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ashes and roses

Il Battito tra le Ali e il Sangue

La luce di Velaris era un insulto alla penombra che Claris cercava di coltivare nel suo spirito. Ogni mattina, il sole sorgeva sopra il Sidra con una sfacciataggine dorata che le ricordava troppo i suoi stessi capelli, troppo la vita che aveva condotto prima che il mondo diventasse un groviglio di spine e magia nera.

Sedeva sul terrazzo della Casa del Vento, le dita che sfioravano distrattamente la cicatrice sulla guancia. Era guarita, grazie alle cure dei guaritori della Corte della Notte, ma il segno restava: una linea sottile e pallida che le attraversava lo zigomo, un promemoria permanente della furia di Tamlin.

— Non dovresti toccarla con così tanto disprezzo. È il segno che sei sopravvissuta a un dio impazzito.

La voce di Mor era come miele versato sul vetro. Claris non si voltò. Sentì il fruscio della seta e il profumo di gelsomino farsi più intensi mentre la Verità di Rhysand si appoggiava alla ringhiera accanto a lei. Mor indossava un abito rosso che sembrava fatto di fiamme, un contrasto violento con il pallore spettrale di Claris.

— Sopravvivere non è una virtù, Mor. È solo un ritardo dell'inevitabile, — rispose Claris, la voce piatta.

Mor si voltò verso di lei, e per la prima volta Claris si costrinse a guardarla negli occhi. Non vi trovò la pietà soffocante di Feyre, né il distacco calcolato di Rhysand. C’era un calore diverso, una scintilla di interesse che andava oltre il dovere di proteggere l’amica della loro Grande Signora.

— Non sono qui per salvarti da te stessa, Claris. So che tutti in questa casa ti guardano come se fossi un vaso di porcellana incrinato che potrebbe andare in mille pezzi da un momento all'altro. Ma io vedo quello che cerchi di nascondere. Vedo la forza che serve per tenere a bada l'oscurità di Amarantha ogni singolo secondo.

Claris distolse lo sguardo, il cuore che batteva un ritmo irregolare. — Tu non sai cosa vedi.

— Ti sbagli. Io sono la Verità. E la verità è che tu mi affascini, Claris Vaelor. Non per quello che hai subito, ma per come resti in piedi nonostante tutto.

Claris sentì una fitta di risentimento bruciarle in gola. Ogni volta che guardava Mor, vedeva il bagliore dorato del momento in cui la guerriera era svanita con Feyre tra le braccia, lasciandola sola nel salone di Tamlin. Vedeva il tradimento mascherato da necessità.

— È facile essere affascinati da qualcosa quando non sei tu quella che è stata lasciata indietro a marcire, — sibilò Claris.

Mor non si ritrasse. Un’ombra di dolore genuino le attraversò lo sguardo. — Mi dispiace. Ogni giorno, ogni ora. Se avessi potuto portarvi via entrambe in quel momento, lo avrei fatto. Ma avrei rischiato di perdere Feyre e di far uccidere te nel fuoco incrociato. Ho dovuto scegliere. È il fardello di chi resta vivo: fare scelte di merda.

Claris non rispose. Non poteva perdonarla, non ancora, ma l’intensità dello sguardo di Mor, quel modo in cui la sua bocca si increspava come se volesse dire molto più di quanto le parole permettessero, la faceva sentire... vista. Non come un caso clinico, ma come una donna.

***

Qualche giorno dopo, il vento gelido delle montagne del Nord sferzava il campo di addestramento illyrian. Claris era stata trascinata lì da Cassian, che insisteva sul fatto che "sfogare la magia sui bersagli di paglia" fosse meglio che "muffire in biblioteca".

Ma la sessione stava andando malissimo.

L’oscurità dentro Claris era instabile. Ogni volta che cercava di canalizzare un colpo, l’energia azzurra di Amarantha esplodeva in direzioni casuali, distruggendo le rastrelliere delle armi o rischiando di colpire gli altri guerrieri. La frustrazione le chiudeva la gola. Si sentiva un’intrusa, un errore della natura tra quegli esseri perfetti e letali.

— Non ci riesco! — gridò Claris, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. Le sue mani tremavano violentemente. — È inutile. Sono solo un guscio pieno di veleno.

I guerrieri illyrian intorno a loro si fermarono, alcuni con sguardi di derisione, altri di curiosità. Claris sentì le lacrime bruciarle gli occhi, un’umiliazione umana che la sua parte Fae odiava. Si voltò per scappare, per cercare un angolo di foresta dove sparire, ma una figura le sbarrò la strada.

Azriel.

Era a petto nudo, la pelle ambrata segnata dalle cicatrici delle vecchie bruciature e dai tatuaggi illyrian che risplendevano sotto il sole pallido. Il sudore gli imperlava i muscoli delle spalle, e le sue ali, enormi e possenti, erano distese per catturare l'equilibrio.

