle notti di disperazione, mentre vagava per i corridoi di pietra come un fantasma dorato, che lo incontrò.

Rhysand, il Signore della Corte della Notte, era appoggiato a una colonna di marmo nero. La sua bellezza era leggendaria, ma i suoi occhi viola erano pozzi di sofferenza mascherata da arroganza. Anche lui portava il marchio della schiavitù di Amarantha. Anche lui era una "puttana" d'alto bordo, un giocattolo per la regina.

— Sembri sul punto di esplodere, piccola stella — disse lui, la voce bassa che risuonava nella mente di Claris.

Lei si fermò, stringendosi le braccia intorno al petto seminudo, cercando di coprirsi con i lembi di seta inutile. — Lasciami in pace, Rhysand. Ho letto di te nei libri. Dicevano che fossi un mostro.

Rhysand si staccò dalla colonna, avvicinandosi con un passo che non faceva rumore. — I libri spesso omettono le parti più interessanti. Ad esempio, non dicono quanto sia difficile trattenere il potere quando ti scorre nelle vene come veleno.

Le prese una mano. Claris cercò di ritrarla, ma il tocco di Rhysand era stranamente rassicurante. Non c’era la brama di Amarantha, né il disprezzo degli altri Fae. C’era la comprensione di un compagno di prigionia.

— Sento l'oscurità che ti ha dato — sussurrò lui, i suoi occhi viola che brillavano. — Ti sta consumando perché cerchi di combatterla. Non farlo. Accettala. È l'unica cosa che ti terrà in vita qui dentro.

— Non voglio essere un mostro — rispose Claris, le lacrime che le rigavano il volto perfetto. — Voglio tornare da Feyre. Voglio la luce della Primavera.

L'espressione di Rhysand si oscurò per un istante al nome di Feyre. — La luce della Primavera è un'illusione, Claris. Qui siamo sotto la montagna. Qui esiste solo la sopravvivenza. Ma ti faccio una promessa.

Si chinò verso di lei, il suo respiro fresco contro la sua pelle riscaldata dalla febbre magica. — Ti tirerò fuori di qui. Non so quando, non so come, ma non permetterò che lei ti distrugga completamente. Nel frattempo, impara a respirare in questo buio. Usalo.

Nei giorni successivi, Rhysand divenne la sua ancora. In segreto, tra le ombre dei corridoi o nei brevi momenti in cui Amarantha era distratta, lui le insegnava a incanalare quel potere nero, a non lasciarsi schiacciare dal peso dell'immortalità forzata. Le parlava della sua Corte, delle stelle che brillavano sopra Velaris, e per un momento Claris riusciva a dimenticare le mani della Regina su di lei.

Ma il tempo Sotto la Montagna non scorreva come nel mondo esterno. I giorni diventarono mesi, e poi anni, in un ciclo infinito di torture psicologiche e sfarzo decadente.

Un giorno, l'atmosfera nella sala del trono cambiò. Amarantha era radiosa, un sorriso predatore che non presagiva nulla di buono. Claris, seduta ai piedi del trono con un collare d'oro che le cingeva il collo, vide le porte spalancarsi.

Entrò Tamlin.

Il Signore della Primavera appariva distrutto, svuotato. Accanto a lui, Lucien sembrava l'ombra di se stesso. Claris sentì il cuore mancarle un colpo. Se Tamlin era lì, significava che il tempo era scaduto. I quarantanove anni del sortilegio erano passati.

— Benvenuto, Tamlin — esclamò Amarantha, la sua voce che vibrava di trionfo. — Sei venuto a consegnarti? O sei venuto a vedere cosa ho fatto dei tuoi preziosi amici?

Tamlin sollevò lo sguardo. Quando i suoi occhi incontrarono quelli di Claris, il terrore e l'orrore che vi lesse furono quasi insopportabili. La vide vestita di nulla, con la pelle che emanava deboli volute di fumo nero, incatenata ai piedi della sua aguzzina.

— Claris... — mormorò Tamlin, la voce rotta. — No...

