thorns and roses
Polvere di Stelle e Silenzi di Pietra
Il ritorno alla Corte di Primavera non era stato il trionfo che Claris aveva immaginato nelle sue ore più buie Sotto la Montagna. Non c’erano stati inni, né il calore del sole aveva davvero scacciato il gelo che le si era insediato nelle ossa. La villa, un tempo simbolo di una bellezza eterna e vibrante, ora le appariva come un mausoleo dorato, dove il profumo dei fiori era così stucchevole da mozzare il fiato.
Claris sedeva sul bordo della fontana nel giardino privato, osservando l'acqua scorrere. La sua pelle, tornata visibilmente umana ma percorsa da una strana luminescenza argentea sotto la luce della luna, sembrava quasi trasparente. Indossava un abito di seta azzurra, casto e pesante, scelto personalmente da Tamlin per cancellare il ricordo della nudità forzata a cui Amarantha l'aveva condannata. Ma la seta non poteva coprire il vuoto.
Sentì dei passi pesanti sul selciato. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere chi fosse. L'odore di terra e muschio lo precedeva, insieme a un'aura di oppressione che rendeva l'aria densa.
— Tamlin — mormorò lei, senza distogliere lo sguardo dai pesci che nuotavano pigramente nella vasca.
Il Signore della Primavera non rispose. Si fermò a pochi passi da lei, i muscoli tesi sotto la casacca verde foresta, lo sguardo fisso verso l'orizzonte, come se stesse cercando un nemico che non esisteva più. Da quando erano tornati, Tamlin era diventato un guscio vuoto. Non parlava a Feyre se non per ordinarle di restare al sicuro, e non aveva rivolto una singola parola di conforto a Claris. Per lui, lei era il promemoria vivente del suo fallimento, la testimonianza carnale di ciò che Amarantha aveva fatto ai suoi sudditi mentre lui restava a guardare.
— Feyre ha bisogno di te — disse Claris, la voce che tremava appena. — Passa le notti a vomitare nel bagno, urlando nel sonno. Ha bisogno che tu la stringa, Tamlin. Non che tu la chiuda a chiave in questa casa.
Tamlin si irrigidì. Per un istante, i suoi artigli brillarono, lacerando i polsini della camicia. Ma non disse nulla. Con un grugnito che era più un lamento animale che un suono umano, si voltò e se ne andò, lasciandola sola con il rumore dell'acqua.
Claris chiuse gli occhi, sentendo il potere nero ribollire nel suo petto. Era un'energia estranea, un rimasuglio della magia di Amarantha mescolato alla scintilla vitale che i Signori Supremi le avevano donato per riportarla indietro. Era una tempesta che premeva per uscire, per distruggere ogni rosa, ogni albero, ogni ricordo di quel paradiso che ormai le sembrava un inferno.
— È inutile, Claris. Lui non vede oltre il proprio dolore.
Lucien era appoggiato a un pilastro del porticato, la maschera d'oro che ora non indossava più rivelava le cicatrici sul suo volto e l'occhio metallico che ruotava freneticamente. C'era una distanza tra loro che non era mai esistita prima. Un tempo, lui l'avrebbe stuzzicata, le avrebbe offerto un dolce o un commento sarcastico. Ora, la guardava con una pietà che la faceva sentire piccola, sporca.
— E tu? — chiese Claris, alzandosi con una grazia che non le apparteneva, una grazia da predatrice che le era stata cucita addosso Sotto la Montagna. — Anche tu non vedi oltre il suo dolore? O il tuo onore ti impedisce di aiutarmi perché il tuo Signore ha deciso di ignorarmi?
Lucien abbassò lo sguardo, stringendo i pugni lungo i fianchi. — Tamlin sta cercando di proteggervi. Dopo quello che è successo... lui ha paura.
— La sua paura ci sta soffocando, Lucien! — sbottò lei, e per un istante le ombre intorno ai suoi piedi si allungarono, simili a viticci di fumo scuro. — Feyre è un guscio vuoto e io... io mi sento come se stessi andando a fuoco dall'interno. Ho bisogno di aiuto per controllare questo... questo schifo che ho nelle vene.
