dead roses in me
L'Architettura del Gelo e delle Ombre
Il vento di Velaris era diverso da qualsiasi cosa Rebekah avesse mai provato. Non era la brezza pigra e profumata della Primavera, che ti accarezzava la pelle come un amante distratto, e non era nemmeno il freddo stagnante e putrido delle prigioni Sotto la Montagna. Era un vento vivo, tagliente, che sapeva di neve fresca e di altezze vertiginose. Le pungeva le guance, ricordandole a ogni respiro che il suo corpo, per quanto trasformato e infuso di una magia oscura, era ancora capace di sentire il morso del mondo reale.
Camminava da sola per le strade acciottolate, avvolta in un mantello di lana pesante color grigio fumo che Morrigan le aveva lasciato davanti alla porta della camera. Aveva rifiutato ogni tentativo di compagnia. Quando Feyre bussava, Rebekah restava in silenzio dietro il legno intagliato finché i passi dell'amica non si allontanavano. Quando Cassian cercava di coinvolgerla con una battuta rozza o un invito a vedere gli allenamenti degli Illyrian, lei lo liquidava con uno sguardo così gelido da far sollevare le sopracciglia persino a un guerriero veterano come lui.
Ma Velaris... Velaris era difficile da odiare.
Si perse tra i banchi del mercato lungo il fiume Sidra, incantata dai colori dei tessuti, dall'odore del pane appena sfornato e dal suono delle risate che non venivano soffocate dalla paura. Entrò in un negozio di vernici, facendo scorrere le dita sulle boccette di pigmenti vibranti, e per un istante sentì una fitta di nostalgia per la Feyre che dipingeva, per la vita che avrebbero potuto avere se il mondo non fosse stato così crudele. In una bottega di gioielli, osservò un bracciale d'argento che sembrava intrecciato con fili di luna, e il riflesso dorato nei suoi occhi azzurri brillò di una luce nuova, meno feroce.
Eppure, ogni volta che incrociava Morrigan nel corridoio della casa del vento, Rebekah sentiva le unghie affondare nei palmi delle mani. La bellezza solare di Mor, la sua risata cristallina, erano per lei un promemoria costante di quel giorno alla Corte della Primavera. Il giorno in cui Morrigan era stata la salvezza per una, e il silenzio per l'altra. Non importava quante spiegazioni logiche Rhysand avesse dato; il cuore di Rebekah era ancora incastrato in quella gabbia dorata, a guardare il cielo mentre la sua unica ancora di salvezza volava via verso la notte.
Dopo una settimana di esplorazioni solitarie, Rebekah trovò rifugio nell'unico luogo che non le chiedeva nulla: la biblioteca.
Era uno spazio immenso, un labirinto di scaffali che sembravano toccare le stelle, dove l'odore della carta antica e del cuoio creava una bolla di pace assoluta. Si arrampicò su una scala a pioli per raggiungere un volume di poesie dimenticate, sedendosi poi a gambe incrociate in un angolo nascosto, protetta dall'ombra di una colonna di marmo.
Il silenzio della biblioteca fu interrotto non da un rumore, ma da una sensazione. Un leggero spostamento d'aria, una densità diversa nell'oscurità circostante.
Rebekah non alzò lo sguardo dal libro, ma i suoi sensi da Fae, affinati dal trauma e dalla magia di Amarantha, vibrarono. — So che sei lì, Azriel.
Il Cantore delle Ombre emerse dal buio con una fluidità che faceva sembrare il movimento un'illusione ottica. Non disse nulla subito. Si limitò a restare a pochi passi di distanza, le sue ali possenti ripiegate con cura, le mani guantate nascoste nelle pieghe della sua tunica scura. Non c'era minaccia in lui, solo una pazienza infinita, come quella delle montagne che circondavano la città.
— Posso restare, o preferisci che me ne vada? — chiese lui. La sua voce era un sussurro roco, meno vellutata di quella di Rhysand, ma intrisa di una sincerità che colpì Rebekah più di quanto volesse ammettere.
