thorns and roses
L’Eco dei Vetri Infranti
La Corte di Primavera era diventata un mausoleo di seta e spine. Il profumo dei fiori, che un tempo Claris aveva trovato inebriante, ora le sembrava l'odore dolciastro della decomposizione. Tamlin aveva sbarrato i cancelli, sigillato i confini e trasformato la sua splendida dimora in una gabbia dorata. Diceva che era per la loro sicurezza, che il mondo esterno era troppo pericoloso dopo quello che era successo Sotto la Montagna, ma Claris sapeva la verità: la paura di Tamlin era un morbo che stava soffocando ogni cosa.
Ogni mese, quando la luna calava, Feyre spariva. Il patto con Rhysand era un debito che doveva essere pagato, e ogni volta che il Signore della Notte veniva a reclamarla, l'aria nella villa diventava irrespirabile. Tamlin ruggiva, Lucien cercava disperatamente di mediare, e Feyre partiva con il volto contratto dal terrore e dal risentimento.
Claris osservava tutto dal suo angolo d'ombra, in silenzio. Non aveva mai confessato a Feyre che conosceva Rhysand. Non le aveva detto dei sussurri nelle celle buie, del mantello di stelle che l'aveva protetta quando la sua anima stava per spezzarsi, né del modo in cui lui l'aveva guardata — non come un oggetto di pietà, ma come una guerriera caduta. Tenere quel segreto era l'unica forma di potere che le restava. Ogni volta che Rhysand appariva per prendere Feyre, Claris sentiva il richiamo del suo potere oscuro vibrare in risposta alla presenza di lui, un brivido che le percorreva la schiena come una scossa elettrica.
Desiderava essere al posto di Feyre. Desiderava che Rhysand reclamasse anche lei, che la portasse via da quel giardino soffocante dove il sole sembrava una condanna. Invece, rimaneva lì, a guardare il cielo notturno attraverso i vetri, sentendosi una traditrice e una codarda.
Il crollo avvenne una mattina di nebbia. Feyre non ce la faceva più; il peso delle aspettative di Tamlin, i suoi incubi e la reclusione l'avevano ridotta a un guscio vuoto. Quando Morrigan apparve, una visione di verità e forza, e portò Feyre via definitivamente verso la Corte della Notte, il mondo di Tamlin andò in pezzi.
Claris era rimasta nel corridoio, guardando lo spazio vuoto dove un istante prima si trovava la sua amica. Sentì il ruggito di Tamlin scuotere le fondamenta della casa. Fu un suono primordiale, privo di ragione.
— Claris! — urlò lui, voltandosi verso di lei con gli occhi che brillavano di un oro ferino. — In camera tua. Adesso!
— Tamlin, non puoi... — iniziò lei, ma lui le fu addosso in un istante, afferrandola per il braccio con una forza che le lasciò lividi istantanei.
— Non perderò anche te! — ringhiò lui. — Siete tutte uguali, pronte a scappare verso il mostro che vi ha torturate. Non ti permetterò di fare la fine di Feyre.
La trascinò su per le scale, ignorando le sue proteste. La spinse dentro la sua stanza, quella stanza piena di libri che un tempo amava e che ora odiava. Il rumore della chiave che girava nella serratura fu come il colpo di grazia alla sua sanità mentale.
— Tamlin! Apri questa porta! — gridò Claris, battendo i pugni contro il legno massiccio.
— È per il tuo bene — giunse la sua voce soffocata dall'altra parte. — Finché non tornerai in te, rimarrai qui. Al sicuro.
Claris scivolò a terra, la schiena contro la porta. L'oscurità che portava dentro, quella magia nera che Amarantha le aveva instillato nel sangue, iniziò a pulsare. Si sentiva di nuovo Sotto la Montagna. Il buio della stanza divenne la cella di pietra, il silenzio divenne il ticchettio delle torture psicologiche della Regina.
Entrò in uno stato di catatonia. Per giorni non mangiò, non bevve, fissando il vuoto con occhi vitrei. Lucien veniva a bussare, supplicandola di dire qualcosa, di mangiare almeno un pezzo di pane, ma lei non rispondeva. Era tornata a essere una statua di carne.
