what’s behind the stars
Riflessi di Rubino e Polvere di Stelle
Il mattino seguente a Velaris sorse con una limpidezza che Rebekah trovò quasi offensiva. Dopo la fragile tregua della sera precedente, si era aspettata un cambiamento, un’apertura, o almeno un cenno di riconoscimento. Invece, Morrigan si era trasformata in una statua di ghiaccio dorato. Durante la colazione, Mor non le aveva rivolto né un insulto né uno sguardo, parlando esclusivamente con Cassian di pattuglie e rifornimenti, come se Rebekah fosse diventata parte dell'arredamento della Casa del Vento.
Rebekah, dal canto suo, aveva risposto con un silenzio altrettanto ostinato. Aveva mangiato la sua frutta con eleganza distaccata, la schiena dritta e il mento alto, ignorando deliberatamente la presenza vibrante della bionda seduta di fronte a lei. Se Morrigan voleva giocare al gioco dell'indifferenza, Rebekah possedeva secoli di testardaggine mortale ora amplificata dal sangue immortale.
La giornata era trascorsa in un limbo di sguardi evitati. Si erano incrociate nei corridoi, i loro abiti — uno di seta azzurra come il ghiaccio, l'altro rosso come il sangue — avevano quasi sfiorato, ma nessuna delle due aveva ceduto. Era una guerra fredda combattuta nel cuore della città della luce.
Quando la notte calò su Velaris, avvolgendo le torri di marmo in un abbraccio di velluto e cobalto, Rebekah si ritrovò sola nella sua stanza. Ma il sonno, quel rifugio che avrebbe dovuto accoglierla, le sfuggiva come sabbia tra le dita.
Si distese sul letto, fissando il soffitto affrescato, ma non vedeva le nuvole dipinte. Vedeva l'oscurità. Quell'oscurità densa, umida e maleodorante delle celle Sotto la Montagna. Sentiva il rumore delle catene, il grido soffocato di qualche prigioniero in lontananza e, peggio di tutto, il ricordo del tocco di Amarantha — non su di lei, ma l'orrore di dover stare a guardare mentre Rhysand veniva umiliato, sapendo che lei sarebbe stata la prossima se non avesse sorriso abbastanza, se non fosse stata abbastanza "divertente" per la regina folle.
Il potere solare dentro di lei ebbe un sussulto. Una vampata di calore le bruciò le vene, facendole sudare le palme delle mani. Era un’energia che chiedeva di essere liberata, di esplodere contro quelle mura che, nonostante la loro bellezza, cominciavano a ricordarle una prigione.
Dall'altra parte del corridoio, Morrigan non stava meglio. Era seduta sul bordo del suo letto, un bicchiere di vino ormai vuoto sul comodino. Era furiosa. Non con Rhys, non con la guerra imminente, ma con quella ragazza bionda che sembrava decisa a scardinare ogni sua difesa. Rebekah Vaelor era un riverbero costante, un promemoria di tutto ciò che Mor cercava di nascondere dietro la sua maschera di piacere e distacco. La sua gentilezza la irritava; la sua capacità di sorridere dopo l'inferno la faceva sentire inadeguata.
— Perché non riesce a stare al suo posto? — sussurrò Mor nell'oscurità, stringendo i pugni.
In quel momento, percepì qualcosa. Un’onda d’urto mentale, sottile ma insistente.
Rebekah, esausta dal proprio tormento interiore, aveva deciso che se non poteva dormire, non avrebbe permesso nemmeno alla sua "nemica" di farlo. Aveva chiuso gli occhi, concentrandosi sul legame invisibile che sembrava unire tutti gli abitanti di quella casa. Aveva cercato la presenza di Mor, non con la forza brutale di un Daemati, ma con la curiosità istintiva di chi possiede una luce che non può essere contenuta.
Toccò le difese di Morrigan.
Erano spettacolari. Uno scudo di rubini mentali, duri, sfaccettati e impenetrabili. Una barriera che trasudava secoli di segreti e dolori mai confessati. Rebekah spinse leggermente, come un bambino che tasta la superficie di un lago ghiacciato.
