when the roses are now burned
Oltre il velo d’oro
La sala da pranzo della Casa del Vento era inondata dalla luce calda dei lampadari di cristallo, un contrasto stridente con il freddo siderale che Claris sentiva nel petto. Il profumo del cibo — arrosto alle erbe, verdure saltate, vino speziato — le rivoltava leggermente lo stomaco. Si sentiva come un fantasma seduto a un banchetto di vivi.
Attorno a lei, la Cerchia Ristretta rideva. Cassian stava mimando una delle sue ultime disavventure durante l'addestramento degli Illyrian, gesticolando selvaggiamente con un calice in mano, mentre Mor lo punzecchiava con battute taglienti che scatenavano ondate di ilarità. Feyre sorrideva, con la testa appoggiata sulla spalla di Rhysand, e il Signore della Notte la guardava come se fosse l'unica stella in un cielo altrimenti buio.
Erano una famiglia. Un meccanismo perfetto, oliato da secoli di lealtà, dolori condivisi e amore incondizionato. E poi c'era lei.
Claris fissava il proprio piatto, giocherellando con una foglia di rucola. I suoi capelli biondi le ricadevano sul viso come un paravento, un tentativo disperato di nascondere gli occhi azzurri che, ne era certa, tradivano la sua voglia di urlare. Ogni risata di Mor era un chiodo che si conficcava nella sua pazienza; ogni sguardo colpevole che Feyre le lanciava di nascosto era un promemoria di tutto ciò che era andato in frantumi.
— Claris, dovresti assaggiare il pasticcio — disse Feyre, la voce dolce, quasi timorosa. — Il cuoco lo ha preparato seguendo una ricetta che ci piaceva tanto quando... quando eravamo nel villaggio.
Claris sollevò lentamente lo sguardo. Il silenzio cadde sulla tavola, un velo pesante che soffocò l'allegria di pochi istanti prima.
— Non ho fame, Feyre — rispose Claris. La sua voce era piatta, priva di quella musicalità che un tempo incantava chiunque la ascoltasse. — E non ricordo molto di quello che ci piaceva nel villaggio. Quei ricordi sono stati sepolti sotto diversi strati di terra e sangue.
Mor sospirò rumorosamente, posando le posate con un tintinnio metallico. — Stiamo solo cercando di rendere la serata piacevole. Non è necessario essere sempre così... ostile.
Claris avvertì una fiammata di calore dorato risalire lungo la spina dorsale. Il suo potere empatico, solitamente una maledizione che le faceva percepire il dolore altrui, quel giorno era intriso di una rabbia purissima.
— Ostile? — ripeté Claris, un sorriso amaro che le increspava le labbra. — Mi scuso se la mia presenza rovina l'estetica della tua famiglia perfetta, Morrigan. Forse dovrei tornare nelle stanze dove Tamlin mi teneva chiusa. Lì, almeno, nessuno si aspettava che facessi conversazione durante la cena.
— Claris, basta — intervenne Rhysand, il tono calmo ma venato di un'autorità che fece vibrare l'aria.
Claris si alzò di scatto, la sedia che strideva contro il pavimento di marmo. Non disse una parola. Voltò le spalle a quella sfilata di felicità e uscì sulla terrazza, dove l'aria gelida della notte la accolse come un vecchio amico.
Si appoggiò alla balaustra, stringendosi nelle spalle. Il potere dentro di lei premeva per uscire, una massa informe di magia dorata che Amarantha aveva distorto e che Tamlin aveva cercato di soffocare. Sentiva le lacrime bruciare, ma si rifiutava di versarle. Non lì. Non davanti a loro.
— Non devi restare se non vuoi.
La voce di Azriel non la fece trasalire. Era abituata alla sua presenza silenziosa, un'ombra tra le ombre. Il Cantore delle Ombre si posizionò accanto a lei, fissando le luci di Velaris sottostanti.
— È la loro casa — mormorò Claris, la voce incrinata. — Sono io quella fuori posto.
Azriel non rispose subito. Le sue ombre si allungarono, sfiorando i bordi del vestito di Claris, quasi a volerle offrire un mantello protettivo. Poi, con una mossa che la colse di sorpresa, lei sentì una pressione leggera contro le sue barriere mentali. Non era un attacco brutale come quelli di Rhysand, né un'intrusione curiosa. Era un tocco cauto, come qualcuno che bussa a una porta chiusa da tempo.
Senza sapere perché, Claris lasciò cadere un frammento del suo scudo.
In quell'istante, Azriel fu nella sua mente. Non vide i suoi segreti, non frugò tra i suoi traumi. Le trasmise semplicemente una sensazione: il peso del silenzio, la solitudine di chi osserva il mondo da dietro un velo.