*Claris.*
La voce risuonò nella sua mente, chiara e profonda come un rintocco di campana. Rhysand.
*Claris, guardami. Non lasciarti andare di nuovo.*
Lei non si mosse. *Vattene,* pensò, e la sua mente era un muro di ghiaccio nero. *Hai preso lei. Hai salvato lei. Mi hai lasciata qui.*
*Non potevo fare altrimenti,* rispose lui, e lei percepì un’ondata di frustrazione e dolore attraverso il legame che non sapeva nemmeno di avere con lui. *Feyre ha un patto formale con me. La legge delle Corti mi permette di intervenire per lei. Ma con te... Claris, se ti portassi via senza un pretesto legale, scatenerei una guerra totale tra la Notte e la Primavera. Prythian non è pronta per questo. Non ancora.*
*Allora lasciami marcire,* replicò lei con una freddezza che la spaventò. *Tamlin ha ragione. Sono solo un'umana che gioca a fare la Fae. Sono un errore.*
*Sei tutto tranne che un errore,* insistette Rhysand, la sua voce mentale che si faceva più urgente. *Resisti, piccola stella. Troverò un modo. Ma devi restare sveglia.*
Claris interruppe il collegamento, chiudendo la porta della sua mente con una violenza tale da farle sanguinare il naso. Non voleva promesse. Voleva la libertà o la fine di tutto.
Passarono altre settimane. Tamlin entrava raramente, e quando lo faceva, era per portarle vestiti nuovi o per parlarle come se fosse una bambola, ignorando il fatto che lei non lo degnasse di uno sguardo. La sua ossessione era diventata una forma di follia silenziosa.
Un pomeriggio, Tamlin entrò nella stanza con un abito di seta rosa, un colore che Claris detestava profondamente. Lo posò sul letto, guardando la ragazza seduta a terra, i capelli dorati ora opachi e aggrovigliati.
— Feyre tornerà, sai? — disse lui, con una voce stranamente calma. — E quando lo farà, vedrà che ti ho tenuta al sicuro. Saremo di nuovo una famiglia. Perché non indossi questo vestito? Ti farebbe sembrare di nuovo la Claris di un tempo.
Claris sollevò lentamente lo sguardo. La rabbia, che era stata sepolta sotto strati di apatia per mesi, iniziò a risalire come lava bollente.
— La Claris di un tempo è morta quando Amarantha mi ha strappato il cuore, Tamlin — disse lei, la voce roca per il disuso. — E tu non l'hai nemmeno notato.
Tamlin si irrigidì. — Ti ho salvata dalla foresta! Ti ho dato tutto!
— Mi hai dato una prigione! — urlò lei, alzandosi in piedi. Le sue gambe tremavano, ma la forza che sentiva scorrere nelle vene non era fisica. Era magica. — Mi hai usata come un ornamento per far sentire Feyre a casa, e quando lei se n'è andata, mi hai rinchiusa come un animale domestico che temevi di smarrire. Non mi ami, Tamlin. Ami solo il controllo che eserciti su di noi.
— Taci! — ruggì lui, facendo un passo avanti. Il suo potere di Signore Supremo esplose nella stanza, facendo tremare i mobili. — Non sai cosa dici. Sei instabile, la magia nera di quella strega ti ha corrotta.
— Mi ha resa ciò che sono! — ribatté lei. Sentiva un calore insopportabile al centro del petto. La magia nera chiedeva di uscire, di distruggere, di divorare ogni cosa. — E se sono corrotta, è perché sono stata l'unica a restare lucida mentre tu ti piegavi a ogni capriccio di Amarantha!
Tamlin perse il controllo. Sollevò una mano per afferrarla, forse per scuoterla, forse per colpirla, ma non ci riuscì mai.
L'esplosione partì da Claris.
Non fu un grido, fu un boato di oscurità pura. La magia nera si sprigionò dal suo corpo come un'onda d'urto, densa e letale. I vetri delle finestre esplosero verso l'esterno, i mobili vennero ridotti in schegge, e le pareti della stanza si incrinarono profondamente. Tamlin fu scagliato contro il muro opposto con una forza tale da lasciarlo senza fiato, mentre l'oscurità avvolgeva Claris come un bozzolo di fumo e fiamme fredde.