— Non posso andare contro di lui, Claris — rispose Lucien, la voce piatta, priva della solita scintilla. — È il mio Signore Supremo. Se lui dice che dobbiamo restare calmi e aspettare che le ferite guariscano, io obbedisco.
Claris scoppiò in una risata amara, un suono che non aveva nulla della melodia cristallina di un tempo. — Allora siete tutti dei codardi. Siete liberi dalle maschere, ma le portate ancora nell'anima.
Senza aspettare una risposta, si allontanò verso l'ala della villa che più odiava, ma che era l'unica a offrirle un barlume di verità.
***
Tre giorni dopo, Feyre se n'era andata. Era la settimana del patto, il tempo in cui Rhysand veniva a riscuotere il suo debito. Claris aveva guardato dalla finestra mentre l'oscurità avvolgeva la sua amica, portandola via verso la Corte della Notte. Aveva provato un'invidia atroce. Non perché desiderasse Rhysand — o forse sì, in un modo contorto che non riusciva a spiegarsi — ma perché Feyre poteva fuggire. Feyre aveva una via d'uscita da quel silenzio soffocante, anche se era una prigione di stelle.
Claris, invece, rimaneva indietro.
Quella notte, il potere esplose. Non riusciva a dormire; ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva il volto di Amarantha sopra di lei, sentiva le sue mani fredde sulla pelle. Si ritrovò nel corridoio, le pareti che tremavano al suo passaggio. Il fumo nero le usciva dai pori, oscurando le lampade a olio, trasformando il corridoio in un tunnel d'ombra.
— Piccola stella, stai distruggendo l'arredamento. Ed è un arredamento terribilmente costoso, anche se di dubbio gusto.
Claris si fermò di colpo. Il cuore le balzò in gola. Non era possibile. Lui era con Feyre. Lui era a centinaia di miglia di distanza.
Eppure, Rhysand era lì, appoggiato alla porta della camera che le era stata assegnata. Non era fisicamente presente, lo capì subito. Era una proiezione, un'ombra densa e vibrante che solo lei poteva vedere e sentire.
— Rhys... — sussurrò lei, e il nome fu come un'ancora. Le lacrime, che aveva trattenuto per giorni davanti a Tamlin e Lucien, iniziarono a scorrere senza controllo. — Cosa ci fai qui?
— Ti ho sentita gridare nel buio — rispose lui, la voce che le accarezzava la mente come velluto nero. — Il tuo potere è come un faro per me, Claris. È fatto della stessa materia dei miei incubi.
Lui fece un passo avanti, o almeno l'ombra fece il gesto. Claris non resistette. Si lanciò verso di lui, sapendo che le sue braccia avrebbero attraversato il vuoto, ma l'ombra si solidificò per un istante, avvolgendola in un freddo che stranamente non la spaventava. Era un freddo pulito, come l'aria di montagna.
— Mi odiano — singhiozzò lei contro il suo petto immateriale. — Tamlin non mi guarda nemmeno. Lucien mi tratta come se fossi malata. Mi sento morire, Rhys. Sono tornata in vita solo per essere sepolta di nuovo in questo giardino.
Rhysand le sollevò il mento con un dito d'ombra. I suoi occhi viola brillavano di una luce intensa, carica di una comprensione che nessun altro in quella corte avrebbe mai potuto offrirle. — Tu non sei fatta per i giardini fioriti, piccola stella. Sei stata forgiata nel fuoco e nel dolore. Quel potere che senti... non è un male. È la tua forza. Amarantha ha cercato di farti sua, ma ti ha solo dato le armi per distruggere chiunque cerchi di incatenarti di nuovo.
— Ma non so come usarle! — gridò lei, e una scarica di energia nera colpì un vaso di marmo vicino, riducendolo in polvere. — Ho paura di fare del male a Feyre. Ho paura di fare del male a me stessa.