"Fammi entrare, Morrigan," pensò Rebekah, visualizzando la propria mente come un raggio di sole che cercava di infiltrarsi tra le crepe di quelle gemme rosse. "Smettila di nasconderti."
Nella sua camera, Mor sussultò. Sentì la pressione. Non era un attacco; era un solletico persistente, un calore che cercava di sciogliere il freddo dei suoi rubini. Era un'insolenza inaudita. Nessuno, a parte Rhys, osava avvicinarsi così tanto alla sua psiche.
— Esci dalla mia testa, ragazzina — ringhiò Mor a bassa voce, rafforzando le sue difese.
Rebekah non si arrese. Usò il suo potere, quella strana magia solare che non era solo luce fisica, ma verità. La verità che brucia i veli. Spinse ancora, stuzzicando i confini di quello scudo, cercando il punto debole, la crepa che sapeva esistere.
"Perché hai così paura?" trasmise Rebekah. "Siamo sole in questa casa piena di maschi feriti e guerrieri. Perché combatti contro di me?"
Mor sentì un'immagine proiettata contro i suoi rubini: la sala del trono di Amarantha, ma vista attraverso gli occhi di Rebekah. Il terrore puro, la nausea, e poi la visione di Mor stessa, vista da lontano durante una delle rare volte in cui era stata costretta a presentarsi Sotto la Montagna. Rebekah l'aveva guardata e aveva provato speranza.
Quella rivelazione colpì Mor come uno schiaffo. La rabbia divampò, alimentata dalla vulnerabilità che quel pensiero le provocava. Con un ruggito mentale, Mor spalancò le sue difese, non per accogliere, ma per travolgere.
In un istante, la porta della camera di Rebekah venne spalancata con una forza tale da far tremare i cardini. Morrigan era lì, sulla soglia, i capelli scarmigliati e gli occhi che ardevano di una luce dorata e selvaggia.
— Come ti permetti? — la voce di Mor era un sibilo letale. — Come osi cercare di forzare la mia mente?
Rebekah si mise a sedere lentamente, senza mostrare paura, anche se il cuore le batteva all'impazzata. La sua pelle emanava un debole bagliore dorato nell'oscurità.
— Non stavo forzando nulla, Morrigan. Stavo bussando. Il fatto che tu l'abbia sentito come un attacco dice molto più su di te che su di me.
Mor fece tre passi rapidi, entrando nella stanza e sovrastando il letto. — Tu non sai cosa significhi avere qualcuno che fruga nei tuoi pensieri. Non sai cosa proteggo dietro quegli scudi. Se ci riprovi, ti giuro che ti rimando alla Corte della Primavera a calci.
Rebekah scoppiò in una risata amara, alzandosi in piedi per affrontare Mor faccia a faccia. Erano quasi alla stessa altezza, due figure di luce e ombra che si sfidavano nel silenzio della notte.
— Oh, certo. Minacciami pure. È così facile, vero? È molto più semplice ringhiare che ammettere che sei terrorizzata dal fatto che qualcuno possa vederti per quella che sei davvero. Una donna che ha passato così tanto tempo a proteggere gli altri da aver dimenticato come proteggere se stessa senza diventare un mostro di freddezza.
— Non chiamarmi così — rispose Mor, la voce che tremava per la furia. — Tu non hai idea di cosa ho sacrificato. Non hai idea di cosa ho passato nelle mani della mia stessa famiglia.
— E tu pensi di essere l'unica? — Rebekah fece un passo avanti, invadendo lo spazio personale di Mor. Il calore che emanava era quasi insopportabile. — Pensi che io sia uscita indenne da quelle celle? Pensi che ogni volta che chiudo gli occhi non senta l'odore del sangue di Feyre sul pavimento di pietra? Siamo entrambe spezzate, Morrigan. Ma io sto cercando di incollare i pezzi, mentre tu stai solo fissando le tue ferite e urlando a chiunque cerchi di aiutarti.
Mor alzò una mano, forse per spingerla via, forse per colpirla, ma Rebekah le afferrò il polso. Il contatto fisico fu come una scossa elettrica. Il potere solare di Rebekah e la magia ancestrale di Mor si scontrarono, creando una scintilla di luce bianca che illuminò la stanza per un istante eterno.