Claris cadde sulle ginocchia in mezzo alle macerie. Il suo potere l'aveva svuotata, lasciandola ferita e sanguinante. Pezzi di legno e schegge di vetro le avevano lacerato la pelle, e il dolore era così acuto da farle girare la testa. Sentiva l'odore del fumo e del gesso sbriciolato.
Attraverso la nebbia del dolore, vide Tamlin rialzarsi lentamente, il volto trasformato in una maschera di puro terrore e furia.
— Cosa sei... — sussurrò lui, guardando la devastazione intorno a sé. — Cosa sei diventata?
Claris non rispose. Non ne aveva la forza. Sentiva la coscienza scivolare via, ma prima che l'oscurità la prendesse del tutto, avvertì un cambiamento nell'aria. Il profumo di rose e terra della Primavera scomparve, sostituito da qualcosa di fresco, pulito... l'odore del mare notturno e del gelsomino.
Qualcuno si chinò su di lei. Mani grandi, calde e infinitamente delicate la sollevarono dal pavimento coperto di detriti.
— Ti ho presa — sussurrò una voce familiare, intrisa di una rabbia contenuta che non era rivolta a lei.
Claris sentì il mondo piegarsi su se stesso. Fu una sensazione strana, come se lo spazio venisse accartocciato e poi disteso di nuovo. Il dolore alle ferite sembrò attenuarsi per un istante mentre veniva avvolta da un mantello di velluto scuro che profumava di stelle.
Quando riaprì gli occhi, la luce era diversa. Non era la luce accecante e forzata della Corte di Primavera, né l'oscurità soffocante di Sotto la Montagna. Era una luce morbida, soffusa, che proveniva da grandi vetrate aperte su una città che sembrava fatta di diamanti incastonati nel velluto della notte.
Era adagiata su un letto immenso, coperto di sete scure. Accanto a lei, seduto su una poltrona, c'era Rhysand. Non indossava la maschera crudele che portava davanti ad Amarantha, né l'armatura da Signore Supremo. Sembrava solo un uomo stanco e immensamente sollevato.
— Benvenuta a Velaris, Claris — disse lui, un piccolo sorriso che gli increspava le labbra.
— Mi hai... mi hai portata via — mormorò lei, cercando di mettersi a sedere. Ogni muscolo del suo corpo protestò, e lui si allungò prontamente per aiutarla, sistemandole i cuscini dietro la schiena.
— Hai distrutto metà della villa di Tamlin — rispose Rhysand, e c'era una punta di divertimento nella sua voce, nonostante la serietà della situazione. — Quando il tuo potere è esploso, il legame tra noi è diventato un faro che non potevo ignorare. Tamlin non ha potuto fare nulla per fermarmi. Eri in pericolo di vita, e questo mi ha dato il pretesto di cui avevo bisogno.
Claris guardò le sue mani, ora fasciate con cura. — Non sono più la ragazza che leggeva libri in biblioteca, Rhys.
— Lo so — disse lui, prendendole delicatamente una mano tra le sue. — Quella ragazza è cresciuta. È diventata qualcosa di più forte, qualcosa di più oscuro. Ma qui, in questa città, non devi nasconderti. Qui l'oscurità è amata quanto la luce.
In quel momento, la porta della stanza si spalancò. Feyre entrò correndo, con il volto rigato dalle lacrime. Si fermò ai piedi del letto, guardando Claris come se non potesse credere ai propri occhi.
— Claris — sussurrò Feyre, e questa volta il suo abbraccio fu accolto.
Claris pianse, finalmente. Pianse per la ragazza umana che era stata, per la prigioniera che era diventata e per la creatura incerta che era ora. Ma mentre guardava oltre le spalle di Feyre, verso le stelle che brillavano sopra Velaris, sentì che per la prima volta dopo un'eternità, il suo respiro non era più un peso.
La Corte di Primavera era un ricordo lontano, un fiore appassito. Qui, tra i sussurri della notte e la promessa di una nuova vita, Claris Vaelor avrebbe imparato che non c'era bisogno di essere un'umana per splendere. Avrebbe imparato a essere una stella nell'oscurità, e questa volta, nessuno le avrebbe più tolto il cielo.