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dead roses in me

Ali di Fumo e Seta Celeste

L’aria dell’alba era un rasoio di cristallo che tagliava il torpore del sonno. Rebekah attendeva sul balcone della Casa del Vento, le dita strette contro la ringhiera di pietra gelida. Il cielo sopra Velaris stava virando dal blu inchiostro a un grigio perlaceo, striato di venature rosate che ricordavano le cicatrici che portava sull’anima.

Sentì Azriel prima di vederlo. Le sue ombre scivolarono sul pavimento di marmo come inchiostro versato nell'acqua, precedendo la figura imponente del Cantore delle Ombre. Lui non disse una parola; si limitò a inclinare il capo, un invito silenzioso inciso nel buio dei suoi occhi.

Rebekah prese un respiro profondo, sentendo la magia di Amarantha fremere sotto la sua pelle. — Non lasciarmi cadere — sussurrò, la voce appena udibile nel vento mattutino.

Azriel fece un passo avanti. La sua presenza era solida, una certezza in un mondo che era diventato instabile come sabbie mobili. — Mai — rispose lui, con una solennità che non ammetteva dubbi.

Quando le cinse la vita e la sollevò, Rebekah ebbe un sussulto istintivo. Si aggrappò alle sue spalle, affondando le dita nel cuoio della sua giubba, chiudendo gli occhi con forza mentre sentiva il terreno sparire sotto i piedi. Poi arrivò il battito. Un colpo potente, fragoroso, come il tuono di una tempesta imminente. Le ali di Azriel si spiegarono, spingendoli verso l'alto con una forza che le mozzò il fiato.

Il terrore iniziale fu un'ondata gelida, ma durò solo pochi istanti. La presa di Azriel era ferrea, protettiva; la teneva contro il suo petto come se fosse il tesoro più prezioso di Prythian. Lentamente, Rebekah osò riaprire gli occhi.

Sotto di lei, Velaris stava iniziando a svegliarsi. La città sembrava un modellino di gioielli incastonato tra le montagne, con il fiume Sidra che brillava come una vena di mercurio vivo. Le luci delle lanterne magiche stavano svanendo, sostituite dal primo bagliore dorato del sole che scavalcava le vette. Era una vista di una bellezza così struggente che Rebekah sentì una lacrima bruciarle l'angolo dell'occhio.

— È magnifica — mormorò, dimenticando per un attimo la paura dell'altezza.

— È la nostra casa — rispose Azriel vicino al suo orecchio. — Ed è anche la tua, se lo vorrai.

Il viaggio verso il campo di addestramento illyrian fu breve ma intenso. Atterrarono su una cresta brulla, lontano dagli sguardi dei guerrieri che già iniziavano i loro brutali esercizi mattutini. Il vento qui soffiava con una violenza che faceva ondeggiare i capelli castano-biondi di Rebekah, ma lei si sentiva stranamente centrata.

Per le ore successive, Azriel fu un maestro paziente e implacabile. Non le chiese di evocare il fuoco nero o le ombre soffocanti; si concentrò sulle basi. Le insegnò come posizionare i piedi, come bilanciare il peso, come stringere i pugni senza spezzarsi le nocche.

— La magia reagisce al tuo stato d'animo — le spiegò Azriel, correggendole la postura con un tocco leggero sulle spalle. — Se il tuo corpo è in equilibrio, il tuo potere smetterà di essere un parassita e diventerà un'estensione della tua volontà.

Rebekah sudò, i muscoli delle gambe che bruciavano per lo sforzo, ma ogni colpo che sferrava nell'aria sembrava liberare un grammo del peso che le opprimeva il petto. Quando finirono, era esausta, ma la sua mente era più limpida di quanto lo fosse stata da mesi.

Azriel la riportò in città, lasciandola nel quartiere dell’Arcobaleno. — Prenditi il tuo tempo — le disse prima di riprendere il volo. — Ci vediamo a casa.

Rebekah camminò per ore. Si immerse tra le gallerie d'arte e le botteghe degli artigiani, lasciando che il fermento creativo di Velaris la lavasse via dai residui di oscurità. Mangiò un frutto zuccherino acquistato da un venditore ambulante e si sedette su una panchina a guardare i pittori che cercavano di catturare la luce del pomeriggio sulle tele.

In quella settimana e mezzo, Velaris aveva fatto miracoli. Aveva ripreso colore in viso, le sue curve gentili erano tornate a riempirsi e il riflesso dorato nei suoi occhi azzurri non sembrava più una minaccia, ma un fregio prezioso. Si sentiva di nuovo viva, non solo rianimata.

Tornata alla Casa del Vento, Rebekah prese una decisione. Era il momento di smettere di nascondersi.

Aprì l'armadio e scelse un abito che Morrigan le aveva fatto recapitare giorni prima. Era di raso celeste, di una sfumatura che ricordava il cielo di Velaris appena prima del crepuscolo, con delicati ricami in pizzo bianco che orlavano lo scollo e le maniche. Quando lo indossò, guardandosi allo specchio, vide una donna che non riconosceva quasi più: bellissima, fiera, con i capelli ondulati che ricadevano come una cascata sulle spalle.