— Oh, sì — rise Amarantha, accarezzando i capelli dorati di Claris con una finta tenerezza. — Non è magnifica? È la mia opera d'arte più riuscita. Non è più la piccola umana insignificante che hai cercato di proteggere. Ora appartiene a me. Corpo, anima e quel delizioso, instabile potere che le brilla dentro.

Claris cercò di dire qualcosa, di gridare che era ancora lei, ma il collare d'oro le bruciò la gola, costringendola al silenzio. Vide Lucien distogliere lo sguardo, incapace di reggere la vista della sua amica ridotta a una cortigiana dell'oscurità.

Feyre non ce l'aveva fatta. Non lo aveva salvato. Non le aveva salvate.

Passarono altri giorni di agonia. La presenza di Tamlin Sotto la Montagna, umiliato e impotente, era una ferita aperta per Claris. Finché, una mattina, un sussulto scosse l'intera montagna.

Una ragazza umana, sporca, emaciata, ma con gli occhi ardenti di una determinazione feroce, fu trascinata davanti ad Amarantha.

Feyre.

Claris sentì un urlo strozzato salirle in gola. Feyre era lì. Era venuta per loro. Ma quando lo sguardo di Feyre si posò sulla figura ai piedi del trono, la sua espressione di sfida si trasformò in una maschera di puro shock.

— Claris? — la voce di Feyre era un soffio incredulo.

Claris si alzò lentamente, le catene d'oro che tintinnavano contro il pavimento di pietra. La seta nera del suo abito lasciava ben poco all'immaginazione, e i suoi occhi, una volta celesti come il cielo d'estate, erano ora attraversati da venature di un viola scurissimo, quasi nero.

— Feyre — rispose Claris, e la sua voce non era più quella dell'amica del villaggio. Era una melodia antica e pericolosa, carica di un potere che faceva tremare l'aria circostante.

— Cosa ti hanno fatto? — gridò Feyre, cercando di scagliarsi verso di lei, ma venendo trattenuta dalle guardie. — Tamlin mi aveva detto che eri morta! Che le creature del bosco ti avevano uccisa durante Calanmai!

— La morte sarebbe stata un dono misericordioso, Feyre — disse Claris, e una scia di fumo nero le scivolò tra le dita affilate. — Amarantha mi ha dato qualcosa di diverso. Mi ha dato l'eternità in questo inferno.

Amarantha scoppiò a ridere, un suono che parve scheggiare le pareti della sala. — Guarda bene, cacciatrice! Guarda cosa diventa chi cerca di sfidarmi. La tua amica è il mio capolavoro. Vuoi salvarla? Vuoi salvare il tuo Signore? Allora dovrai superare le mie prove. Ma sappi che ogni volta che fallirai, sarà Claris a pagare il prezzo. E ti assicuro che ho ancora molti modi per "perfezionarla".

Feyre guardò Claris, e per un istante l'orrore nei suoi occhi fu sostituito da una rabbia così pura che persino Amarantha sembrò sorpresa. Ma Claris vide anche qualcos'altro: vide il dolore di chi scopre che la persona che amava è diventata un mostro.

Rhysand, dall'ombra dietro il trono, incrociò lo sguardo di Claris. Un cenno impercettibile. Un promessa silenziosa.

Claris tornò a sedersi ai piedi della Regina, ma questa volta non abbassò lo sguardo. Il potere nero nelle sue vene ruggì, rispondendo alla presenza di Feyre. Non era più la vittima. Non era più l'ombra.

— Fai quello che devi, Feyre — sussurrò Claris, mentre un sorriso amaro e bellissimo le fioriva sulle labbra. — Ma sbrigati. Perché sento che la ragazza che conoscevi sta svanendo, e non so quanto ancora potrò trattenere quello che sta prendendo il suo posto.

La battaglia per la sopravvivenza era iniziata, ma in quel teatro di crudeltà, Claris Vaelor non era più una spettatrice. Era la tempesta che attendeva di essere scatenata.