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ashes and roses

L'Eco del Silenzio

Il buio della stanza non era mai abbastanza profondo. Claris sedeva sul pavimento, la schiena appoggiata alla sponda del letto, osservando come la luce della luna di Velaris filtrasse attraverso le tende di seta, disegnando schemi d’argento sul tappeto. Il dolore fisico era un ronzio sordo, una nota di fondo rispetto al tumulto che le squarciava il petto. Le ferite provocate dalle schegge di vetro nella Corte di Primavera avevano smesso di sanguinare, lasciando croste scure sulla pelle diafana, ma ogni movimento le ricordava la furia di Tamlin, la sua impotenza e quel senso di abbandono che non riusciva a scrollarsi di dosso.

Aveva rifiutato il cibo. Aveva rifiutato le visite di Feyre, le cui nocche avevano bussato timidamente alla porta per ore prima che i suoi passi si allontanassero, carichi di un senso di colpa che Claris non aveva la forza di alleviare. Non voleva la loro pietà. Non voleva che vedessero come l’oscurità di Amarantha stesse mangiando la ragazza bionda e solare che avevano conosciuto.

Un refolo di vento gelido attraversò la stanza, portando con sé l’odore di pioggia e di cedro. Claris non si voltò. Sapeva che non era il vento.

— Le ombre dicono che ti stai lasciando consumare, — una voce bassa, simile al velluto steso sulla pietra, emerse dall'angolo più buio della camera.

Claris sollevò lentamente lo sguardo. Azriel era lì, una sagoma scura contro il chiarore lunare. Non era entrato dalla porta; era semplicemente apparso, come se la stanza stessa lo avesse generato. Le sue ali erano ripiegate, imponenti e immobili, e le Sifoni azzurre sui suoi guanti brillavano di una luce spettrale.

— Le tue ombre parlano troppo, — rispose lei, la voce secca come foglie morte. — E tu dovresti imparare a bussare, Cantore d'Ombre.

Azriel fece un passo avanti. Non c’era esitazione nei suoi movimenti, né quel timore reverenziale che gli altri mostravano nei confronti della sua fragilità. Si inginocchiò a un metro da lei, posando a terra una piccola borsa di cuoio.

— Rhysand mi ha mandato a controllare se fossi ancora viva. Feyre è convinta che tu stia morendo per un cuore spezzato. Io penso invece che tu sia solo troppo orgogliosa per chiedere aiuto.

Claris accennò un sorriso amaro, che le fece tirare la ferita sulla guancia. — L'orgoglio è l'unica cosa che Amarantha non è riuscita a strapparmi. E Tamlin non è stato abbastanza forte da spezzarlo.

— Eppure sanguini ancora, — osservò Azriel, indicando con un cenno del capo le braccia di lei, segnate dai tagli. Estrasse una boccetta di vetro scuro e un panno pulito. — Posso?

Claris lo fissò negli occhi. Cercava la pietà, cercava quel disgusto nascosto che tormentava i suoi sogni, ma in Azriel trovò solo una calma piatta, un abisso che rispecchiava il suo.

— Perché tu? — chiese lei, senza muoversi. — Perché non hanno mandato Mor o una guaritrice?

— Perché io non cercherò di farti sentire meglio con le parole, — rispose lui con disarmante onestà. — E perché so cosa significa avere un potere che non hai chiesto e che il mondo teme.

Claris esitò, poi allungò lentamente il braccio sinistro. Il contatto non avvenne subito. Azriel aspettò che fosse lei a colmare l'ultimo centimetro, un tacito accordo di fiducia tra due creature rotte. Quando le dita guantate di lui sfiorarono la sua pelle, accadde qualcosa di inaspettato.

Le ombre di Azriel, piccole volute di fumo nero che danzavano costantemente intorno alle sue spalle, si protesero verso Claris. E l'oscurità azzurrina che pulsava sotto la pelle della ragazza, quel residuo tossico della magia della Regina, rispose. Le due energie si toccarono, si annusarono come lupi, e poi si fusero in un unico abbraccio d'ombra. Claris sussultò, ma non ritrasse il braccio. Per la prima volta da mesi, il freddo nel suo petto non era una lama, ma un peso condiviso.

Azriel iniziò a pulire le ferite con estrema delicatezza. Il liquido contenuto nella boccetta bruciava, ma la sua mano era ferma, una costante in un mondo che continuava a crollare.

— Feyre si sente in colpa, — disse lui, senza alzare lo sguardo dal suo lavoro. — Pensa che se ti avesse cercata prima, se non ti avesse lasciata sola in quella corte...

— Feyre è una sciocca, — lo interruppe Claris, stringendo i denti mentre lui applicava un unguento lenitivo. — Non è stata lei a uccidermi e a riportarmi in vita come un mostro. Non è stata lei a chiudermi in una gabbia di vetro. Lei ha scelto la vita. Io sono solo il prezzo che è stato pagato.

Azriel si fermò, sollevando gli occhi su di lei. — Non sei un mostro, Claris. Sei una sopravvissuta. C'è una differenza sottile, ma fondamentale.

