ashes and roses
Sinfonia di Seta e Stelle
La notte a Velaris non era mai veramente buia; era un tappeto di velluto blu cosparso di polvere di diamanti, dove il respiro della città saliva verso le montagne come un incenso dolce. Claris si guardò allo specchio della sua camera, quasi faticando a riconoscere la creatura che le restituiva lo sguardo.
Indossava un abito di seta color mezzanotte, talmente scuro da sembrare intessuto con le ombre stesse di Azriel, ma con una scollatura profonda e ricami di filo d’argento che richiamavano le costellazioni. Le maniche erano lunghe e trasparenti, velando appena le cicatrici sulle braccia che ormai erano diventate parte della sua geografia personale. I capelli biondo oro erano raccolti in una treccia morbida, ornata da piccoli zaffiri che brillavano come gocce d’acqua ghiacciata.
Si sentiva bellissima, eppure si sentiva un’impostora. Sotto la seta, il potere di Amarantha pulsava ancora, un battito freddo che le ricordava che la sua grazia era stata forgiata nel sangue.
Uscì sulla terrazza privata che dava verso il sud della città. L’aria era fresca, impregnata del profumo di gelsomino notturno e dei pini che circondavano la Casa del Vento.
— Sapevo che quel colore ti avrebbe resa ultraterrena, ma vederti dal vivo è quasi un peccato contro gli dei.
Claris non sussultò. Ormai aveva imparato a riconoscere la presenza di Mor prima ancora che parlasse. Si voltò lentamente, e per un istante il fiato le rimase bloccato in gola.
Mor era appoggiata allo stipite della porta finestra, radiosa in un abito di seta color cipria e oro che scivolava sul suo corpo come metallo fuso. La scollatura era audace, mettendo in risalto la pelle ambrata e la forza elegante delle sue spalle. I suoi capelli biondi cadevano in onde libere, e gli occhi castani brillavano di una luce che non aveva nulla a che fare con le stelle sopra di loro.
— Sei sempre così esagerata con i complimenti, Mor? — chiese Claris, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il battito accelerato del suo cuore.
Mor si staccò dalla porta e si avvicinò con la grazia predatrice di una guerriera che non ha paura di ciò che desidera. Si fermò a pochi centimetri da lei, invadendo il suo spazio personale con una naturalezza disarmante.
— Non è un complimento se è la verità, — rispose Mor, la voce che scendeva di un'ottava, diventando un sussurro roco. — E io sono la Verità, ricordi?
Claris sentì il calore emanare dal corpo di Mor, un contrasto violento con il freddo che portava sempre dentro di sé. — La verità è che mi sento come se stessi indossando un costume. Come se questa bellezza fosse solo una maschera per nascondere il mostro.
Mor sollevò una mano, esitando per un secondo prima di sfiorare con le nocche la cicatrice sulla guancia di Claris. Non era un tocco clinico come quello dei guaritori, né silenzioso come quello di Azriel. Era un tocco elettrico, pieno di una vitalità che pretendeva di essere ascoltata.
— Smettila di chiamarti così, — disse Mor, con una fermezza che non ammetteva repliche. — Il mostro era lei. Tu sei ciò che è rimasto dopo che l'oscurità ha provato a spegnere il sole. E guarda... non ci è riuscita. Sei ancora qui. Sei splendida. E sei viva.
Claris chiuse gli occhi, lasciandosi andare a quel contatto. — A volte vorrei solo non dover sentire nulla. Il dolore, la colpa... questo potere che mi prude sotto la pelle. Azriel dice che devo accettarlo, ma tu... tu mi guardi come se non ci fosse nulla da accettare. Come se fossi già perfetta.
Mor ridacchiò, un suono basso e sensuale che fece vibrare l'aria tra di loro. — Oh, Claris. Nessuno in questa casa è perfetto. Siamo tutti un ammasso di cicatrici e segreti. Ma è proprio questo che ci rende reali. Azriel ti offre il silenzio perché sa quanto può essere rumoroso il dolore. Io ti offro questo.
Mor fece un altro passo avanti, riducendo la distanza a zero. Le sue mani scivolarono lungo le braccia di Claris, i palmi caldi contro la seta fredda, finché non trovarono le sue dita. Le intrecciò alle proprie, costringendo Claris a guardarla.
— Senti il mio cuore, — sussurrò Mor, portando le mani unite di entrambe contro il proprio petto, proprio sopra il bordo dorato dell’abito.
