when the roses are now burned
Sussurri tra le fessure del cuore
L'aria pungente dell'alba pizzicava le guance di Claris, ma lei non batteva ciglio. Il campo di addestramento della Casa del Vento era diventato il suo santuario e la sua prigione, il luogo dove il dolore si trasformava in fatica fisica. Davanti a lei, Rhysand si muoveva con la fluidità di un predatore notturno, le ali ripiegate con eleganza contro la schiena potente.
— Di nuovo, Claris — ordinò lui, la voce ferma ma priva di quella durezza che usava con i suoi guerrieri. — Non lasciare che il potere ti guidi. Sii tu il timoniere.
Claris ringhiò tra i denti, evocando quella scintilla dorata che le ribolliva nel sangue. La scagliò contro Rhysand, non come un'esplosione caotica, ma come un dardo sottile e preciso. Lui la deviò con un gesto pigro della mano, avvolgendola nelle sue ombre finché la luce non si spense.
— Meglio — ammise il Signore della Notte, avvicinandosi. — Stai imparando a incanalare la rabbia. Ma ricordati che la rabbia è un combustibile che brucia in fretta. Hai bisogno di qualcosa di più solido se vuoi resistere a lungo.
Claris si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano. In quei momenti, quando erano soli e il resto del mondo non esisteva, vedeva sprazzi dell'uomo che l'aveva protetta Sotto la Montagna. C'era un’ombra del loro vecchio rapporto, una fratellanza nata nel sangue e nel terrore. In quegli istanti, non era il Signore della Notte che l'aveva abbandonata, ma il maschio che le aveva sussurrato parole di conforto mentre le ferite inferte da Amarantha bruciavano come tizzoni ardenti.
— Perché lo fai, Rhys? — chiese lei improvvisamente, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. — Perché perdere tempo con me quando potresti essere con la tua Compagna?
Rhysand la fissò intensamente. I suoi occhi violetti erano pieni di una saggezza antica e di una malinconia che Claris conosceva fin troppo bene.
— Perché te lo devo — rispose lui con semplicità. — E perché, nonostante tutto quello che è successo, sei parte di noi. Che tu lo voglia o no.
Più tardi, quella stessa mattina, Claris scorse Rhysand parlare con Feyre nel corridoio. Non intendeva origliare, ma i suoi sensi da Fae erano diventati ipersensibili.
— Sarà protetta, Feyre — stava dicendo Rhys, stringendo le mani della moglie. — Ho dato ordini precisi. Anche se lei ci respinge, anche se preferirebbe essere altrove, ogni membro di questa Corte darà la vita per lei. È sotto la mia protezione personale, e quella di Azriel. Non permetterò che le accada più nulla. Mai più.
Feyre appoggiò la testa sul petto di lui, sospirando. — È così lontana, Rhys. Mi guarda e vedo solo il vuoto.
— Il vuoto si riempie, tesoro mio. Ci vuole solo tempo.
Le parole di Rhysand risuonarono nella mente di Claris per tutto il giorno, come un’eco fastidiosa. "Protetta". Era una parola che un tempo le avrebbe dato conforto, ma che ora suonava come una catena.
L'occasione per mettere alla prova quella protezione arrivò prima del previsto. Rhysand, Feyre, Cassian e Azriel dovettero partire d'urgenza per un incontro diplomatico con la Corte dell'Estate. La tensione politica richiedeva la presenza di quasi tutta la Cerchia Ristretta.
Claris rimase alla Casa del Vento. Con Mor.
Il silenzio tra le due era così denso che si sarebbe potuto tagliare con un pugnale di verità. Claris sedeva in salotto, fingendo di leggere un libro, mentre Mor sorseggiava del vino guardando fuori dalla grande vetrata.
— Non mordo, sai? — disse Mor alla fine, voltandosi. Il suo vestito rosso sembrava una ferita aperta contro il candore delle pareti.
