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what’s behind the stars

Seta, Acciaio e Sguardi di Fuoco

Velaris non era solo una città; era un respiro profondo dopo un’apnea durata cinquant’anni. Per Rebekah Vaelor, ogni angolo di quella metropoli di marmo e polvere di stelle era un invito a riscoprire chi fosse prima che il fango della Corte della Primavera e il sangue Sotto la Montagna opacizzassero la sua anima.

Non indossava più le ingombranti vesti color pastello che Tamlin amava tanto, quegli abiti che la facevano sentire una bambola di porcellana pronta a rompersi. Ora, Rebekah si muoveva per la Casa del Vento con una libertà che rasentava l’insolenza. Indossava sete leggere, tessuti che scivolavano sulla pelle come carezze di vento, spesso lasciando scoperte le spalle o lembi di vita, mostrando con orgoglio la pelle dorata dei Fae Maggiori. I suoi lunghi capelli biondi non erano più acconciati in trecce soffocanti, ma ricadevano in onde ribelli lungo la schiena, brillando di una luce propria ogni volta che il sole di Velaris la baciava.

— Se continui a camminare con quella grazia, Rebekah, finirai per distrarre i miei soldati dai loro doveri — commentò Cassian una mattina, mentre lei entrava nel ring d’allenamento situato sul tetto.

Rebekah gli rivolse un sorriso smagliante, uno di quei sorrisi che sotto la montagna erano stati solo un ricordo sbiadito. — Oh, Cassian. Se i tuoi soldati si distraggono per così poco, forse dovresti rivedere i tuoi metodi di addestramento. O forse sono io che sono semplicemente irresistibile oggi.

Il Generalissimo dei Illyrian scoppiò a ridere, lanciandole un bastone da combattimento in legno. — Meno chiacchiere, biondina. Fammi vedere se quella scintilla che hai negli occhi si traduce in forza nelle braccia.

Si allenava duramente. Con Cassian imparava la brutalità del corpo a corpo, mentre con Rhysand esplorava i confini del suo potere solare. Il Signore della Corte della Notte non la trattava come un oggetto fragile; la spingeva oltre i suoi limiti, insegnandole a incanalare quella forza distruttiva in fiamme controllate, in barriere di luce pura.

— Sei tornata, Rebekah — le disse Rhys una sera, dopo una sessione particolarmente intensa che aveva lasciato entrambi sudati e senza fiato. — Non parlo solo del tuo corpo. Parlo della tua luce.

— Non l’ho mai persa davvero, Rhys — rispose lei, asciugandosi la fronte. — Era solo sepolta sotto troppa polvere. Grazie per avermi aiutata a scuoterla via.

Anche il rapporto con Feyre stava guarendo. Per settimane, il dolore comune le aveva rese estranee, due spettri che si evitavano per non rispecchiare l’una il tormento dell’altra. Ma a Velaris, tra una passeggiata lungo il fiume Sidra e una cena condivisa, il ghiaccio si era sciolto. Erano tornate a ridere, a prendersi in giro, a essere le amiche che si erano fatte scudo nel buio.

Tutto era perfetto. O quasi.

— Ancora qui a occupare spazio prezioso? — la voce di Morrigan tagliò l’aria come una lama di ghiaccio.

Rebekah, che era seduta sul parapetto della terrazza a godersi il tramonto, non si voltò nemmeno. Sapeva esattamente dove si trovasse Mor dal profumo di vino costoso e dall’aura di irritazione che la precedeva.

— È una terrazza grande, Morrigan. Credo che ci sia spazio sufficiente per entrambe, a meno che il tuo ego non abbia deciso di espandersi ulteriormente stasera.

Mor fece un passo avanti, posizionandosi accanto a lei. Indossava uno dei suoi spettacolari abiti rossi, e la somiglianza tra le due era quasi inquietante: due regine d’oro, nate per comandare, ma separate da un abisso di incomprensioni.

— Mi chiedo come faccia Rhys a sopportarti — disse Mor, lo sguardo fisso sulla città che iniziava a illuminarsi. — Sei rumorosa, arrogante e ti comporti come se fossi la padrona di casa.

Rebekah si voltò finalmente verso di lei, un sorriso provocatorio sulle labbra. — Forse a Rhys piace avere intorno qualcuno che non ha paura di dirgli la verità. O forse, semplicemente, apprezza la buona compagnia. Dovresti provare a essere meno acida, Mor. Potrebbe venirti qualche ruga, e sarebbe un peccato per un viso così bello.

Morrigan strinse la mascella, gli occhi che brillavano di una luce pericolosa. — Non giocare con me, ragazzina. Non sai nulla di quello che ho passato o di cosa significhi vivere in questa corte.