Claris sentì il battito di Mor: forte, rapido, vitale. Era un ritmo che parlava di secoli di battaglie, di amori perduti e di una libertà conquistata a caro prezzo. Sotto i suoi polpastrelli, sentiva la vita vera, non quella simulata dalla magia nera.
— Batte per te, stasera, — continuò Mor, i suoi occhi fissi su quelli celesti di Claris. — Non per la ragazza che Feyre vuole proteggere. Non per lo strumento che Amarantha ha creato. Batte per la donna che ha il coraggio di stare su questa terrazza e di non buttarsi giù, nonostante tutto quello che ha passato.
Claris sentì le lacrime pungere le palpebre, ma non erano lacrime di tristezza. Era un crollo delle difese, un cedimento necessario. — Perché mi vuoi così tanto bene? Dopo tutto quello che è successo... dopo che sono stata un'arma nelle mani del nemico?
Mor scosse la testa, un sorriso dolce e amaro che le incurvò le labbra. — Perché ti vedo, Claris. Vedo la tua luce che lotta per uscire da quel guscio di ghiaccio. E perché, egoisticamente, voglio essere io quella che ti aiuta a romperlo.
Mor si chinò lentamente. Non fu un bacio immediato, ma un accostamento di respiri. Claris poteva sentire il profumo di vino speziato e agrumi sulla pelle di Mor. Quando le loro labbra finalmente si incontrarono, non fu come il tocco d’ombra di Azriel. Fu un incendio.
Era un bacio affamato, pieno di una vita che Claris aveva dimenticato di poter reclamare. Mor la baciava come se volesse soffiare la propria anima dentro di lei, come se volesse bruciare ogni residuo di magia oscura con il calore della sua passione. Claris rispose con una disperazione improvvisa, le sue mani che risalivano il collo di Mor per affondare nei suoi capelli biondi, tirandola a sé come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava svanendo.
L'oscurità dentro Claris reagì, ma non con violenza. Si sciolse, trasformandosi in una corrente calda che fluiva verso Mor, cercando quel contatto, bramando quella luce. Per la prima volta, la sua magia non cercava di distruggere; cercava di connettersi.
Mor emise un piccolo gemito contro le sue labbra, stringendola più forte per la vita, portandola contro la balaustra di pietra della terrazza. La seta dei loro abiti frusciava, un suono lussurioso che si mescolava al vento della notte.
— Sei così calda, — mormorò Claris tra un bacio e l'altro, con la voce spezzata.
— È la vita, Claris. È tua, se la vuoi, — rispose Mor, baciandole l'incavo del collo, proprio dove la pelle era più sensibile.
Claris inclinò la testa all'indietro, offrendosi a lei, gli occhi rivolti alle stelle di Velaris che sembravano danzare sopra di loro. In quel momento, circondata dalle braccia di Mor, con il ricordo del rifugio delle ali di Azriel ancora impresso nella mente, Claris capì che la Corte della Notte non era il luogo dove era venuta a morire. Era il luogo dove stava imparando a rinascere.
Mor si scostò appena, quanto bastava per guardarla in viso. Il suo trucco era leggermente rovinato, le labbra rosse e gonfie, e i suoi occhi brillavano di un trionfo che non aveva nulla di malevolo.
— Resta con me stasera, — chiese Mor, non come un comando, ma come una preghiera. — Non tornare nel tuo buio. Resta qui, dove le stelle possono vederti.
Claris le accarezzò il viso, sentendo la solidità della sua mandibola, la realtà della sua pelle. Il potere di Amarantha era ancora lì, un'ombra nel profondo, ma ora sembrava così piccolo rispetto alla vastità di ciò che provava.
— Resto, — rispose Claris, e la parola non fu un sussurro, ma una promessa. — Resto qui.
Mor le sorrise, un sorriso che avrebbe potuto eclissare il sole, e la prese per mano, guidandola verso l'interno della casa. Mentre camminavano, le ombre di Velaris sembrarono allungarsi per accarezzare i loro passi, non più come carcerieri, ma come compagne silenziose di una notte che apparteneva solo a loro.
Claris Vaelor, la ragazza che era morta umana, sentì finalmente che la Fae che era diventata stava iniziando a respirare davvero. E mentre la porta della terrazza si chiudeva alle loro spalle, lasciando fuori il resto del mondo, seppe che, qualunque cosa il futuro avesse in serbo — guerre, re o regine — lei non l'avrebbe più affrontata da sola. Aveva trovato la sua forza tra le ombre e la sua luce tra le braccia della Verità.