Back to overview

what’s behind the stars

L'Artiglio del Sole e il Silenzio del Ragno

Il marmo della Casa del Vento portava ancora i segni dell'esplosione di luce di Rebekah. Piccole crepe ramificate si irradiavano dal centro della sala, come se un fulmine fosse rimasto intrappolato nel pavimento. Ma il danno fisico era nulla in confronto al cambiamento che vibrava nell'aria. Velaris, la città dei sogni, sembrava aver trattenuto il respiro da quando Morrigan era stata riportata indietro dall'abisso.

Rebekah non aveva lasciato la stanza di Mor per tre giorni. Non aveva mangiato, non aveva dormito, se non per brevi istanti di veglia tormentata su una poltrona accanto al letto. Il suo potere solare, una volta un torrente impetuoso, ora era un ronzio basso e costante sotto la sua pelle, una sentinella che vegliava sulla vita della donna che amava. Il legame del compagno, appena scoccato, era un filo di fuoco che le bruciava nel petto, trasmettendole ogni sussulto, ogni brivido di dolore residuo di Morrigan.

Mor giaceva tra lenzuola di seta grigia, il viso pallido come pergamena. Le cicatrici bianche sulle sue mani brillavano di una luce fioca ogni volta che Rebekah le sfiorava. Stava guarendo, ma il trauma non era solo nella carne. Era nel modo in cui i suoi occhi dorati scattavano verso la porta a ogni minimo rumore, nel modo in cui il suo respiro si faceva affannoso se Rebekah si allontanava anche solo di un metro.

— Devi bere qualcosa, Rebekah — disse una voce profonda dall'ombra della porta.

Rhysand era lì, appoggiato allo stipite. Il Signore della Notte appariva stanco, le occhiaie profonde che scavavano il suo viso solitamente impeccabile. Le sue ali erano invisibili, ma l'oscurità che emanava era densa, carica di una furia fredda che Rebekah sentiva premere contro i propri sensi.

Rebekah non si voltò. Continuò a passare un panno umido sulla fronte di Mor. — Non ho fame, Rhys. E non ho intenzione di muovermi finché non aprirà gli occhi e mi dirà che il dolore è sparito del tutto.

— Sta dormendo un sonno senza sogni, grazie a un infuso di Azriel — rispose Rhys, entrando nella stanza con passi felpati. Si fermò ai piedi del letto, guardando sua cugina con un misto di agonia e sollievo. — Hai fatto un miracolo, Rebekah. Ma quel miracolo ha avuto un prezzo. Le tue ciocche bianche... il tuo potere è instabile.

Rebekah si voltò finalmente, e Rhys fece un passo indietro, sorpreso dalla ferocia che brillava negli occhi azzurri della ragazza. Non era più la gioia radiosa che l'aveva caratterizzata al suo arrivo a Velaris. Era qualcosa di antico, di tagliente. Qualcosa che apparteneva ai deserti infuocati e alle stelle che collassano.

— Il prezzo è stato nullo rispetto a quello che hanno fatto a lei — ringhiò Rebekah, alzandosi in piedi. La sua statura sembrava essere aumentata, la sua aura premeva contro quella di Rhysand con una forza che non avrebbe dovuto possedere. — Beron. E quel verme di suo padre, Keir. Rhys, dimmi che hai già mandato Cassian a raderli al suolo. Dimmi che le loro teste sono già in viaggio verso Velaris.

Rhysand sospirò, incrociando le braccia. — Sai che non è così semplice. La Corte dell'Autunno è un vespaio, e Keir... Keir è un male necessario per mantenere l'ordine nella Corte degli Incubi. Un attacco diretto significherebbe la guerra totale tra le Corti.

— Guerra? — Rebekah scoppiò in una risata amara, un suono privo di umorismo che fece vibrare i cristalli della stanza. — Hanno trafitto la tua famiglia, Rhys. Hanno profanato la Verità della tua Corte. E tu mi parli di diplomazia e di equilibri politici? Se non agirai tu, lo farò io. Brucerò la Corte dell'Autunno finché non rimarrà che cenere. Farò evaporare ogni singola goccia di sangue nelle vene di Beron.

— Rebekah, calmati — ordinò Rhys, e la sua voce da Signore della Notte fece tremare le ombre negli angoli. — Non sei in te. Il legame del compagno sta distorcendo il tuo giudizio. Provi la sua rabbia, il suo dolore, moltiplicati per la tua stessa magia.

