dead roses in me
Rebekah Valeor era umana. Prima che Prythian entrasse nella sua vita, prima di Amarantha, prima della Corte della Primavera e prima ancora che il suo corpo imparasse a contenere la magia, Rebekah era semplicemente una ragazza che aveva avuto la fortuna di conoscere Feyre Archeron. La loro amicizia era nata molto prima che una delle due avesse idea di quanto il mondo fosse più grande di quello che vedevano oltre il muro. Rebekah era una delle poche persone con cui Feyre riusciva davvero ad abbassare la guardia. Non erano uguali: Feyre era più chiusa, diffidente, abituata a pensare alla sopravvivenza prima di tutto; Rebekah aveva conservato una leggerezza che la vita non era ancora riuscita a portarle via. Rideva di più, si fidava più facilmente delle persone e aveva ancora la capacità di trovare qualcosa di bello persino nelle giornate peggiori. Per Feyre, Rebekah rappresentava una delle ultime parti della sua vita che non fossero legate alla fame, alla povertà o alla responsabilità verso la propria famiglia. Per questo, quando Feyre scomparve oltre il muro, Rebekah non riuscì ad accettarlo. Nessuno le diede una spiegazione. Nessuno sembrava sapere cosa fosse realmente successo. Feyre era semplicemente sparita, e per quanto tutti cercassero di convincerla che fosse inutile preoccuparsi, Rebekah conosceva abbastanza bene la sua amica da sapere che qualcosa non tornava. Così fece la cosa più stupida e più coraggiosa della sua vita. Attraversò il muro. Da sola. Non aveva idea di cosa avrebbe trovato dall’altra parte. Non conosceva Prythian, non conosceva le sue corti e non aveva la minima possibilità di sopravvivere alle creature che abitavano quelle terre. E infatti, per poco, non morì. Quando Tamlin la trovò, Rebekah era praticamente irriconoscibile. Era ferita, affamata, disidratata e ormai a pochi passi dalla morte. La cosa che colpì maggiormente Tamlin, tuttavia, fu una sola domanda che la ragazza continuava a ripetere anche quando non aveva più la forza di parlare. Dov’era Feyre? Tamlin capì immediatamente chi fosse. La portò alla Corte della Primavera. Quando Feyre la vide, credette per qualche istante che fosse un’allucinazione. Poi riconobbe il volto dell’amica e tutta la paura che aveva provato dalla sua scomparsa si trasformò in sollievo. Tamlin, su richiesta di Feyre, permise a Rebekah di rimanere alla corte almeno fino alla completa guarigione. Inizialmente era convinto che, una volta ristabilita, sarebbe stato necessario rimandarla nel mondo umano. Ma i giorni divennero settimane e le settimane mesi, e nessuno tornò più sull’argomento. Rebekah cominciò semplicemente a far parte della Primavera. Guarì lentamente e, durante quel periodo, assistette da vicino alla trasformazione di Feyre. La vide tornare a sorridere. La vide scoprire la bellezza di Prythian. La vide innamorarsi di Tamlin. E, forse più importante di tutto, vide Feyre tornare a essere una persona capace di immaginare un futuro. Rebekah era felice per lei. Non sapeva che quella felicità sarebbe durata pochissimo. Quando arrivò Calanmai, Rebekah era ormai completamente guarita. Nessuno si preoccupava più della sua presenza alla corte. Era diventata una presenza familiare, quasi parte della casa stessa. Ma proprio quella notte alcuni Fae inviati da Amarantha la riconobbero per quello che era. Un’umana. La notizia arrivò rapidamente alla persona sbagliata. Amarantha non sapeva dell’esistenza di Feyre. Non conosceva la ragazza che viveva alla Primavera e non aveva alcun motivo per interessarsi a lei. Sapeva soltanto una cosa: la propria maledizione aveva ancora una possibilità, seppur ormai quasi remota, di essere spezzata. La condanna che aveva imposto a Prythian poteva essere infranta soltanto da una donna capace di innamorarsi del Signore Supremo della Corte della Primavera, ma solo dopo averlo odiato profondamente. Per anni Amarantha aveva atteso quella possibilità. Ma il termine si stava avvicinando alla fine. E ormai aveva quasi smesso di preoccuparsene. Quando le dissero che una giovane umana era stata trovata alla Corte della Primavera, non pensò a una possibile salvatrice