Rebekah chiuse il libro, tenendo il segno con il dito. Lo osservò con attenzione. Azriel era l'unico che non cercava di forzarla a sorridere, l'unico che non le offriva pietà travestita da gentilezza. — Resta pure. Tanto dubito che riuscirei a cacciarti se decidessi il contrario.
Azriel accennò un mezzo sorriso, quasi impercettibile. Si sedette a terra, a una distanza rispettosa, appoggiando la schiena contro lo scaffale opposto. Le ombre che danzavano intorno alle sue spalle sembravano curiose, allungandosi verso Rebekah come piccoli tentacoli di fumo nero.
— Sei stata molto dura con Rhys — disse Azriel dopo un lungo silenzio. Non era un rimprovero, era una constatazione.
Rebekah tirò le ginocchia al petto, avvolgendole con le braccia. La sua bellezza, fatta di curve gentili e capelli castano-biondi che catturavano la luce delle lampade magiche, contrastava con la durezza della sua espressione. — Ha lasciato che io restassi con Tamlin. Sapeva cosa mi era successo Sotto la Montagna. Sapeva che non ero più umana. Mi ha lasciata in una prigione dopo che ero appena uscita da un inferno.
Azriel scosse la testa lentamente. — C'è qualcosa che non sai, Rebekah. Qualcosa che lui non ti dirà mai, perché Rhys preferisce essere odiato piuttosto che giustificato.
Rebekah inarcò un sopracciglio, il riflesso dorato nei suoi occhi che pulsava. — Sentiamo questa storia eroica, allora.
— Sotto la Montagna, durante quei mesi infiniti in cui Amarantha ti teneva prigioniera, Rhysand non ti ha mai persa di vista — iniziò Azriel, la voce bassa e ferma. — Ogni volta che Amarantha si distraeva, ogni volta che lui poteva usare un briciolo del suo potere senza farsi scoprire, cercava di attenuare il tuo dolore. Ha manipolato le guardie per farti avere acqua e cibo quando non guardavano. Ha usato la sua magia mentale per indurre Amarantha a stancarsi dei suoi giochi con te, per evitare che ti facesse ancora più male.
Rebekah sentì un nodo stringerle la gola. — Perché non me l'ha detto?
— Perché per farlo ha dovuto interpretare il ruolo del mostro. Ha dovuto guardarti soffrire senza poter intervenire apertamente, per non condannare te e tutti noi a una morte certa. Ha portato il peso del tuo dolore sulle sue spalle per mesi, Rebekah. E quando Morrigan è andata a prendere Feyre alla Primavera, Rhys ha dovuto prenderla fisicamente per le spalle per impedirle di portarti via.
Rebekah sussultò. — Morrigan voleva prendermi?
— Voleva scatenare l'inferno pur di non lasciarti lì — rispose Azriel, e le sue ombre parvero fremere in segno di assenso. — Ha odiato Rhys per settimane. Si sono urlati contro cose terribili. Ma Rhys sapeva che se ti avessero portata via in quel modo, Tamlin avrebbe usato ogni mezzo legale e magico per distruggere Velaris. Ha scelto di proteggere la città e di aspettare che tu fossi pronta a scappare da sola. Sapeva che avevi la forza per farlo.
Rebekah distolse lo sguardo, fissando il vuoto tra i libri. Il peso di quelle parole stava sgretolando il muro di rabbia che aveva costruito con tanta cura. Se Morrigan aveva davvero voluto salvarla... se Rhysand l'aveva protetta nell'ombra... allora il suo odio non era altro che un veleno che stava consumando solo lei.
— Lui ci ha protetti tutti — continuò Azriel, alzandosi lentamente. — Ha sacrificato la sua anima e il suo corpo per cinquant'anni per questa città. Non essere troppo dura con lui, Rebekah. E non esserlo con Mor. Lei soffre ogni volta che ti guarda e vede il tuo disprezzo, perché si sente in colpa per una scelta che non è stata sua.