Claris non sollevò lo sguardo dalle pagine. — Dipende dai punti di vista, Morrigan. A volte le tue parole mordono più dei denti di un lupo.
Mor emise una risata secca e si avvicinò, sedendosi sulla poltrona di fronte a lei. — Sono stanca di questo gioco, Claris. Davvero. Sono mesi che ci giriamo intorno come due galli in un pollaio. Cosa vuoi da me? Un’apologia scritta?
Claris chiuse il libro con un colpo secco. I suoi occhi azzurri brillarono di una luce fredda. — Voglio che tu smetta di guardarmi come se fossi un problema da risolvere. Non sono un puzzle rotto che puoi ricomporre con un sorriso smagliante e un po' di ottimismo forzato.
— Sto solo cercando di farti sentire a casa! — sbottò Mor, la pazienza che vacillava.
— Questa non è la mia casa! — urlò Claris, alzandosi in piedi. Il suo potere reagì alla sua emozione, facendo tremare i cristalli del lampadario. — La mia casa era un villaggio umano che non esiste più. Poi è stata la Corte di Primavera, dove pensavo di aver trovato una famiglia. E tu... tu sei stata quella che ha distrutto quell'illusione.
Mor inarcò un sopracciglio, confusa. — Io? Io ho salvato Feyre da quel posto tossico.
— E hai lasciato me! — la voce di Claris si spezzò, carica di un dolore che aveva tenuto sepolto per troppo tempo. — Eri lì, Morrigan. Sei entrata in quella casa come un angelo vendicatore. Hai preso Feyre, l'hai portata via verso la libertà, verso Rhysand, verso la vita. Mi hai guardata negli occhi mentre te ne andavi. Hai visto che ero lì, ancora prigioniera delle mura di Tamlin, ancora segnata dai postumi di Amarantha. E non hai mosso un dito per me.
Il volto di Mor sbiancò. Aprì la bocca per parlare, ma Claris non aveva finito.
— Mi hai lasciata sola con un maschio che stava impazzendo. Tamlin mi guardava e vedeva il fallimento di tutto ciò che amava. Mi ha rinchiusa perché la mia presenza gli ricordava che Feyre lo aveva lasciato, e che lui non era stato in grado di proteggere nessuna delle due. Ho passato mesi in quella stanza, Mor. Mesi a fissare le pareti, a reprimere il potere che mi bruciava dentro, chiedendomi perché la mia migliore amica fosse degna di essere salvata e io no.
Mor rimase in silenzio per un lungo istante, lo sguardo fisso sul pavimento. Quando rialzò gli occhi, non c’era più la solita spavalderia. C’era una tristezza profonda.
— Rhys mi aveva dato l'ordine di prendere solo Feyre — sussurrò Mor. — Non sapevamo quanto fossi coinvolta, Claris. Pensavamo... pensavamo che fossi al sicuro lì, che Tamlin ti volesse bene. Non potevo scatenare una guerra portando via anche te in quel momento.
— La politica prima delle persone — commentò Claris con amarezza. — Una lezione che ho imparato a mie spese.
Mor si alzò e fece un passo verso di lei, ma si fermò quando vide Claris irrigidirsi. — Mi dispiace. Non sapevo che lui ti trattasse così. Se lo avessi saputo, avrei bruciato quella corte pur di portarti via.
Claris distolse lo sguardo. Le scuse erano cenere tra i denti. — Ormai non importa più. Quello che è fatto è fatto.
Cercò di passare oltre Mor per rifugiarsi nelle sue stanze, ma la bionda le toccò leggermente il braccio. Claris non si ritrasse, sorpresa dal calore di quel contatto.
— Sai — disse Mor, cambiando tono — Azriel è preoccupato per te. Più di quanto lo sia mai stato per chiunque altro al di fuori di noi.
Il nome del Cantore delle Ombre fece scattare qualcosa nel petto di Claris. Un fremito che non riusciva a controllare.