— Oh, eccoci di nuovo — sbuffò Rebekah, scendendo dal parapetto con un salto aggraziato. — Il gioco del "chi ha sofferto di più". Vuoi che ti faccia l’elenco delle mie cicatrici? O preferisci che misuriamo quanto tempo abbiamo passato a essere le bambole di Amarantha? Siamo diverse, Mor, ma non così tanto. La differenza è che io ho deciso di tornare a vivere, mentre tu sembri godere nel restare arroccata nel tuo castello di risentimento.

— Tu non sai niente di me! — sbottò Mor, facendo un passo minaccioso verso di lei.

— So che mi guardi e vedi tutto quello che vorresti essere e tutto quello che hai paura di aver perso — ribatté Rebekah, la voce ora bassa e ferma, priva di sarcasmo. — Vedi la libertà che ti sei negata per secoli. Vedi qualcuno che non chiede il permesso per esistere. E questo ti fa imbestialire.

L’aria tra le due si fece densa, elettrica. Per un istante, sembrò che Mor potesse colpirla, o che Rebekah potesse scatenare una fiammata solare. Erano due poli uguali che si respingevano con una forza violenta.

— Ti odio — sussurrò Mor, le nocche bianche per quanto stringeva il calice che aveva in mano.

— No — rispose Rebekah, avvicinandosi al viso dell’altra fino a sentire il calore della sua pelle. — Tu odi il fatto che io ti piaccia. Odi il fatto che, nonostante tutto, io riesca ancora a ridere mentre tu hai dimenticato come si fa senza un bicchiere di vino in mano.

Rebekah le voltò le spalle e si incamminò verso l’interno della casa, i suoi passi leggeri che risuonavano sul marmo.

— Ah, e Morrigan? — si fermò sulla soglia, guardandola sopra la spalla. — Quel vestito ti sta divinamente. Ma la tua espressione lo rovina completamente. Buonanotte.

Rimasta sola sulla terrazza, Morrigan fissò il punto in cui Rebekah era scomparsa. La rabbia le bruciava nel petto, ma sotto di essa, in un angolo remoto che non osava esplorare, c’era una scintilla di qualcos’altro. Ammirazione? Riconoscimento? Non lo sapeva. Sapeva solo che Rebekah Vaelor era la creatura più irritante, splendida e sincera che avesse mai incontrato.

Il giorno seguente, la tensione non accennò a diminuire. A colazione, il tavolo era un campo di battaglia silenzioso. Rhysand osservava lo scambio di sguardi tra le due donne con un divertimento malcelato, mentre Feyre cercava disperatamente di cambiare discorso parlando dei suoi progressi con la pittura.

— Rebekah — disse improvvisamente Amren, che fino a quel momento era rimasta in silenzio a sorseggiare il suo misterioso liquido rosso. — Sembri particolarmente radiosa stamattina. È l’effetto dell’aria di montagna o hai finalmente trovato qualcuno da tormentare?

Rebekah ridacchiò, prendendo un morso di una pesca succosa. — Entrambe le cose, Amren. Anche se devo ammettere che certi bersagli sono più facili di altri. Alcuni reagiscono con così tanta foga che è quasi troppo divertente.

Mor, che era seduta proprio di fronte a lei, posò la forchetta con un rumore metallico. — Se ti riferisci a me, sappi che non sono un bersaglio. Sono un predatore. E i predatori di solito mangiano le prede che parlano troppo.

Rebekah alzò un sopracciglio, per nulla intimidita. — Un predatore, eh? Mi sembri più un gatto che soffia perché qualcuno gli ha toccato la ciotola preferita.

Cassian soffocò un colpo di tosse che somigliava molto a una risata. Azriel, accanto a lui, rimase impassibile, ma i suoi sguardi passavano continuamente da Mor a Rebekah, studiando la dinamica con la precisione di una spia.

— Basta così — intervenne Rhysand, anche se i suoi occhi viola brillavano di malizia. — Rebekah, oggi verrai con me e Azriel al palazzo di città. Mor, tu hai delle questioni da sbrigare con gli artigiani del quartiere degli artisti.

— Perché lei deve venire con voi? — chiese Mor, la voce carica di un fastidio che non riusciva a nascondere.

— Perché ha bisogno di imparare come funziona la politica di questa città — rispose Rhys con calma. — E perché Azriel dice che la sua presenza attira l’attenzione in modo utile.

Rebekah fece l’occhiolino a Mor mentre si alzava da tavola. — Non preoccuparti, Morrigan. Cercherò di non fare troppi danni. E se mi annoio, penserò a te e ai tuoi poveri artigiani. Chissà chi di loro sopravviverà al tuo buonumore.

Mentre usciva dalla stanza, Rebekah sentì un ringhio soffocato provenire da Mor. Sorrise tra sé. Quell’attrito, quell’odio a prima vista, era la cosa più stimolante che le fosse capitata da anni. Mor era una sfida, un enigma avvolto nella seta rossa e nell’arroganza, e Rebekah non aveva mai saputo resistere a una sfida.

