Back to overview

dead roses in me

L'Ombra tra le Stelle e il Sangue

Il freddo era un vecchio amico, ma questa volta non sapeva di morte, sapeva di terra umida e aghi di pino. Rebekah correva, o almeno credeva di farlo, finché le sue gambe non erano diventate piombo fuso e il respiro un rasoio nei polmoni. La magia di Amarantha, quel parassita dorato che le infestava le vene, pulsava a ritmi irregolari, come una lampada che sta per fulminarsi. Aveva cercato di usarla per abbattere un groviglio di rovi che le sbarrava la strada, ma invece di aprirsi, le piante erano esplose in fiamme nere, quasi bruciandole il volto.

Non sapeva come controllarla. Non sapeva chi fosse.

Inciampò su una radice sporgente e cadde pesantemente. Il dolore alla caviglia fu acuto, una nota stridente che mise fine alla sua fuga. Si trascinò per qualche metro, lasciando una scia di sangue dove i rami l'avevano graffiata, finché non si accasciò su un letto di foglie marcescenti al confine tra la Primavera e il nulla.

Il bosco sembrava osservarla con mille occhi invisibili. Sentiva le grida delle sentinelle di Tamlin in lontananza, richiami feroci che squarciavano il silenzio della notte. Stavano arrivando. Sarebbe tornata in quella gabbia di rose e bugie.

Chiuse gli occhi, pregando che la terra la inghiottisse.

Poi, il silenzio. Le grida delle sentinelle parvero spegnersi, soffocate da un suono diverso. Un fruscio ritmico, potente, come il battito di vele giganti contro il vento. Un’ombra più densa della notte oscurò le poche stelle visibili tra le fronde.

Rebekah cercò di sollevare il capo, ma la vista le si offuscò. Sentì la presenza di qualcuno accanto a lei. Un odore di brezza marina e agrumi, mescolato a qualcosa di oscuro e antico. Mani forti, ma incredibilmente delicate, scivolarono sotto la sua schiena e le sue ginocchia.

— Ti ho presa — sussurrò una voce maschile, vellutata e profonda come un abisso.

Rebekah avrebbe voluto urlare, graffiare, invocare quel fuoco nero che le bruciava dentro, ma il corpo la tradì. La testa le ricadde contro una spalla solida, rivestita di una giubba di pelle finemente lavorata. Sentì un balzo improvviso, una pressione che le mozzò il fiato, e poi la sensazione di volare. Ali possenti si aprivano e chiudevano sopra di lei, fendendo l'aria gelida delle alte quote.

Poi, l'oscurità la reclamò del tutto.

***

Quando Rebekah riaprì gli occhi, la luce era troppo forte. Non era la luce dorata e soffusa della Corte della Primavera, ma una luminosità cristallina, quasi argentea, che filtrava da enormi vetrate. Si trovava su un divano di velluto blu notte, in una stanza circolare piena di libri, mappe e mobili eleganti che parlavano di una ricchezza diversa da quella di Tamlin. Era una ricchezza che sapeva di storia, non di ostentazione.

Provò a mettersi a sedere, ma un gemito le sfuggì dalle labbra secche.

— Piano, Rebekah. Sei al sicuro.

Quella voce. Rebekah si irrigidì. Si voltò lentamente e il cuore le saltò un battito. A pochi metri da lei, sei persone erano impegnate in quella che sembrava una discussione accesa.

Riconobbe Feyre immediatamente. La sua amica era in piedi vicino a un grande tavolo di quercia, i lineamenti più affilati, lo sguardo più consapevole. Ma non appena i loro occhi si incrociarono, il volto di Feyre si sciolse.

— Rebekah! — gridò, precipitandosi verso di lei.

Rebekah, però, non rispose al suo slancio. Il suo sguardo si era spostato sulla donna in piedi accanto al camino. Capelli biondi come il sole, una bellezza che pareva ultraterrena e un abito di seta rossa che sembrava fatto di sangue vivo.

Morrigan.

Il ricordo di quella notte alla Primavera, quando Morrigan era apparsa come un angelo salvatore per poi svanire portando con sé solo Feyre, esplose nella mente di Rebekah. Per mesi, nei suoi incubi sotto la Montagna e poi nella sua prigione dorata, quel volto biondo era diventato il simbolo del suo abbandono. L'odio, un sentimento che Rebekah non aveva mai conosciuto veramente da umana, le risalì in gola come bile.