— Non osare dirmi cosa provo! — urlò lei, e una vampata di calore bianco eruppe dalle sue mani, annerendo il tappeto ai suoi piedi. — Io sento il ferro nelle sue ossa! Sento il terrore che ha provato mentre quei mostri ridevano di lei! Se pensi che io rimarrò qui seduta a fare la brava "ospite" mentre loro brindano alla loro crudeltà, allora non mi conosci affatto, Rhysand.

In quel momento, un gemito debole provenne dal letto.

Entrambi si voltarono. Mor si stava muovendo, le palpebre che tremavano. Rebekah fu al suo fianco in un istante, prendendole la mano.

— Mor? Sono qui. Sono qui.

Morrigan aprì gli occhi, ma non c'era la luce della guerriera in essi. C'era solo una stanchezza infinita. Guardò Rebekah, poi Rhys, e infine le proprie mani cicatrizzate.

— Non farlo — sussurrò Mor, la voce ridotta a un soffio secco.

Rebekah si irrigidì. — Cosa non devo fare, cara?

— Non andare da loro — disse Mor, una lacrima che le rigava la tempia. — Se vai... se scateni questo incendio... diventerai come Amarantha. Diventerai distruzione. E io non posso... non posso perderti così. Non ora che ti ho appena trovata.

Rebekah sentì il cuore spezzarsi. La furia che l'aveva alimentata fino a un istante prima vacillò, scontrandosi con il bisogno disperato di conforto che emanava da Mor attraverso il legame.

— Hanno cercato di ucciderti, Mor — mormorò Rebekah, premendo la fronte contro la sua. — Non posso lasciarli vivere. Non è giusto.

— La giustizia non è vendetta — intervenne Rhysand, avvicinandosi e posando una mano sulla spalla di Rebekah. — Ascoltala. Mor sa meglio di chiunque altro cosa significhi essere consumati dall'odio. Se parti per una missione suicida nella Corte dell'Autunno, Beron vincerà comunque, perché avrà distrutto la luce che ci ha salvati.

Rebekah chiuse gli occhi, lottando contro l'impulso di urlare. Poteva sentire l'odore della cenere e del sangue dell'Autunno nelle sue narici, un richiamo primordiale alla violenza. Ma sentiva anche il battito irregolare del cuore di Mor sotto il suo palmo.

— Esci, Rhys — disse Rebekah dopo un lungo silenzio. — Lasciaci sole.

Rhysand esitò, i suoi occhi viola che scrutavano la profondità del legame che univa le due donne. Alla fine, annuì. — Azriel è fuori dalla porta. Se hai bisogno di qualcosa... o se senti che il potere sta per sfuggirti di mano... chiamalo.

Quando la porta si chiuse, la stanza tornò nel silenzio, rotto solo dal respiro affannoso di Mor.

— Odio sentirmi così — disse Mor, cercando di mettersi a sedere. Rebekah la aiutò, sistemandole i cuscini dietro la schiena con una delicatezza che contrastava violentemente con la rabbia di poco prima. — Odio che abbiano ancora questo potere su di me. Dopo secoli... mi sento ancora quella ragazzina nel fango.

— Non lo sei — rispose Rebekah con fermezza, sedendosi sul bordo del letto. — Sei la donna più forte che io abbia mai conosciuto. Sei tornata dall'inferno due volte, Mor. Una volta da sola, e una volta con me.

Mor le prese il viso tra le mani, studiando le ciocche bianche tra i capelli dorati di Rebekah. — Hai dato così tanto di te stessa per riportarmi indietro. Perché vuoi sprecarlo per Beron? Lui non merita nemmeno un briciolo della tua luce.

— Non è per lui — rispose Rebekah, e una lacrima solitaria le rigò la guancia. — È per me. Perché ogni volta che chiudo gli occhi, vedo le tue mani. E sento che, se non faccio qualcosa, quella ferita non guarirà mai davvero nemmeno dentro di me. Il legame... Mor, io sento tutto.

Mor la attirò a sé, nascondendo il viso nel suo incavo del collo. — Allora senti questo. Senti quanto ho bisogno che tu rimanga qui. Senti quanto Velaris ha bisogno del suo sole. Se vai nell'Autunno, Beron userà ogni sporco trucco, ogni incantesimo di ferro freddo. Non sei ancora pronta per una guerra del genere, Rebekah. Il tuo potere è vasto, ma è ancora grezzo. Ti ucciderebbero, e io morirei con te.