— Non devi niente a nessuno di loro — disse Azriel a voce alta, rompendo il contatto mentale ma mantenendo lo sguardo fisso sul suo. — Né a Feyre per il vostro passato, né a Rhysand per averti portata qui, né tantomeno a Mor.
Claris lo guardò, colpita dalla fermezza nelle sue parole.
— Se un giorno senti che questo posto ti soffoca troppo — continuò lui, e per la prima volta Claris vide un barlume di qualcosa di profondamente umano nei suoi occhi nocciola — dimmelo. Ti porterò via. Ovunque tu voglia. Non ti chiederò spiegazioni e non ti riporterò indietro finché non sarai pronta.
Claris sentì il cuore battere un colpo più forte. Non era una promessa di guarigione, non era il tentativo di "aggiustarla" che tutti gli altri perseguivano. Era una via d'uscita. Una mano tesa nell'oscurità.
— Perché? — sussurrò lei.
— Perché so cosa significa sentirsi in debito per la propria vita — rispose Azriel, le ali che fremevano leggermente. — E so che la gratitudine può diventare una prigione peggiore di una cella.
Dall'interno della sala, Rhysand osservava la scena attraverso le grandi vetrate. Il suo sguardo passava da Claris, con la sua postura rigida che iniziava finalmente a rilassarsi, ad Azriel. Notò il modo in cui il suo fratello di sangue inclinava la testa verso di lei, la tensione protettiva nelle sue spalle.
Era uno sguardo che Rhys conosceva bene. Era lo stesso sguardo che Azriel aveva rivolto a Mor per cinque secoli. Uno sguardo di devozione silenziosa, di un desiderio così profondo da essere diventato parte della sua stessa essenza. Ma c'era una differenza: con Mor, Azriel era sempre stato un passo indietro, rassegnato a un amore non corrisposto. Con Claris, sembrava che le sue ombre riconoscessero un'anima affine, una creatura forgiata nello stesso inferno.
Rhysand sospirò, uscendo a sua volta sulla terrazza. Il rumore dei suoi passi avvertì i due della sua presenza. Azriel si raddrizzò immediatamente, tornando alla sua maschera di impassibilità, ma le sue ombre rimasero vicine a Claris.
— Claris — disse Rhysand, avvicinandosi. — Possiamo parlare?
Lei non si voltò, ma non se ne andò nemmeno. Era un progresso.
— Se è per scusarti di Mor, non disturbarti. Sappiamo entrambi che pensa che io sia un peso.
— Mor ha un modo brusco di mostrare la sua preoccupazione — disse Rhys, posizionandosi dall'altro lato della ragazza. — Ma non sono qui per parlare di lei. Sono qui per parlare di te. E di quello che sta succedendo sotto la tua pelle.
Claris strinse le dita sulla pietra gelida. — Non sto facendo del male a nessuno.
— Non ancora — ribatté Rhys con dolcezza. — Ma la tua magia è instabile. È un misto di ciò che eri e di ciò che Amarantha ti ha costretto a diventare. Se continui a reprimerla, finirà per esplodere, e non sarai tu a decidere chi colpire.
Claris abbassò il capo. — Non so come controllarla. Quando ci provo, sento solo... dolore. Il dolore di tutti.
— Lo so. Sei un'empatica, Claris, ma ora sei anche un High Fae con poteri che superano la tua comprensione. Da domani, inizieremo un addestramento.
Claris rise amaramente. — Vuoi che impari a combattere con Cassian? Non credo di avere la forza per sollevare una spada.
— No — scosse il capo Rhysand. — Cassian si occuperà della tua resistenza fisica, sì. Ma io mi occuperò del resto. Ti insegnerò a controllare quella luce dorata, a modellarla invece di esserne vittima. E, cosa più importante, ti insegnerò a costruire uno scudo mentale che nemmeno io potrò scalfire.
Claris alzò lo sguardo, sorpresa. — Uno scudo impenetrabile?
— Sì. Nessuno entrerà più nella tua testa senza il tuo permesso. Nemmeno per "aiutarti". Sarai l'unica padrona dei tuoi pensieri e delle tue emozioni. Ti darò le chiavi della tua stessa mente, Claris. Te lo devo.
La ragazza guardò prima Rhysand e poi Azriel. Il Cantore delle Ombre le fece un piccolo cenno col capo, un incoraggiamento silenzioso. Per la prima volta dopo mesi, la sensazione di essere una preda indifesa iniziò a svanire.
— Quando iniziamo? — chiese lei, la voce un po' più ferma.
— All'alba — rispose Rhysand con un mezzo sorriso. — E Claris... non devi essere "gentile" o "educata" durante le mie lezioni. Se vuoi colpirmi con tutto quello che hai, fallo. Preferisco vederti furiosa che apatica.
Rhys si congedò con un cenno, rientrando per calmare Feyre e sedare gli animi tra i suoi amici. Claris rimase sola con Azriel sotto la coltre di stelle.
