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thorns and roses

L’Eclissi dell’Anima

Il giardino della Corte di Primavera non era mai stato così silenzioso come il pomeriggio in cui Claris svanì. Non ci furono grida, né segni di lotta; solo un libro di poesie abbandonato sull’erba e l'impronta di un piede nudo nel fango soffice vicino al confine del bosco. Per giorni, Feyre aveva setacciato ogni angolo della tenuta, urlando il suo nome fino a perdere la voce, mentre Tamlin e Lucien tornavano ogni sera con i volti sempre più cupi. Alla fine, il silenzio della foresta aveva dato la sua sentenza: Claris Vaelor era morta, preda di qualche orrore che nemmeno il Signore della Primavera era riuscito a fermare.

Ma la morte sarebbe stata una benedizione in confronto al luogo in cui Claris si trovava realmente.

Sotto la Montagna, il tempo non esisteva. Esisteva solo il gocciolio dell’umidità sulle pareti di roccia e il suono della risata crudele di Amarantha. Claris ricordava vagamente il momento del suo arrivo: l’oscurità che l’aveva ghermita, il dolore lancinante di un pugnale che le trapassava il cuore e poi... il buio. Un buio che non era la fine, ma un nuovo, terribile inizio.

Quando Amarantha l’aveva riportata in vita, non lo aveva fatto per pietà. Voleva un giocattolo, un modo per tormentare ulteriormente i suoi nemici. Claris si era risvegliata trasformata. I suoi lineamenti umani erano stati affilati in una bellezza soprannaturale, le orecchie leggermente appuntite, la forza nelle sue membra decuplicata. Ma dentro di lei, al posto della luce solare che un tempo la faceva risplendere, ora ribolliva una magia nera, densa come catrame, che premeva contro le sue vene chiedendo di essere liberata.

— Guardati, piccola creatura — le aveva detto Amarantha, accarezzandole il mento con un’unghia affilata. — Sei così bella ora che non sei più un sacco di carne mortale. Sarai la mia gemma più preziosa. Il mio grazioso animale da compagnia.

Da quel giorno, Claris non aveva più indossato i lunghi abiti colorati della Corte di Primavera. Amarantha la costringeva in sete trasparenti, veli neri e catene d’oro che lasciavano ben poco all’immaginazione, esponendo la sua pelle diafana allo sguardo lascivo della corte sotterranea. Era diventata un ornamento accanto al trono della regina, una "puttana" di lusso il cui unico scopo era stare immobile e subire le umiliazioni dei Fae che un tempo avrebbe voluto conoscere.

L’unica ancora di salvezza in quell’abisso era un uomo che Claris avrebbe dovuto temere.

Rhysand, il Signore della Corte della Notte, la osservava spesso dalle ombre della sala del trono. All’inizio, Claris aveva pensato che fosse come gli altri, ma una notte, mentre lei tremava in un angolo di una cella dorata, lui era apparso dal nulla, avvolto in un mantello di stelle.

— Non lasciarti annegare, bestiolina — le aveva sussurrato, la voce come velluto scuro. — Se chiudi gli occhi e ti allontani troppo, non tornerai più indietro.

Claris aveva sollevato lo sguardo, i suoi occhi azzurri ora velati da una sfumatura violacea dovuta alla magia oscura. — Non c’è più niente in cui tornare, Rhysand. Sono un mostro. Mi sento marcire dentro.

Rhysand si era chinato, sfiorandole la guancia con le dita lunghe e affusolate. C’era una tristezza infinita nei suoi occhi, una comprensione che andava oltre le parole. — Siamo tutti mostri qui sotto. Ma io ti prometto una cosa, Claris: ti tirerò fuori di qui. Fosse l’ultima cosa che faccio, non permetterò che lei distrugga tutto ciò che sei.

— Perché? — aveva chiesto lei con un filo di voce.

— Perché persino in questo buio, la tua anima cerca ancora di brillare. E io ho un debole per le stelle che si rifiutano di spegnersi.