della maledizione. Non conosceva Feyre e non aveva motivo di collegare quella ragazza alla profezia. Rebekah fu portata sotto la Montagna semplicemente perché era umana. E perché Amarantha poteva farlo. Quello che per Rebekah sarebbe diventato un incubo di mesi, per Amarantha iniziò quasi come un passatempo. All’inizio la interrogò. Voleva sapere perché fosse a Prythian, come fosse arrivata alla Primavera, cosa sapesse delle corti e perché Tamlin avesse permesso a un’umana di vivere sotto il suo tetto. Rebekah non aveva informazioni utili. E questo rese la sua permanenza sotto la Montagna ancora più inutile. Ma Amarantha non era una donna che restituiva ciò che aveva preso. Rebekah rimase. I mesi passarono. E nessuno venne a prenderla. Feyre, nel frattempo, non smise mai di pensare a lei. Quando Feyre arrivò sotto la Montagna, era convinta che Rebekah fosse morta. Dopo così tanto tempo non poteva immaginare un’altra possibilità. Aveva già pianto la sua morte nella propria mente. Aveva cercato di convincersi che fosse successo molto tempo prima. E proprio per questo, quando finalmente la vide, il colpo fu devastante. Rebekah era viva. Ma non era più la Rebekah che Feyre ricordava. Era più pallida, più magra, silenziosa. Aveva perso quella luce che Feyre aveva sempre associato a lei. Non sorrideva più. Non cercava di rassicurarla. Non correva verso di lei. La guardava soltanto. E Feyre capì immediatamente che la propria amica aveva trascorso tutti quei mesi lì. Con Amarantha. Era stata torturata, interrogata, umiliata e lentamente privata di tutto ciò che la rendeva quella ragazza che Feyre conosceva. Ma c’era qualcosa di ancora più inquietante. Intorno a Rebekah c’era una presenza. Una magia. Qualcosa che Feyre non riusciva a identificare. Nemmeno Rebekah sembrava comprenderla. Quello che Feyre ancora non sapeva era che Rebekah era già morta. Il suo corpo umano non aveva resistito. Amarantha aveva assistito alla sua morte e, per ragioni che nemmeno lei avrebbe saputo spiegare completamente, aveva deciso di riportarla indietro. Non possedeva il Calderone e non poteva utilizzare il suo potere. Quello che fece fu molto più personale. Usò la propria magia. La magia di Amarantha entrò nel corpo morto di Rebekah e lo costrinse a tornare alla vita. Ma la trasformazione non avvenne come previsto. Rebekah tornò a respirare. Il suo cuore ricominciò a battere. Il suo corpo cambiò. E con il ritorno alla vita arrivò qualcosa che Amarantha non aveva intenzione di donarle. Un potere. O, meglio, diversi poteri. La magia di Amarantha aveva agito come una sorta di catalizzatore, trasformando Rebekah da umana a Fae e lasciando dentro di lei una traccia della propria essenza. Ma Amarantha aveva commesso un errore. Nel momento stesso in cui aveva riportato Rebekah alla vita, aveva creato un legame magico tra loro. E quel legame permetteva ad Amarantha di controllarla. Rebekah era cosciente. Era ancora Rebekah. Poteva pensare, ricordare, provare paura e dolore. Ma finché Amarantha era viva, non era completamente padrona del proprio corpo. Un ordine poteva diventare impossibile da ignorare. Una volontà poteva diventare una costrizione fisica. Rebekah poteva opporsi con tutta se stessa e tuttavia il suo corpo avrebbe obbedito. Questa fu forse la parte peggiore di tutto. Perché Amarantha non aveva semplicemente trasformato Rebekah in una Fae. L’aveva resa la propria arma. E quando Feyre arrivò alla resa dei conti finale, Rebekah era lì. Vide Feyre morire. E qualcosa dentro di lei si spezzò. Per la prima volta da quando era stata riportata in vita, il legame con Amarantha non fu abbastanza forte da soffocare tutto il resto. Rebekah ricordò chi era. Ricordò Feyre. Ricordò la ragazza che aveva attraversato il muro per trovarla. Ricordò la propria vita umana. E capì che, se avesse lasciato morire Feyre, Amarantha avrebbe vinto definitivamente. Fu allora che il legame si spezzò. Non lentamente. Non gradualmente. In un istante. Rebekah si voltò contro Amarantha e fu lei stessa a ucciderla. Dopo la morte della regina, tutto cambiò. Feyre venne riportata in vita dai Signori Supremi. Rebekah rimase