— Tu non hai visto cosa ho fatto nella sala del trono di Amarantha. Non hai visto come mi godevo il dolore dei prigionieri sotto il suo comando. Era come una droga, Azriel. Una parte di me... una parte di me la amava per avermi resa potente.

— Io ho passato secoli a torturare persone per conto della mia corte, — rispose lui, la voce priva di emozione. — Ho le mani sporche di sangue quanto le tue, forse di più. Se tu sei un mostro, allora io sono il re dei mostri. Eppure eccoci qui, in una stanza profumata di fiori, a cercare di non morire di infezione.

Claris lo guardò, colpita dalla crudezza delle sue parole. Non c'era giudizio, solo una fratellanza nell'oscurità. Quando ebbe finito di fasciare le braccia, Azriel passò alla guancia. Le sue dita sfiorarono il mento di lei per inclinarle il viso verso la luce lunare. Il tocco era caldo, nonostante i guanti.

— Questa lascerà una cicatrice, — sussurrò lui, applicando la medicina sullo squarcio che le deturpava la bellezza dorata.

— Meglio così, — rispose lei, chiudendo gli occhi. — Così quando mi guarderò allo specchio, non vedrò più la ragazza ingenua che ha attraversato il Muro per amicizia. Vedrò la verità.

Azriel non rispose, ma le sue ombre si strinsero intorno a lei come una coperta, offrendole un conforto che nessun abbraccio umano avrebbe potuto dare. Una volta terminato, l'Illyrian raccolse le sue cose, ma non svanì subito.

— Vieni, — disse, alzandosi e offrendole la mano.

— Dove?

— Sul terrazzo. Hai passato troppo tempo chiusa tra queste mura. Velaris non è la Corte di Primavera, e non è Sotto la Montagna. Merita di essere vista.

Claris esitò, poi accettò il suo aiuto per alzarsi. Le gambe le tremavano leggermente, ma la presenza solida di Azriel al suo fianco le dava una stabilità che non provava da tempo. Uscirono sul terrazzo pavimentato in pietra chiara.

Claris trattenne il respiro.

Davanti a lei, la città di Velaris si stendeva come un mare di stelle cadute sulla terra. Il fiume Sidra rifletteva le luci dei lampioni e degli edifici, un nastro d'argento che tagliava in due la valle. Le montagne circostanti, imponenti e protettive, incorniciavano un panorama di una bellezza così pura da sembrare irreale. Non c’era la decadenza barocca della Corte di Primavera, né l’oppressione soffocante delle caverne. C’era respiro. C’era vita che continuava a scorrere, ignara degli orrori del mondo esterno.

— Non pensavo che esistesse davvero un posto simile, — mormorò lei, avvicinandosi alla ringhiera. L'aria fresca della notte le scompigliò i capelli biondi, ora privi del sangue secco.

— Rhysand l'ha tenuta nascosta per cinquemila anni per proteggere questa bellezza, — disse Azriel, affiancandola. Le sue ali si aprirono leggermente, catturando la brezza. — È la città dei sogni. Anche per chi, come noi, ha solo incubi.

Claris guardò le persone in lontananza, piccole luci che si muovevano lungo le strade, le risate distanti che salivano dai caffè ancora aperti. Per un istante, sentì un pizzico di quella vecchia empatia che l'aveva definita come umana. Sentì la gioia semplice di quella gente, la loro pace. E invece di esserne ferita, sentì una strana calma.

— Perché mi aiuti, Azriel? — chiese, voltandosi verso di lui. — Non mi conosci. Sono un peso per Feyre e un potenziale pericolo per la vostra città.

Azriel fissò l'orizzonte, dove le cime delle montagne incontravano il cielo stellato. — Perché so cosa significa sentirsi un estraneo nel proprio corpo. E perché Rhysand ha ragione su una cosa: non puoi combattere l'oscurità se non hai qualcosa per cui valga la pena restare nella luce.

Le ombre di Azriel si intrecciarono di nuovo con quelle di Claris, un sussurro di fumo nero e blu che danzava tra i due Fae. Claris non si scostò. Per la prima volta, non cercò di scacciare il potere oscuro dentro di lei. Lo lasciò fluire, permettendogli di mescolarsi a quello del Cantore d'Ombre.

— Grazie, — sussurrò lei.

Azriel inclinò il capo, un gesto di rispetto. — Non ringraziarmi ancora. Domani Feyre tornerà a bussare alla tua porta. E questa volta, dovrai aprirle. Non perché lei ne abbia bisogno, ma perché ne hai bisogno tu.

Claris tornò a guardare Velaris. La bellezza della città non cancellava il dolore, né rendeva meno appuntite le sue orecchie da Fae, ma per la prima volta da quando era stata riportata in vita, il futuro non le sembrò un tunnel senza fine.

— Forse, — concesse lei, lasciando che una singola lacrima scivolasse lungo la guancia fasciata. — Forse le aprirò.

Azriel rimase con lei nel silenzio della notte, due creature fatte d'ombra e di segreti, a guardia di una città che sognava per loro. E mentre le stelle sopra Velaris continuavano a brillare, Claris Vaelor sentì che, forse, il mostro dentro di lei poteva imparare a convivere con la ragazza che era stata.