Tuttavia, con il passare delle settimane, la promessa di Rhysand sembrava sbiadire insieme alla sanità mentale di Claris. Per sopravvivere al disgusto di se stessa e alle torture psicologiche di Amarantha, aveva iniziato a costruire un muro intorno alla sua mente. Si alienava, si rifugiava in un angolo remoto della sua coscienza dove il dolore non poteva raggiungerla. Diventò assente, uno sguardo vacuo rivolto al nulla, mentre il suo corpo restava una statua di carne al servizio della regina.

Il colpo di grazia arrivò il giorno in cui Tamlin fu portato al cospetto di Amarantha.

Claris era seduta ai piedi del trono, con un collare d’oro stretto al collo. Quando vide entrare il Signore della Primavera, incatenato e umiliato, il suo cuore ebbe un sussulto, un ultimo barlume della ragazza che amava i giardini e i libri. Ma Tamlin non la guardò. I suoi occhi erano fissi su Amarantha, pieni di un odio così profondo da non lasciare spazio a nient'altro.

Persino quando Amarantha chiamò Claris, ordinandole di versare del vino e di mostrarle quanto fosse diventata "obbediente", Tamlin non reagì. Non ci fu un segno di riconoscimento, non un tentativo di rivolgerle la parola o di chiedere come fosse possibile che lei fosse lì, viva e trasformata. Per lui, Claris era solo un’altra delle depravazioni di quel regno, un’ombra insignificante nel suo personale inferno.

Quella freddezza fu la crepa definitiva. Se l’uomo per cui Feyre aveva sacrificato tutto non la degnava nemmeno di uno sguardo, allora la Claris del passato era davvero morta.

Poi arrivò Feyre.

Vederla lì, piccola e fragile in mezzo a quei giganti crudeli, prigioniera della stessa follia, avrebbe dovuto risvegliare qualcosa in lei. Ma Claris restò immobile accanto al trono, osservando la sua migliore amica affrontare prove sovrumane con una distanza che rasentava la catatonia. Quando Feyre, durante una pausa tra le prove, riuscì ad avvicinarsi a lei, Claris non ricambiò l’abbraccio.

— Claris? Oh dei, Claris, sei viva! — aveva esclamato Feyre, le lacrime che le rigavano il volto sporco di fango e sangue. — Ti porterò via di qui, lo giuro. Tamlin e io...

Claris l’aveva guardata con occhi che sembravano specchi infranti. — Claris non abita più qui, Feyre — aveva risposto con una voce piatta, priva di emozione. — Qui c’è solo ciò che la Regina ha creato.

Feyre era arretrata, inorridita. Non era solo il potere oscuro che percepiva emanare dalla sua amica, ma il vuoto assoluto che occupava il posto della ragazza solare e ambiziosa che conosceva. Claris era diventata una creatura della notte, una Fae plasmata dal dolore.

I due mesi successivi furono un incubo di sangue e polvere. Feyre superò ogni prova, dimostrando una forza che Claris non possedeva più. E alla fine, nel climax di quella tragedia, Amarantha mantenne la sua parola nel modo più crudele: uccise Feyre.

Claris guardò il corpo senza vita della sua amica sul pavimento di pietra e sentì un urlo silenzioso squarciarle l'anima. Ma non poté muoversi. Fu solo quando i Sette Signori Supremi unirono i loro poteri per riportare Feyre in vita come una Fae che il sortilegio si spezzò.

Amarantha cadde. Il regno Sotto la Montagna tremò mentre la maledizione veniva infranta.

Il ritorno alla Corte di Primavera avrebbe dovuto essere un trionfo, una rinascita. Ma mentre varcavano i confini della terra che un tempo amavano, Claris capì che nulla sarebbe più stato come prima.

Il sole splendeva ancora sui prati, e i fiori sbocciavano con una ferocia quasi eccessiva, ma per Claris la luce era diventata un tormento. Indossava ancora i veli scuri che Rhysand le aveva donato per coprire i segni delle catene, e i suoi piedi, un tempo abituati a correre nudi nell’erba, ora esitavano su ogni superficie.