invece in una condizione completamente nuova. Nessuno sapeva cosa fosse diventata. I suoi poteri non erano ancora chiari. La magia che sentivano provenire da lei non corrispondeva perfettamente a quella di nessun’altra Fae. E soprattutto nessuno sapeva cosa fosse rimasto della magia di Amarantha dentro di lei. Tamlin la riportò alla Corte della Primavera insieme a Feyre. All’inizio Rebekah cercò di convincersi che sarebbe andato tutto bene. Feyre era viva. Amarantha era morta. La guerra era finita. Ma la Primavera non era più quella che ricordava. Tamlin era cambiato. Feyre era cambiata. E Rebekah era cambiata più di tutti loro. Quando Feyre stipulò il patto con Rhysand, Rebekah non comprese fino in fondo cosa significasse. Sapeva soltanto che, una settimana al mese, Feyre sarebbe stata portata alla Corte della Notte. E Rebekah non le chiese mai di raccontarle la verità. Per quanto ne sapeva, Rhysand era esattamente ciò che tutti a Prythian credevano che fosse: il Signore Supremo più crudele e pericoloso esistente. Feyre non poteva dirle la verità. Non poteva raccontarle della vera Corte della Notte, della famiglia di Rhysand, di Velaris o del fatto che quella crudeltà fosse una maschera. Se Rebekah avesse saputo troppo, avrebbe potuto mettere in pericolo tutti loro. Così Feyre partiva. E Rebekah rimaneva. Ogni volta. E più Feyre si allontanava, più Tamlin diventava possessivo. Soprattutto durante le settimane in cui Feyre non era alla Primavera. Rebekah diventava il bersaglio più vicino della sua paura. Tamlin non si fidava completamente di lei. Non sapeva cosa Amarantha avesse fatto al suo corpo. Non sapeva se fosse ancora legata alla regina. Non sapeva quanto fosse potente. E invece di lasciarla libera, cominciò lentamente a soffocarla. Prima furono piccole restrizioni. Poi porte chiuse. Guardie. Domande. Ordini. Sempre più spesso Rebekah si ritrovava a guardare fuori dalle finestre della corte e a chiedersi quanto fosse lontano il mondo. E soprattutto si chiedeva dove avrebbe potuto andare. Non poteva tornare dagli umani. Non era più umana. Non conosceva nessuno nel mondo Fae al di fuori della Primavera. E la Corte della Notte non era mai stata un’opzione. Rhysand era, ai suoi occhi, un mostro. Feyre non aveva mai potuto dirle il contrario. Così Rebekah rimaneva. Finché arrivò il giorno in cui Tamlin rinchiuse Feyre definitivamente nella casa. Rebekah vide la magia formarsi intorno alle mura. Vide Feyre andare nel panico. E quando Feyre manifestò per la prima volta apertamente la propria magia nel tentativo di liberarsi, qualcosa dentro Rebekah rispose. La sua magia esplose. Per la prima volta non fu un’aura appena percettibile. Fu potere vero. Potere incontrollato. Le mura tremarono. La casa reagì. E Rebekah capì, forse per la prima volta, che avrebbe potuto essere molto più potente di quanto avesse mai immaginato. Poi arrivò Morrigan. Rebekah pensò che fosse venuta per entrambe. La guardò entrare nella corte e, per un istante, provò qualcosa che non sentiva da mesi. Speranza. Ma Morrigan era lì per Feyre. Il patto era tra Feyre e Rhysand. Non comprendeva Rebekah. Feyre venne portata via. E Rebekah rimase. Da sola. Quella fu la prima volta in cui la solitudine non sembrò semplicemente triste. Sembrò definitiva. La Corte della Primavera, che un tempo aveva rappresentato la salvezza, diventò la sua prigione. Feyre era partita. Tamlin era diventato irriconoscibile. Amarantha era morta. E Rebekah non apparteneva più a nessun mondo. Cominciò persino a odiarsi. Per non essere riuscita a scappare. Per non aver usato la propria magia. Per aver avuto paura. Per aver lasciato che Tamlin la rinchiudesse. Perché, dopotutto, aveva ucciso Amarantha. Se era riuscita a uccidere lei, perché non riusciva a liberarsi da quella corte? La risposta che Rebekah non conosceva ancora era che il problema non era la sua forza. Era che non aveva ancora scoperto cosa fosse davvero diventata. La magia che Amarantha aveva lasciato dentro di lei non era una semplice eredità. Era qualcosa che stava crescendo. Qualcosa che aveva dormito per mesi. Dopo quel giorno Rebekah non usò più i suoi poteri…