Rebekah strinse i denti, le nocche bianche mentre afferrava le lenzuola. — Allora cosa facciamo? Restiamo qui a aspettare che colpiscano di nuovo?

— No — la voce di Mor si fece improvvisamente più dura, un riverbero della guerriera che era. — Lasceremo che Rhys giochi le sue carte politiche. Lasceremo che Azriel tessa le sue ombre intorno a loro. E quando sarà il momento... quando saremo entrambe pronte... li distruggeremo insieme. Non come un atto di rabbia impulsiva, ma come una sentenza.

Rebekah si scostò leggermente per guardarla negli occhi. Vide la determinazione di Mor, ma vide anche la paura che cercava di nascondere. Capì che la sua sete di vendetta stava spaventando la sua compagna più di quanto non facessero i ricordi di Beron.

— Mi dispiace — sussurrò Rebekah. — Sono così... piena di questo fuoco. A volte dimentico come controllarlo.

— Impareremo insieme — rispose Mor, accennando un piccolo, fragile sorriso. — Dopotutto, siamo una combinazione pericolosa. La Verità e il Sole. Chi potrebbe fermarci?

Passarono le ore successive in un silenzio più calmo. Rebekah riuscì finalmente a mangiare qualcosa, spronata dalle insistenze di Mor, mentre il sole di Velaris iniziava a calare dietro le montagne, tingendo il cielo di viola e oro.

Ma la tregua interiore di Rebekah fu interrotta da un bussare sommesso.

Non era Rhys. Non era Cassian.

Rebekah aprì la porta e si trovò davanti Azriel. Il Cantore delle Ombre sembrava una colonna di fumo nero nel corridoio illuminato dalle lampade magiche. Le sue ombre si agitavano intorno a lui, inquiete.

— Posso parlarle? — chiese Azriel, la voce che era poco più di un soffio.

Rebekah lanciò un'occhiata a Mor, che le fece un cenno di assenso, poi uscì nel corridoio chiudendo la porta dietro di sé.

— Se sei qui per dirmi di calmarmi come ha fatto Rhys, risparmia il fiato — esordì Rebekah, incrociando le braccia.

Azriel la guardò a lungo. C'era un dolore così profondo nei suoi occhi che Rebekah sentì la propria rabbia vacillare. Sapeva cosa Azriel provasse per Mor. Sapeva che vederla in quello stato era stato un tormento pari al suo, se non superiore per via dei secoli trascorsi a proteggerla.

— Non sono qui per questo — disse Azriel. Allungò una mano e, con un movimento lento, le porse un oggetto avvolto in un panno scuro. — Ho trovato questo nella Corte dell'Autunno, prima di portarla via. È caduto a Beron durante lo scontro.

Rebekah scartò l'oggetto. Era un anello con un sigillo di rubino, lo stemma della casata Vanserra, ancora macchiato di sangue secco. Al contatto con il gioiello, il potere di Rebekah ebbe un sussulto violento. Poteva sentire l'eco della magia crudele di Beron impregnata nella pietra.

— Perché lo dai a me? — chiese lei, la voce che tremava.

— Perché Rhysand ha ragione — disse Azriel, e le sue ombre sfiorarono le dita di Rebekah, gelide e rassicuranti al tempo stesso. — Un attacco diretto ora sarebbe un suicidio. Ma le ombre hanno molti modi per colpire. Questo anello... può essere usato per tracciare la sua magia. Per sapere dove si trova, con chi parla. Per rendere la sua vita un inferno senza mai toccare il confine dell'Autunno.

Rebekah sollevò lo sguardo, sorpresa. — Mi stai aiutando a vendicarmi alle spalle di Rhys?

— Ti sto aiutando a proteggere la tua compagna — rispose Azriel, e per un istante la maschera di ghiaccio del Cantore delle Ombre si incrinò, rivelando una ferocia che eguagliava quella di Rebekah. — Rhys deve pensare al regno. Io devo pensare a lei. E ora, anche tu. Usa questo anello per imparare a conoscere il tuo nemico. Non bruciarlo subito, Rebekah. Lascia che il calore aumenti lentamente. Finché non sarà lui a implorare il freddo della morte.