— Pensi che ci riuscirò? — chiese lei, quasi in un sussurro. — O sono troppo rotta per essere riparata?
Azriel fece un passo verso di lei, entrando nel suo spazio personale. Non cercò di toccarla, ma il calore del suo corpo era percepibile anche attraverso il freddo della notte.
— Non sei un vaso di porcellana, Claris — disse lui, la voce profonda come il velluto. — Sei acciaio che è stato passato nel fuoco. Il fuoco non ripara l'acciaio, lo trasforma. Lo rende una lama.
Claris lo guardò negli occhi, cercando un segno di falsità, ma trovò solo una verità brutale e onesta.
— Una lama può ferire — osservò lei.
— Sì — concluse Azriel. — Ma può anche proteggere. E può tagliare i fili di chiunque cerchi di manovrarti di nuovo.
Quella notte, Claris non sognò le stanze di Amarantha. Non sognò il disprezzo di Tamlin o il senso di colpa di Feyre. Sognò una distesa d'oro che si piegava al suo volere, e un'ombra silenziosa che camminava al suo fianco, pronta a portarla via se il mondo fosse diventato di nuovo troppo pesante da sopportare.
All'alba, mentre la prima luce del sole accarezzava le cime innevate delle montagne che circondavano Velaris, Claris si trovò sul campo di addestramento. Indossava abiti semplici, i capelli legati stretti.
Rhysand la stava aspettando al centro dello spiazzo circolare. Non c'erano altri testimoni, solo il vento che fischiava tra le rocce.
— Cominciamo dalle basi — disse il Signore della Notte, allargando le braccia. — Chiudi gli occhi. Senti il potere che preme contro il tuo petto. Non cercare di spingerlo giù. Immagina che sia un fiume. Un fiume d'oro liquido.
Claris obbedì. Chiuse gli occhi e cercò di visualizzare quella massa incandescente che la tormentava da quando era rinata. Era calda, densa, pulsante di una vita propria.
— Ora — continuò la voce di Rhys — immagina una parete. Non di pietra, ma di vetro scuro. Una parete che avvolge la tua mente. Lascia che il fiume scorra all'interno, ma non permettere a nulla di uscire. Nemmeno un sussurro.
Fu difficile. Ogni volta che cercava di alzare il muro, il ricordo del volto di Amarantha o il suono della voce di Tamlin lo facevano crollare. Il dolore empatico degli abitanti della città sottostante cercava di forzare il passaggio, bombardandola con frammenti di ansia, gioia e tristezza altrui.
— Concentrati, Claris — la spronò Rhys. — Sei tu il confine. Tu decidi chi entra e chi esce.
Claris strinse i denti. Il sudore iniziò a imperlarle la fronte. Poi, pensò alle parole di Azriel. *Non devi niente a nessuno.*
Quella consapevolezza fu il mattone mancante. Se non doveva nulla a nessuno, allora nessuno aveva il diritto di toccare la sua anima. Con un grido soffocato, Claris espanse il suo potere. Una vampa di luce dorata esplose intorno a lei, così intensa che Rhysand dovette schermarsi gli occhi.
Ma subito dopo l'esplosione, la luce si ritrasse. Claris rimase ferma al centro del cerchio, il respiro affannoso. Intorno alla sua mente, una barriera di puro potere dorato e opaco si era solidificata. Era fredda, liscia, impenetrabile.
Rhysand provò a sfiorarla con la sua telepatia, ma fu rimbalzato indietro con una forza sorprendente. Un sorriso genuino gli illuminò il volto.
— Eccellente — mormorò. — È un inizio formidabile.
Claris riaprì gli occhi. Il grigio che li velava sembrava essersi leggermente diradato, lasciando spazio a un azzurro vivido, elettrico.
— Ancora — disse lei, la voce che vibrava di una nuova determinazione. — Voglio imparare a usarlo per colpire.
Lontano, appollaiato su una sporgenza della roccia, Azriel osservava la scena. Le sue ombre danzavano freneticamente, eccitate dalla dimostrazione di forza della ragazza. Il Cantore delle Ombre sapeva che il cammino di Claris era ancora lungo e tortuoso, che le cicatrici Sotto la Montagna non sarebbero mai svanite del tutto. Ma vedendola lì, con la schiena dritta e la luce che le obbediva, seppe che non sarebbe rimasta un'ombra ancora per molto.
E se avesse scelto di diventare una lama, lui sarebbe stato la sua affilatura. Se avesse scelto di restare nell'oscurità, lui sarebbe stato il suo compagno di viaggio.
Perché Claris Vaelor non era più la ragazza gentile del villaggio. Era qualcosa di nuovo. Qualcosa che la Corte dei Sogni non era ancora pronta a gestire del tutto, ma che avrebbe imparato a rispettare. O a temere.