— Respira, Claris, — disse lui. La sua voce era bassa, una frequenza che sembrava vibrare direttamente nelle ossa di lei.

— Lasciami stare, Azriel. Vai a fare il Cantore d'Ombre da qualche altra parte.

Invece di spostarsi, Azriel fece un passo avanti. Con un movimento fluido e protettivo, le sue ali si aprirono e poi si richiusero intorno a entrambi.

In un istante, il mondo esterno scomparve. Furono avvolti in un bozzolo di membrana scura e calda. La luce del sole veniva filtrata attraverso il tessuto delle ali, creando una penombra color ambra e cenere. L’odore di Azriel — pioggia, nebbia e qualcosa di metallico — la circondò completamente.

Claris rimase immobile, il respiro mozzo. Erano così vicini che il petto di lui sfiorava quasi il suo. Poteva vedere ogni cicatrice sul suo torso, ogni segno di un passato che era stato crudele quanto il suo.

— Qui non c’è nessuno che guarda, — sussurrò Azriel. Le sue ombre si staccarono dalle sue spalle e andarono a intrecciarsi con le dita di Claris, calmando il tremolio della sua magia. — Qui siamo solo io e te. Due creature che non dovrebbero esistere.

Claris alzò lo sguardo su di lui. Gli occhi di Azriel erano calmi, profondi come laghi di montagna. Non c’era traccia di giudizio. In quel piccolo spazio sacro, protetto dalle sue ali, lei si sentì stranamente al sicuro.

— Sono così stanca di combattere contro me stessa, — mormorò lei, la voce che si incrinava.

— Allora smetti di combattere. Accettalo. L'oscurità non deve per forza essere un nemico. Può essere uno scudo.

Azriel inclinò leggermente le ali, invitandola implicitamente a toccarle. Claris esitò, poi sollevò una mano. Con una lentezza quasi timorosa, appoggiò i polpastrelli sulla membrana dell’ala sinistra.

Si aspettava qualcosa di ruvido o freddo, ma era velluto vivo. Sotto la pelle sottile, sentiva il calore del sangue di Azriel che scorreva, il battito potente del suo cuore che risuonava attraverso la struttura ossea dell’ala. Era un’intimità così profonda, così aliena eppure così necessaria, che Claris sentì un singhiozzo salirle al petto.

— È calda, — sussurrò, facendo scorrere la mano lungo la curva sensibile dell’ala.

Azriel ebbe un sussulto quasi impercettibile, i suoi muscoli addominali che si contraevano. — Sono la parte più sensibile di noi. E la più forte. Proprio come ciò che porti dentro di te.

Claris appoggiò la fronte contro il petto nudo di lui, chiudendo gli occhi. Sentiva la pelle liscia e calda di Azriel contro la sua pelle fredda. In quel momento, il bozzolo delle sue ali divenne l’unico posto in cui voleva restare. Non c’era Amarantha, non c’era Tamlin, non c’era nemmeno la colpa verso Feyre.

— Resta così ancora un momento, — chiese lei in un soffio.

— Tutto il tempo che vuoi, — rispose Azriel.

Sentì una delle mani di lui, coperta dal guanto di scaglie, posarsi delicatamente sulla sua nuca, tenendola ferma contro di sé. Era un gesto di un’infinita dolcezza, un ancoraggio in mezzo alla tempesta.

L’oscurità di Claris, solitamente così selvaggia e distruttiva, si placò. Si accoccolò dentro di lei come un animale stanco che ha finalmente trovato la sua tana. Per la prima volta da quando era stata riportata in vita, il silenzio nella sua testa non era vuoto, ma pieno della presenza solida e silenziosa del Cantore d'Ombre.

Quando Azriel finalmente riaprì le ali, il ritorno della luce e del rumore del campo fu uno shock. Ma mentre lui si allontanava per tornare all'allenamento, Claris si accorse di non voler più scappare.

Si voltò e vide Mor, ferma ai margini del campo. La guerriera bionda la stava osservando, e nel suo sguardo non c’era gelosia, ma una strana forma di approvazione mista a quella scintilla di desiderio che Claris cominciava a riconoscere.

Claris raddrizzò le spalle. Sollevò la mano, ancora calda del contatto con le ali di Azriel, e richiamò un piccolo filamento di fumo azzurro. Questa volta, l’energia non esplose. Rimase lì, docile, una lama d'ombra pronta a obbedire.

Aveva trovato due tipi di luce nell'oscurità della Corte della Notte. Una era vibrante e provocatoria come Mor, l'altra era silenziosa e riparatrice come Azriel. E forse, pensò Claris mentre tornava verso il bersaglio, tra quelle due forze avrebbe finalmente trovato il modo di perdonare se stessa per essere ancora viva.