Prima di scendere per la cena, però, c'era un debito da onorare.

Si diresse verso la camera di Morrigan. Il corridoio era silenzioso, illuminato solo dal bagliore soffuso delle pietre magiche. Bussò piano, il cuore che le batteva con una cadenza irregolare.

— Avanti — giunse la voce di Mor dall'interno.

Rebekah entrò. La stanza era ampia, inondata dalla luce violacea del tramonto. Morrigan era in piedi davanti a una specchiera, girata di spalle. Indossava un abito di seta rossa, ma sembrava avere difficoltà con le stringhe sulla schiena. Si irrigidì vedendo il riflesso di Rebekah nello specchio, ma non si voltò. C'era un'esitazione quasi timorosa nei suoi occhi dorati.

Rebekah non disse nulla. Avanzò con passi silenziosi, le scarpe di seta che non facevano rumore sul tappeto. Si fermò dietro di lei e, senza chiedere il permesso, prese i lacci del vestito tra le dita.

Le mani di Rebekah erano calde, stabili. Cominciò a intrecciare le stringhe con cura, sentendo la tensione nelle spalle di Morrigan sciogliersi lentamente sotto il suo tocco.

— Non sono ancora pronta a scusarmi per come mi sono comportata — disse Rebekah, la voce bassa ma ferma, mentre fissava il riflesso di Mor nello specchio. — Sono stata fredda, sono stata crudele. E non ti ho ancora perdonata per avermi lasciata lì quel giorno.

Morrigan abbassò lo sguardo, un'ombra di dolore che le attraversava il viso.

— Ma — continuò Rebekah, tirando l'ultimo laccio e fissandolo con un nodo preciso — Azriel mi ha raccontato la verità. Mi ha detto che avresti voluto bruciare il mondo pur di non lasciarmi alla Primavera. Mi ha detto che hai lottato contro Rhysand per me.

Rebekah fece un passo indietro, incontrando finalmente lo sguardo di Morrigan nel riflesso.

— Non posso cancellare quello che provo in un istante, Mor. Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di imparare a fidarmi di nuovo, non solo di voi, ma anche di me stessa. Però voglio provare. Voglio che tu sappia che non sarò arrabbiata per sempre.

Morrigan si voltò lentamente, gli occhi lucidi. Sembrò voler dire qualcosa, forse un ringraziamento o un'altra spiegazione, ma Rebekah le rivolse un piccolo, quasi impercettibile sorriso e si avviò verso la porta.

— Ci vediamo giù — concluse, lasciando la stanza prima che l'emozione diventasse troppo densa da gestire.

Mezz'ora dopo, Rebekah scese le scale che portavano alla sala da pranzo principale. Il rumore delle chiacchiere e delle risate si affievolì non appena la sua figura apparve sulla soglia.

La stanza era magnifica, con le enormi vetrate che offrivano una vista panoramica su Velaris illuminata, una distesa di stelle terrestri che rispondeva a quelle del firmamento. Al tavolo erano già seduti tutti: Rhysand e Feyre, Cassian, Azriel e Amren. Morrigan arrivò pochi istanti dopo di lei, prendendo posto con un'espressione più serena di quanto non avesse mostrato per tutta la settimana.

Tutti gli sguardi erano puntati su di lei, ma questa volta Rebekah non vi lesse giudizio o sospetto. C'era solo un'attesa accogliente.

Si diresse verso il posto libero che era rimasto lì, tra Azriel e Feyre, per ogni singola sera da quando era arrivata. Si sedette con eleganza, sistemando le pieghe del suo abito celeste.

— Ho deciso di iniziare ad allenarmi seriamente con Azriel — annunciò, rompendo il silenzio con una voce che risuonò chiara nella sala.

Cassian emise un fischio d'approvazione, mentre un sorriso radioso si diffondeva sul volto di Feyre. Rhysand chinò il capo in un segno di profondo rispetto, i suoi occhi viola che brillavano di una tacita approvazione.

Rebekah prese il calice di vino davanti a sé, ma prima di bere, guardò ognuno di loro negli occhi.

— Volevo ringraziarvi — disse, e questa volta la sua voce tremò leggermente. — Grazie per essere venuti a prendermi. E mi scuso per la freddezza di questi giorni. Ero... ero ancora Sotto la Montagna, nella mia testa.

Feyre le allungò una mano sopra il tavolo, stringendo le sue dita. — Sei a casa ora, Rebekah. E qui nessuno deve affrontare l'oscurità da solo.

Rebekah annuì, sentendo un calore diffondersi nel petto che non aveva nulla a che fare con la magia di Amarantha. Era il calore dell'appartenenza. Mentre la cena riprendeva e le risate tornavano a riempire la stanza, Rebekah guardò fuori dalla finestra verso la città dei sogni.

Sapeva che le ombre erano ancora lì, annidate negli angoli della sua mente, e che il potere che portava dentro era ancora un mistero da svelare. Ma guardando i volti di quella strana, magnifica famiglia, capì che per la prima volta nella sua nuova vita, non stava solo sopravvivendo.

Stava iniziando a fiorire, proprio nel cuore della notte.

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