— Allora piangi — ordinò lui dolcemente. — Piangi finché non avrai più lacrime. Nasconditi pure qui, nel mio spazio, dove il Signore della Primavera non può vederti. Lui vuole solo vederti sorridere e indossare seta azzurra. Io voglio vederti sopravvivere.
Claris si lasciò scivolare a terra, trascinando con sé l'ombra di Rhysand. In quella camera che profumava di lavanda e disperazione, lei pianse. Pianse per la ragazza che vendeva erbe al mercato e che era morta Sotto la Montagna. Pianse per l'umiliazione di essere stata un giocattolo, per il collare d'oro che sentiva ancora stringerle la gola ogni volta che cercava di alzare la voce.
Rhysand rimase con lei. Non disse parole di conforto banali. Non le disse che tutto sarebbe andato bene. Le raccontò invece di Velaris, della città della luce stellare dove le persone erano libere di essere ciò che volevano, anche mostri, se lo desideravano.
— Perché mi aiuti? — chiese lei dopo molto tempo, asciugandosi il viso con la manica. — Hai già Feyre. Hai già il tuo patto.
L'ombra di Rhysand sembrò farsi più definita, quasi reale per un battito di ciglia. — Perché Sotto la Montagna non ero l'unico a recitare una parte, Claris. Ti ho guardata resistere. Ti ho guardata subire l'inferno e mantenere comunque quella scintilla di sfida negli occhi. Mi ricordi me stesso più di quanto sia disposto ad ammettere. E perché... — fece una pausa, e un sorriso malinconico gli increspò le labbra — ...le stelle non dovrebbero mai brillare da sole nel buio.
Quando l'alba iniziò a filtrare dalle finestre, l'ombra di Rhysand iniziò a sbiadire. — Devo andare. Feyre si sta svegliando e ho delle faccende di cui occuparmi. Ricorda, piccola stella: respira. Non combattere l'oscurità, lasciala scorrere. Sei tu la padrona, non lei.
E poi, svanì.
Claris rimase sola nella stanza, il silenzio della Corte di Primavera che tornava a schiacciarla come un masso. Si alzò, sentendosi svuotata ma, per la prima volta in settimane, lucida.
Uscì dalla camera e si diresse verso la sala da pranzo. Tamlin era già lì, seduto a capotavola, a fissare una tazza di tè intonsa. Lucien era al suo fianco, intento a leggere dei rapporti dai confini. Nessuno dei due sollevò lo sguardo quando lei entrò.
Claris si sedette, ma invece di restare in silenzio come faceva di solito, batté la mano sul tavolo con forza. Il rumore fece sussultare Lucien e costrinse Tamlin a guardarla.
— Voglio allenarmi — disse lei, la voce ferma, gli occhi celesti che brillavano di una luce pericolosa.
Tamlin inarcò un sopracciglio, l'espressione di un padre stanco davanti a un bambino capriccioso. — Claris, non è il momento. Sei ancora debole. La magia che hai dentro è instabile...
— È instabile perché non mi permetti di capirla! — lo interruppe lei. — Mi tratti come una porcellana rotta, Tamlin. Ma la porcellana non sopravvive a una Regina Suprema. Io sì. Quindi, o mi aiuti tu, o troverò qualcuno che lo farà.
Tamlin scattò in piedi, la sedia che volò all'indietro. Il suo potere esplose nella stanza, facendo tremare i vetri delle finestre. — Non sfidarmi, Claris! Non sai di cosa parli. Quello che hai dentro è veleno. È la magia di Amarantha!
— È la mia magia, adesso! — urlò lei di rimando, e il fumo nero esplose intorno a lei, avvolgendola come un mantello regale. Le ombre si arrampicarono sulle pareti, spegnendo la luce del mattino. — E se non mi aiuti a controllarla, giuro su ogni Signore Supremo che raderò al suolo questa casa pezzo dopo pezzo, finché non rimarrà solo polvere e silenzio.