Più tardi, tra le strade affollate di Velaris, Rebekah si sentiva viva come non mai. La gente la guardava con curiosità e ammirazione. Lei rispondeva con cenni del capo e sorrisi gentili, fermandosi a parlare con i mercanti o a accarezzare i cani randagi. La sua empatia, la sua bontà naturale, non erano state spezzate; erano state solo affilate.

— Ti muovi come se fossi nata qui — osservò Azriel, camminando al suo fianco come un’ombra silenziosa.

— Forse in un’altra vita lo ero, Az — rispose lei, guardando le cime innevate che circondavano la città. — Questo posto... ha un’anima. Sotto la Montagna sentivo solo il vuoto. Qui sento il battito del cuore di migliaia di persone. È travolgente.

— Ed è per questo che il tuo potere è così instabile — aggiunse Rhysand, che camminava dall’altro lato. — Tu senti tutto, Rebekah. La gioia, il dolore, la speranza. Sei un conduttore di emozioni. Devi imparare a filtrarle, o finirai per bruciare.

— Lo so. Ma preferisco bruciare sentendo tutto, piuttosto che vivere nel gelo in cui vive Mor — disse lei, e la sua voce tradì una nota di tristezza che non era sfuggita ai due maschi.

— Mor non vive nel gelo — la difese Azriel, con una punta di protezione che fece sorridere Rebekah. — Ha solo costruito mura molto alte. Proprio come te, ma con materiali diversi.

— Le mura servono a proteggere ciò che c’è dentro — ribatté Rebekah. — Ma se non lasci mai entrare nessuno, quello che proteggi finisce per morire di solitudine.

Quella sera, al ritorno alla Casa del Vento, Rebekah trovò Mor in biblioteca. Era circondata da vecchie mappe e rotoli di pergamena, una lampada a olio che proiettava ombre lunghe sul suo viso stanco. Non si accorse dell’ingresso di Rebekah finché quest’ultima non le posò un vassoio con del tè e dei biscotti sul tavolo.

— Cosa vuoi adesso? — chiese Mor, senza alzare lo sguardo.

— Ho pensato che avessi fame — rispose Rebekah, sedendosi sulla sedia di fronte. — E ho pensato che fossi stanca di bere vino per affogare i pensieri. Il tè aiuta a riflettere meglio.

Mor alzò finalmente gli occhi, scrutandola con sospetto. — Perché lo fai? Un momento prima mi insulti e quello dopo mi porti il tè. Sei bipolare?

Rebekah rise, un suono dolce che riempì la stanza silenziosa. — No. Sono solo sincera. Mi stai antipatica, Morrigan. Sei testarda, prevenuta e un tantino egocentrica. Ma sei anche parte di questa famiglia. E io non lascio indietro nessuno della mia famiglia, anche se mi fanno venire voglia di urlare.

Mor rimase in silenzio, guardando il fumo che saliva dalla tazza di tè. Per la prima volta, non c’era sarcasmo nella sua voce quando parlò. — Perché sei così... così tu? Dopo tutto quello che ti hanno fatto... come fai a essere ancora così gentile?

Rebekah si sporse in avanti, i suoi occhi celesti che brillavano nella penombra. — Perché essere crudeli è facile, Mor. Chiunque può chiudersi in se stesso e odiare il mondo. Ma restare gentili, restare aperti... quello richiede una forza che la maggior parte delle persone non ha. Io non lascerò che Amarantha o Tamlin portino via la parte migliore di me. Se lo facessi, avrebbero vinto loro.

Mor prese la tazza tra le mani, sentendo il calore diffondersi nelle dita. — Sei una creatura strana, Rebekah Vaelor.

— Lo so — rispose lei con un occhiolino. — Ma ammettilo, la tua vita sarebbe noiosissima senza di me.

Mor accennò un sorriso, un gesto minuscolo ma reale. — Forse sarebbe solo più tranquilla.

— La tranquillità è sopravvalutata — concluse Rebekah, alzandosi per andarsene. — Ci vediamo domani mattina per l’allenamento. E cerca di dormire. Hai delle occhiaie che non si addicono a una regina.

Mentre Rebekah usciva dalla stanza, Mor sussurrò un "grazie" quasi impercettibile. Rebekah lo sentì grazie ai suoi sensi da Fae, ma non disse nulla. Sapeva che la strada per la pace tra loro era ancora lunga, ma quella sera, per la prima volta, l’odio aveva lasciato spazio a una tregua fragile e preziosa.

Velaris splendeva fuori dalle finestre, e per Rebekah, la luce non era più un peso che la consumava, ma un faro che illuminava il futuro. Un futuro fatto di sfide, di amicizie ritrovate e di bionde testarde che, forse, non erano poi così diverse da lei.