In quel contatto, gli scudi di Mor vacillarono. Per un secondo, solo un secondo, Rebekah vide: vide un corpo abbandonato nel fango, vide chiodi di ferro freddo, vide il dolore di un tradimento così profondo da far sanguinare l'anima. E vide la solitudine. Una solitudine immensa, circondata da amici che la amavano, ma che non potevano mai capire davvero il buio che portava dentro.
Mor si ritrasse come se fosse stata bruciata, il respiro affannoso. I suoi occhi erano lucidi, non di lacrime, ma di un'emozione così grezza da apparire spaventosa.
— Vattene — sussurrò Mor. — Esci da questa stanza, esci dalla mia vita.
— Questa è la mia stanza, Morrigan — rispose Rebekah dolcemente, la rabbia svanita, sostituita da una compassione che sapeva sarebbe stata accolta con altro odio. — E io non vado da nessuna parte. Rhys mi ha portata qui perché questo è un rifugio. Anche per te.
Mor la fissò per un lungo istante, le labbra che tremavano. Sembrò sul punto di dire qualcosa — un insulto, una confessione, un urlo — ma poi si voltò e uscì dalla stanza con la stessa violenza con cui era entrata.
Rebekah rimase sola, lasciandosi cadere di nuovo sul letto. Il suo braccio formicolava ancora per il contatto con Mor. Aveva stuzzicato i rubini, e aveva trovato il fuoco che bruciava sotto di essi.
"È come me," pensò Rebekah, guardando le stelle fuori dalla finestra. "È una stella caduta che cerca di fingere di essere ancora in cielo."
Il silenzio tornò a regnare nella Casa del Vento, ma era un silenzio diverso. Non era più il vuoto di chi si ignora, ma la tensione di chi si è finalmente visto.
Dall'altra parte della parete, Morrigan era rannicchiata contro la porta della sua camera. Il tè che Rebekah le aveva portato la sera prima era ancora lì, freddo. Mor guardò le sue mani, le mani di una guerriera, di una regina, di una sopravvissuta. Per la prima volta dopo decenni, sentì che i suoi scudi di rubino non erano più così impenetrabili. E la cosa che la spaventava di più non era la debolezza... era il fatto che la luce di Rebekah, in qualche modo, non l'aveva bruciata. L'aveva scaldata.
— Maledetta bionda — mormorò Mor, chiudendo gli occhi.
Il giorno dopo, sapevano entrambe che nulla sarebbe stato più lo stesso. L'odio era ancora lì, vibrante e aspro, ma ora aveva una forma. Era un ponte fatto di cicatrici e specchi infranti.
Quando si ritrovarono a colazione, Rhysand alzò lo sguardo dal suo giornale, i suoi occhi viola che passavano dall'una all'altra con un'espressione indecifrabile. Feyre guardò Rebekah, notando la stanchezza nei suoi occhi, e poi Mor, che sembrava più tesa del solito.
— Dormito bene? — chiese Cassian con la sua solita mancanza di tatto, addentando un pezzo di pane.
Rebekah e Mor si guardarono. Fu un istante fugace, un incrocio di azzurro e oro che conteneva tutto il peso della notte precedente.
— Pessimamente — risposero all'unisono.
Cassian inarcò un sopracciglio, guardando Rhys. Il Signore della Notte accennò un sorriso impercettibile.
— Bene — disse Rhysand, tornando alla sua lettura. — Significa che state iniziando a conoscervi sul serio.
Rebekah prese una tazza di caffè, sentendo lo sguardo di Mor bruciarle sulla pelle. Non era più lo sguardo di prima. Era una sfida, sì, ma era anche una domanda. Una domanda a cui Rebekah era decisa a rispondere ogni singolo giorno, finché quegli scudi di rubino non fossero caduti del tutto, lasciando spazio alla luce che entrambe meritavano di ritrovare.
Perché a Velaris, la città dei sogni, anche l'odio più profondo poteva trasformarsi nel primo passo verso la salvezza. E Rebekah Vaelor, con la sua arroganza gentile e il suo potere solare, aveva appena iniziato a incendiare le ombre di Morrigan.