— Non toccarmi — sibilò Rebekah quando Feyre cercò di prenderle la mano.

Feyre si bloccò, colpita come da uno schiaffo fisico. Le lacrime iniziarono a rigarle le guance. — Rebekah, io... pensavo fossi morta. Sotto la Montagna, io credevo...

— Credevi quello che ti faceva comodo credere — sputò Rebekah, la voce roca. Si alzò a fatica, appoggiandosi allo schienale del divano. I suoi occhi azzurro-dorati brillarono di una luce sinistra. — Mi avete lasciata lì. Tu e quella... quella bionda. Mi avete lasciata a marcire con i resti di Amarantha dentro di me.

Un uomo fece un passo avanti. Era alto, con ali di membrana scura ripiegate contro la schiena e occhi che sembravano contenere intere galassie. Rhysand. Il Mostro della Corte della Notte. Il Signore Supremo che tutti temevano.

Rebekah sentì la propria magia ribollire. Voleva distruggere tutto. Voleva che provassero il terrore che lei aveva provato quando il suo cuore si era fermato sotto le dita di Amarantha.

— Rebekah Valeor — disse Rhysand, la voce calma, quasi ipnotica. — Capisco la tua rabbia. Hai ogni diritto di odiarci. Ma devi ascoltare la verità, prima di decidere di incenerire questa stanza.

— La verità? — rise lei, una risata amara e priva di gioia. — La verità è che mi avete abbandonata.

— No — intervenne Morrigan, facendo un passo avanti. Il suo volto era segnato da una tristezza genuina. — Non è così. Quella notte alla Primavera, io ero lì per riscuotere un patto. Feyre era legata a Rhysand da una magia antica e legale. Portarla via rientrava nei termini del patto. Ma tu... tu eri un'ospite di Tamlin.

— Ero un'umana morente trasformata in Fae! — urlò Rebekah, e per un istante le ombre negli angoli della stanza si allungarono, come artigli.

— Proprio così — continuò Rhysand, ignorando la manifestazione del suo potere. — Se Morrigan ti avesse presa, sarebbe stato un atto di guerra aperto. Tamlin avrebbe avuto il diritto legale di dichiarare guerra alla Corte della Notte immediatamente. E in quel momento, con la minaccia di Hybern che incombeva e Feyre ancora così fragile, non potevamo permettercelo. Abbiamo aspettato.

Rebekah lo fissò, incredula. — Aspettato cosa? Che morissi di nuovo?

— Abbiamo aspettato che tu facessi la tua scelta — disse Rhysand. — Sapevamo che non saresti rimasta a lungo alla Primavera. Non dopo quello che sei diventata. Ti abbiamo tenuta d'occhio, Rebekah. Azriel ti ha seguita fin dal momento in cui hai varcato la soglia della villa di Tamlin.

Un uomo dalle ali scure e dal volto d'ombra, fermo in un angolo buio, inclinò leggermente il capo. Azriel. Il Cantore delle Ombre.

— Ti abbiamo recuperata non appena hai lasciato i confini della Corte della Primavera di tua spontanea volontà — spiegò Rhysand. — Ora sei in territorio neutrale. Qui, Tamlin non ha alcun potere su di te.

Rebekah guardò Feyre, che stava ancora piangendo silenziosamente. Guardò gli altri tre: un guerriero massiccio con cicatrici sulle mani che la osservava con una sorta di burbera curiosità (Cassian), una donna piccola dai capelli bianchi e occhi che non sembravano affatto Fae (Amren), e infine Morrigan.

— E ora cosa volete da me? — chiese Rebekah, incrociando le braccia sul seno prosperoso, cercando di nascondere il tremito delle sue mani. — Volete che vi ringrazi? Volete studiarmi come faceva Amarantha?

— Vogliamo mostrarti una cosa — disse Rhysand. Si avvicinò alla grande vetrata e fece un gesto con la mano. — Vieni a vedere, Rebekah Valeor.

Rebekah esitò, poi, spinta da una curiosità che nemmeno l'odio riusciva a soffocare, si trascinò verso la finestra.

Il respiro le si bloccò in gola.