Tamlin camminava in testa al gruppo, con Feyre al suo fianco. Erano entrambi cambiati, segnati da cicatrici invisibili, ma il legame tra loro sembrava aver trovato una nuova, disperata forza. Claris camminava molti passi indietro, con Lucien che cercava di starle vicino, sebbene lei lo respingesse con silenzi taglienti.

— Claris — la chiamò Lucien una sera, mentre si trovavano sulla veranda della villa. La luce del tramonto tingeva il cielo di viola e arancio, colori che una volta lei avrebbe adorato. — Tamlin ha fatto preparare la tua vecchia stanza. Ha detto che puoi avere tutti i libri che desideri.

Claris si voltò lentamente. I suoi capelli dorati erano ora striati di fili d’argento, e la magia oscura continuava a danzare sotto la sua pelle come un predatore in gabbia.

— La mia vecchia stanza è per una ragazza che non esiste più, Lucien — rispose lei, la voce che risuonava come vetro che si spezza. — Credi davvero che basti qualche libro a cancellare il sapore del sangue e dell’umiliazione?

— Abbiamo tutti sofferto, Claris. Tamlin ha dovuto fare scelte impossibili...

— Tamlin non mi ha nemmeno guardata! — esplose lei, e per un istante l’aria intorno a loro si fece gelida, carica di un’energia nera che fece appassire i fiori nei vasi vicini. — Ero ai suoi piedi, incatenata, trasformata in una cosa che nemmeno io riconoscevo, e lui ha distolto lo sguardo. Non ha cercato di salvarmi. Non ha nemmeno pianto la mia scomparsa quando pensava fossi morta.

Lucien abbassò lo sguardo, incapace di negare la verità. — Era distrutto dalla maledizione, Claris. La sua mente era fissa su Feyre perché lei era l’unica speranza...

— E io ero solo un’umana sacrificabile — concluse lei con un sorriso amaro che non raggiunse gli occhi. — Ora sono una Fae, Lucien. Una Fae potente, a quanto pare. Ma sono anche vuota.

In quel momento, Feyre uscì sulla veranda. Vedendo la tensione tra i due, si avvicinò cautamente. Il suo nuovo corpo immortale risplendeva di una luce che Claris non riusciva più a sopportare.

— Claris, parliamo — disse Feyre, tendendo una mano. — Possiamo superare tutto questo insieme. Siamo di nuovo a casa.

Claris guardò la mano dell’amica, poi alzò lo sguardo verso le montagne in lontananza, dove sapeva che Rhysand la stava osservando da qualche parte nel Nord. Sentiva ancora il calore della sua promessa, l’unica cosa che l’aveva tenuta in vita quando tutto il resto era cenere.

— Questa non è più la mia casa, Feyre — sussurrò Claris. — E tu non sei più la ragazza che ho seguito oltre il Muro. Siamo due estranee che abitano corpi di dei.

Senza aggiungere altro, Claris si voltò e rientrò nell’ombra della casa. Tamlin era nel salone, intento a fissare una mappa, e quando lei passò, lui sollevò appena il capo. Per un istante, i loro sguardi si incrociarono. Claris cercò un segno di rimorso, un barlume di affetto, ma vide solo il riflesso del proprio trauma negli occhi del Signore della Primavera. Lui non sapeva come amarla, né come chiederle perdono. E lei non sapeva più come restare.

Quella notte, Claris Vaelor non cercò conforto nei libri della biblioteca. Si sedette sul davanzale della finestra, osservando le stelle che Rhysand le aveva insegnato a riconoscere. La magia oscura nel suo petto smise di ribollire, distendendosi in una calma fredda e letale.

Sapeva che il suo tempo alla Corte di Primavera era finito. Era nata tra gli umani, era fiorita tra i fiori della primavera, ma era stata forgiata nell’oscurità Sotto la Montagna. E il buio, scoprì con un brivido di terrore e liberazione, la stava chiamando per nome.

Non era più la stella che cercava il suo cielo; era diventata la notte stessa, e non avrebbe permesso a nessuno, né a Tamlin né al destino, di spegnerla di nuovo.