Rebekah rimase in silenzio, sentendo la magia di Amarantha agitarsi nel suo petto. Non era più una fiammata d'ira, ma un ronzio inquieto, una tensione che non trovava sfogo.
Azriel si avvicinò di un passo, le sue ombre che ora lambivano i piedi di Rebekah. — Sento la tua rabbia, Rebekah. Non è solo verso di noi. È verso te stessa. Verso quello che ti è stato fatto.
Lei sollevò lo sguardo, gli occhi lucidi di lacrime che si rifiutava di versare. — Non so come gestirlo, Azriel. Sento questo potere che preme contro la mia pelle, questa oscurità che non mi appartiene ma che fa parte di me. Ho paura che se lo lascio uscire, distruggerò tutto quello che c'è di buono in questo posto.
— Allora lascia che ti aiuti — propose lui, tendendole una mano guantata. — Non per insegnarti a essere un soldato, se non lo vuoi. Ma per insegnarti a scaricare quella tensione. L'addestramento non serve solo a uccidere, serve a padroneggiare se stessi.
Rebekah guardò la mano di Azriel. Era la mano di un assassino, di una spia, di un uomo che conosceva l'oscurità meglio di chiunque altro. Eppure, in quel momento, le sembrava l'unica cosa solida in un mondo di ombre.
— Non voglio che gli altri vedano — sussurrò lei, la voce tremante. — Non voglio che vedano cosa sono diventata. Non sono come Feyre. Lei ha la luce di tutti i Signori Supremi. Io ho solo... i resti di un mostro.
— Non devi mostrare nulla alla Cerchia, se non sei pronta — disse Azriel con una dolcezza inaspettata. — Saremo solo io e te, all'alba, sulle cime dove il vento soffia più forte. Ti aiuterò a incanalare quella rabbia finché non diventerà un sussurro invece di un urlo. E quando sarai pronta, loro saranno lì. Esattamente come sono stati lì per Feyre. Siamo una famiglia, Rebekah. E le famiglie non lasciano nessuno indietro, anche se a volte devono prendere decisioni dolorose per sopravvivere.
Rebekah esitò ancora per un istante, poi allungò la mano e strinse quella di Azriel. Il cuoio dei suoi guanti era freddo, ma la presa era ferma e sicura.
— All'alba, allora — disse lei, raddrizzando le spalle.
Azriel annuì, e prima di svanire di nuovo nell'oscurità della biblioteca, aggiunse: — Hai ucciso Amarantha, Rebekah. Hai fatto quello che nessun Signore Supremo è riuscito a fare per mezzo secolo. Non aver paura del potere che hai dentro. Quel potere ti ha restituito la vita. Ora spetta a te decidere cosa farne.
Rimasta sola, Rebekah si appoggiò alla colonna di marmo e chiuse gli occhi. Per la prima volta dopo mesi, il ronzio della magia di Amarantha non le sembrò un'invasione, ma una risorsa. Si portò una mano al cuore, sentendo il battito regolare e forte.
Forse il vento gelido di Velaris non era lì per punirla, ma per risvegliarla.
Uscì dalla biblioteca con passo più leggero, e mentre attraversava il salone principale, vide Morrigan seduta davanti al camino con un bicchiere di vino in mano. Mor alzò lo sguardo, incerta, aspettandosi il solito muro di ghiaccio.
Rebekah si fermò, la guardò per un lungo istante, e poi fece un piccolo, quasi impercettibile cenno del capo prima di proseguire verso la sua stanza.
Fu solo un gesto minimo, ma vide il sollievo illuminare il volto di Morrigan come un'alba improvvisa.
Quella notte, Rebekah non sognò le catene Sotto la Montagna. Sognò di volare sopra le cime innevate, con le ali fatte di fumo e stelle, e per la prima volta, non stava scappando da nulla. Stava solo andando incontro a se stessa.