Sotto di loro, distesa lungo le rive di un fiume scintillante, c'era una città che non avrebbe dovuto esistere. Migliaia di luci brillavano come diamanti caduti dal cielo. Edifici di marmo bianco, ponti eleganti, mercati all'aperto che brulicavano di vita anche se era notte fonda. Non c'era traccia della crudeltà o dell'oscurità che le storie attribuivano alla Corte della Notte. Era un luogo di pace, di arte, di sogni.

— Questa è Velaris — sussurrò Feyre, avvicinandosi cautamente. — La Città dei Sogni. È rimasta nascosta al mondo per cinquemila anni. Nemmeno Amarantha sapeva della sua esistenza.

Rebekah rimase in silenzio, incantata dalla bellezza mozzafiato di quel luogo. — Perché me la state mostrando? Sapete che potrei dirlo a chiunque. Potrei tornare da Tamlin e dirgli dove si trova il nascondiglio del suo nemico.

Rhysand si mise accanto a lei, fissando la sua città con uno sguardo carico di un amore infinito. — Potresti. Ma non lo farai.

— E come fai a esserne così sicuro, Signore Supremo? — ribatté lei con sfida.

— Perché so cosa significa essere prigionieri di un mostro — rispose lui, e per un istante Rebekah vide nei suoi occhi il riflesso della stessa agonia che lei aveva vissuto sotto la Montagna. — E so che, nonostante la magia oscura che ti scorre nelle vene, il tuo cuore è ancora quello della ragazza che ha attraversato il muro per salvare la sua amica. Ti stiamo dando la nostra fiducia, Rebekah. Non ti chiediamo giuramenti. Non ti chiediamo patti. Ti stiamo solo chiedendo di restare qui, di imparare a conoscere chi siamo veramente.

Rebekah si voltò a guardare il gruppo dietro di lei. La Corte dei Sogni. Le persone che avevano protetto quel segreto a costo della loro vita e della loro reputazione.

— Siete dei folli — disse lei, sebbene la rabbia nel suo petto stesse iniziando a mutare in qualcosa di più complesso, un misto di confusione e una speranza che le faceva quasi paura.

— Forse — ammise Morrigan con un piccolo sorriso malinconico. — Ma siamo folli che hanno scelto di essere liberi.

Feyre fece un altro passo avanti. Questa volta, Rebekah non si ritrasse.

— Rebekah, mi dispiace così tanto — disse Feyre, la voce rotta. — Avrei dovuto lottare di più per te. Ma sono qui ora. E non permetterò a nessuno, né a Tamlin, né a Hybern, né alla magia di Amarantha, di farti del male ancora.

Rebekah guardò la sua amica. Vide la Fae che era diventata, ma vide anche la ragazza affamata che divideva con lei un tozzo di pane nei boschi delle terre umane. Il legame tra loro era ancora lì, logoro e teso, ma non spezzato.

— Non ti ho perdonata — disse Rebekah, la voce ferma ma meno tagliente. — E non mi fido di loro. Soprattutto di lei — aggiunse, indicando Morrigan.

Morrigan inclinò il capo. — È un inizio onesto. Mi sta bene.

Rebekah tornò a guardare Velaris. Sentì la magia dentro di lei calmarsi, come se la bellezza della città agisse da balsamo sulle sue ferite invisibili. Sapeva che il cammino sarebbe stato lungo. Sapeva che la magia di Amarantha era una bomba a orologeria dentro di lei e che l'odio per essere stata lasciata indietro non sarebbe svanito in una notte.

Ma per la prima volta da quando era morta e tornata in vita, non si sentiva una preda.

— Ho bisogno di una stanza — disse Rebekah, voltandosi verso Rhysand. — E di vestiti che non sappiano di rose.

Rhysand sorrise, un sorriso che questa volta non aveva nulla di minaccioso. — Mor si occuperà di tutto. Benvenuta a Velaris, Rebekah Valeor. Spero che questa città possa darti i sogni che Amarantha ti ha rubato.

Mentre Morrigan si avvicinava per guidarla fuori dalla stanza, Rebekah lanciò un ultimo sguardo a Feyre. Non c'era ancora il perdono, non c'era ancora la pace. Ma mentre camminava lungo i corridoi di quella casa che profumava di stelle e libertà, Rebekah sentì che, forse, la ragazza umana che era stata non era morta del tutto. Era solo in attesa di capire chi sarebbe diventata la donna che aveva ucciso una Regina.

Login with Telegram

Confirm the login in the bot.