— Azriel è un osservatore — rispose lei, cercando di mantenere la voce ferma. — Osserva tutti. Fa parte del suo lavoro.
Mor sorrise, un sorriso amaro e consapevole. — Conosco Azriel da cinquecento anni, Claris. So distinguere quando sta facendo il suo lavoro e quando sta cercando di proteggere il proprio cuore. Lui non ti guarda come guarderebbe un incarico. Ti guarda come se fossi l'unica cosa reale in un mondo di ombre.
Claris sentì le guance avvampare. — Non dire sciocchezze. Lui sa cosa significa soffrire, tutto qui. Non c’è altro.
— Ne sei sicura? — la incalzò Mor, avvicinandosi di più. — Perché io l'ho visto restare fuori dalla tua porta di notte, quando pensava che nessuno lo vedesse. L'ho visto tendere le sue ombre per cullare i tuoi sogni quando i tuoi incubi diventavano troppo forti. Lui non vuole aggiustarti, Claris. Vuole solo esserci mentre tu ti aggiusti da sola.
Claris aprì la bocca per ribattere, per scagliare un'altra frecciata velenosa, per negare l'evidenza. Ma le parole le morirono in gola. Per la prima volta dopo un'eternità, non sapeva cosa dire.
L'immagine di Azriel — delle sue mani sfregiate, del suo sguardo malinconico, della sua presenza costante e silenziosa — la investì come un'onda. Ricordò come le sue ombre la sfioravano, con una delicatezza che nessun altro le aveva mai riservato. Ricordò la promessa che le aveva fatto sulla terrazza: "Ti porterò via. Ovunque tu voglia".
— Lui... lui merita di meglio di una persona spezzata come me — mormorò Claris, quasi a se stessa.
Mor le prese entrambe le mani, costringendola a guardarla. — Siamo tutti spezzati qui, Claris. Io, Rhys, Cassian... persino Feyre. Ma Azriel ha passato secoli a desiderare qualcosa che non poteva avere. Forse, per la prima volta, ha trovato qualcuno che parla la sua stessa lingua. Non chiudergli la porta in faccia solo perché hai paura di quello che potresti provare.
Claris liberò le mani, ma questa volta non fu un gesto brusco. Era confusa, scossa da una verità che aveva cercato di ignorare con tutte le sue forze.
— Devo andare — disse, la voce un sussurro.
Corse verso la sua stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Si appoggiò al legno, il cuore che le batteva all'impazzata contro le costole. Il suo potere empatico, solitamente così concentrato sul dolore, ora le rimandava una strana sensazione di calore, un barlume dorato che non riusciva a spegnere.
Si avvicinò alla finestra. Velaris brillava sotto di lei, una distesa di sogni e speranze. Si chiese dove fosse Azriel in quel momento, se le sue ombre stessero sussurrando il suo nome tra i venti della Corte dell'Estate.
Per la prima volta da quando era stata riportata in vita, Claris Vaelor non sentì solo il peso del passato. Sentì la vertigine del futuro. Un futuro fatto di ombre che non facevano paura e di un silenzio che non era più solitudine, ma comprensione.
Si sedette sul letto, fissando le proprie mani. Erano ancora le mani della ragazza che aveva subito orrori inenarrabili, ma erano anche le mani che stavano imparando a plasmare la luce.
Forse Mor aveva ragione. Forse non era un puzzle da ricomporre, ma un metallo da forgiare. E forse, solo forse, il Cantore delle Ombre era l'unico che conoscesse il segreto per non farla bruciare troppo nel processo.
Claris chiuse gli occhi e, nell'oscurità della sua mente, chiamò a sé il potere dorato. Non lo respinse. Lo lasciò scorrere, intrecciandolo alle ombre che sembravano sempre aleggiare negli angoli della stanza. E in quel connubio tra luce e oscurità, trovò un breve, fragile istante di pace.