Lucien si alzò, mettendo una mano sul braccio di Tamlin. — Tam, forse dovremmo...
— Basta così — ringhiò Tamlin, voltandole le spalle. — Torna nelle tue stanze, Claris. Non te lo ripeterò.
Claris lo guardò, sentendo l'ultimo legame di lealtà verso quell'uomo spezzarsi con un suono secco. Non era più il suo salvatore. Non era più il guerriero che l'aveva portata via dai boschi. Era solo un carceriere che aveva troppa paura del proprio riflesso per guardare il suo.
Si voltò e uscì dalla sala, ma non andò nelle sue stanze. Andò in biblioteca, nel luogo dove tutto era iniziato. Cercò i libri proibiti, quelli che parlavano del potere dell'ombra, della manipolazione della materia oscura. Se Tamlin non voleva essere il suo maestro, sarebbe stata la sua stessa disperazione a guidarla.
Passò i giorni successivi in una sorta di trance. Quando Feyre tornò dalla sua settimana con Rhysand, Claris vide il cambiamento nell'amica. Feyre era più magra, più pallida, ma c'era una nuova consapevolezza nei suoi occhi. Si cercarono, si abbracciarono nel corridoio, ma non parlarono. Non potevano. Le mura della Corte di Primavera avevano orecchie, e il dolore di Tamlin era una prigione che non ammetteva intrusioni.
— Come stai? — le chiese Feyre una sera, mentre sedevano insieme sul balcone.
Claris guardò le proprie mani. Tra le dita, una piccola sfera di fumo nero ruotava come un pianeta in miniatura. — Sto imparando a respirare sott'acqua, Feyre. E tu?
Feyre guardò verso nord, verso le montagne che nascondevano la Corte della Notte. — Sto imparando che a volte bisogna annegare per scoprire come nuotare.
Claris annuì. Sapeva che Rhysand stava facendo qualcosa con Feyre, qualcosa che Tamlin non avrebbe mai approvato. E sapeva che, in qualche modo, Rhysand stava facendo lo stesso con lei, anche se solo attraverso proiezioni d'ombra e sussurri nella notte.
Quella notte, quando Rhysand tornò a trovarla nella sua camera, Claris non piangeva più. Lo aspettava seduta a gambe incrociate sul letto, con la sfera di fumo nero che danzava tra le sue mani.
— Guarda, Rhys — disse lei, mostrandogli il suo progresso. — Non mi brucia più.
L'ombra di Rhysand sorrise, e questa volta sembrò quasi che potesse toccarla davvero. — Molto bene, piccola stella. Stai imparando. Ma ricorda, il potere è solo metà della battaglia. L'altra metà è sapere quando usarlo.
— Lo userò per andarmene da qui — disse lei con determinazione. — Non resterò un minuto di più in questa casa di fantasmi. Appena Feyre troverà la forza di scappare, io sarò dietro di lei.
— E dove andrai? — chiese lui, la voce carica di una curiosità genuina.
Claris guardò l'oscurità che la circondava, l'oscurità che ora sentiva come una vecchia amica. — Ovunque ci sia un posto per chi non ha paura delle ombre. Ovunque io possa essere Claris Vaelor, non la Favorita di Amarantha, non l'amica umana di Feyre, non la protetta di Tamlin.
Rhysand si inchinò profondamente, un gesto di rispetto che le scaldò il cuore più di quanto potesse ammettere. — Allora, Claris Vaelor, credo che la Corte della Notte potrebbe avere un posto vacante per una stella che ha imparato a brillare nel buio.
Claris sorrise, un sorriso vero, tagliente e bellissimo. Il potere nelle sue vene rispose con un battito caldo. La Corte di Primavera poteva anche essere la sua prigione per ora, ma lei non era più la prigioniera. Era la tempesta che covava sotto la cenere, pronta a incendiare il mondo non appena il vento avesse cambiato direzione. E sentiva, nell'aria fredda della notte, che il vento stava per cambiare.