Rebekah strinse l'anello nel pugno, sentendo la punta del sigillo incidersi nel palmo. — Grazie, Azriel.

— Non ringraziarmi. Assicurati solo che quando colpirai, lei sia al tuo fianco. Non escluderla, Rebekah. La sua Verità è l'unica cosa che può bilanciare il tuo Sole. Se vai da sola, ti perderai nell'incendio.

Azriel svanì nelle ombre prima che lei potesse rispondere, lasciandola sola nel corridoio silenzioso.

Rebekah tornò nella stanza, nascondendo l'anello nella tasca dell'abito. Mor si era addormentata di nuovo, il viso finalmente disteso. Rebekah si risedette accanto a lei, prendendole la mano.

Il fuoco nel suo sangue non si era spento, ma ora aveva una direzione. Non sarebbe stata una distruzione cieca. Sarebbe stata una caccia. Avrebbe imparato ogni segreto di Beron, ogni debolezza di Keir. Avrebbe usato la sua luce per illuminare ogni angolo oscuro delle loro vite, finché non avessero avuto più un posto dove nascondersi.

— Dormi, Mor — sussurrò Rebekah, baciandole le nocche cicatrizzate. — Il sole sta calando, ma io sono qui. E ti prometto... che chiunque ti abbia toccata pagherà un prezzo che nemmeno l'eternità potrà saldare.

Fuori dalla finestra, Velaris brillava sotto le stelle, ignara della tempesta che stava maturando nel cuore della sua nuova abitante. Rebekah Vaelor non era più solo una sopravvissuta. Era la protettrice di una regina, la metà di un legame leggendario, e il braccio armato di una vendetta che avrebbe fatto tremare le fondamenta di Prythian.

Quella notte, mentre il legame tra le due compagne pulsava di una luce dorata e costante, Rebekah accettò finalmente la sua natura. Non avrebbe cercato di contenere il suo potere per compiacere Rhysand o per paura di se stessa. Avrebbe forgiato quel potere in una lama.

Perché la Verità meritava una difesa che non conoscesse pietà. E il Sole, dopotutto, era l'unica cosa capace di trasformare l'autunno in un deserto di cenere.

Nei giorni seguenti, la Casa del Vento divenne un alveare di attività sospesa. Feyre cercava di distrarre Rebekah portandola a dipingere lungo il Sidra, ma i colori che Rebekah usava erano sempre gli stessi: rosso sangue, oro accecante e il bianco gelido delle sue nuove ciocche di capelli. Cassian la guardava con un rispetto tinto di timore, evitando di stuzzicarla come faceva di solito. Sapeva che la ragazza che aveva addestrato era morta nella sala del trono, e che al suo posto era nata una predatrice.

Rhysand osservava tutto dall'alto, le sue ali nere distese contro il vento della notte. Sentiva la tensione tra Rebekah e l'anello che Azriel le aveva consegnato. Sapeva del patto silenzioso tra il suo Cantore delle Ombre e la ragazza solare. Ma non intervenne. Forse perché, nel profondo, anche il Signore della Notte voleva vedere Beron bruciare. O forse perché sapeva che cercare di fermare Rebekah ora sarebbe stato come cercare di spegnere un incendio con un soffio.

Mor iniziò a camminare di nuovo, una settimana dopo. La sua prima uscita fu sulla terrazza, sorretta da Rebekah. Guardò la città sottostante, il vento che le scompigliava i capelli biondi.

— Sento che qualcosa è cambiato — disse Mor, voltandosi verso Rebekah. — Non è solo il legame. C'è un'oscurità in te che non c'era prima.

Rebekah le prese le mani, intrecciando le dita con le sue. — Non è oscurità, Mor. È solo l'ombra che proietta una luce troppo forte.

Mor la studiò a lungo, poi sorrise, un sorriso amaro e bellissimo. — Allora assicurati di non perderti in quell'ombra. Perché io ho bisogno di vederti, Rebekah. Sempre.

— Mi vedrai — promise Rebekah, attirandola a sé in un bacio che sapeva di promesse infrante e di nuove, feroci speranze. — Mi vedrai mentre brucio il mondo per te.

E mentre le stelle di Velaris brillavano sopra di loro, il sigillo di Beron nella tasca di Rebekah sembrò farsi più pesante, un monito costante che il tempo della diplomazia era finito. Il tempo del sole era appena iniziato.