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La legge del ferro

Il titolo di «Squadra di Ferro» non era una medaglia conferita per grazia ricevuta, né un vezzo accademico inventato dai comandanti di Basgiath per gonfiare l’ego dei cadetti. Era un marchio inciso a fuoco nella carne, pagato con le ossa rotte sul Parapetto, con il sangue versato sulla stuoia e con il terrore sordo di ogni notte sopravvissuta alla furia dei draghi.

I cadetti del secondo anno della Quarta Ala avevano sputato l’anima per meritarsi quel nome. E Rhylee Emerson non avrebbe permesso a una manciata di piume e a un rancore mal smaltito di mandare tutto all’aria.

Il problema, tuttavia, non erano i flier nel loro insieme. Incredibilmente, la maggior parte di loro si stava sforzando: Maren ascoltava con attenzione millimetrica le spiegazioni sulle traiettorie d’impatto, e persino Tavis, con la sua aria perennemente corrucciata, aveva accettato di coordinare le manovre di picchiata con i rider più giovani. C’era una tesa, pragmatica volontà di non morire.

E poi c’era Catriona Cordella.

Cat non si limitava a non collaborare; trasformava ogni singolo respiro in un atto di insubordinazione passiva. Un sopracciglio alzato al momento sbagliato, un ritardo calcolato di trenta secondi sullo schieramento, una lama pulita con ostentata lentezza mentre venivano impartite le istruzioni per l’assetto difensivo.

Rhylee si passò una mano sulla nuca, stringendo per un istante la base della treccia scura, prima di varcare la soglia dell’armeria sotterranea di Aretia. L’odore di olio d’armi, metallo freddo e polvere di pietra le riempì i polmoni, ma non bastò a calmarle il battito regolare e metodico con cui la rabbia si stava sedimentando sotto le sue costole.

Xaden Riorson era lì, chino su un lungo tavolo di quercia ingombro di mappe topografiche dei passi montani. La luce fioca delle lampade a olio scavava ombre profonde sui suoi zigomi, accentuando le linee dure di un volto che sembrava scolpito nel basalto.

«Mi hanno detto che hai chiesto di me, Emerson,» esordì Xaden senza alzare lo sguardo dalla mappa, la voce profonda e ruvida che riverberava contro le pareti umide.

Rhylee si fermò a tre passi di distanza, le mani incrociate dietro la schiena nella posa marziale che le era stata impressa fin dall’infanzia. I suoi occhi verdi, orlati di venature dorate, si fissarono con freddezza sulla figura del Wingleader.

«Voglio una spiegazione razionale, Riorson. O, in alternativa, una confessione di insanità mentale.»

Xaden sollevò lentamente il mento. I suoi occhi scuri incontrarono quelli di Rhylee, sostenendone l’intensità senza battere ciglio. C’era un rispetto reciproco tra loro, forgiato nella consapevolezza di appartenere a due famiglie che avevano fatto la storia militare del continente, ma in quel momento la pazienza di Rhylee era sottile come una lamina di pugnale.

«Riguardo a cosa, esattamente?» domandò lui, con un tono neutro che avrebbe ingannato chiunque tranne lei.

«Riguardo al fatto che mi hai appena affidato la gestione diretta di Catriona Cordella.» Rhylee non alzò la voce, ma la cadenza delle sue parole fu tagliente come il ghiaccio. «In caso non te ne fossi accorto, abbiamo una guerra alle porte, scorte che scarseggiano e un intero contingente di flier da addestrare a non farsi polverizzare dagli spostamenti d’aria dei nostri draghi. Non ho il tempo, né l’inclinazione, né tantomeno l’energia residua per fare da balia a una principessina rancorosa che passa le sue giornate a lanciare occhiate omicide a Violet e a disfare le formazioni.»

«La Squadra di Ferro deve rimanere compatta,» rispose Xaden con voce ferma. «Se il secondo anno si spacca, l’intera alleanza di Aretia mostra una crepa. Sei l’unica che non si lascia manipolare dalle sue provocazioni, l’unica con abbastanza disciplina da piegarla senza spezzarle il collo.»

«Piegare Catriona Cordella non è una questione di disciplina, Xaden. È una questione di teatro,» ribatté Rhylee, facendo mezzo passo avanti. L’anello d’argento sul suo pollice sinistro scattò contro la fibbia della cintura, l’unico tradimento visibile della sua irritazione. «E la verità è che sei tu che dovresti gestire questo disastro, invece di scaricarlo su di me.»

Xaden serrò la mascella, un lampo d’ombra che danzò appena sul bordo della sua giacca di cuoio.

«Non toccare argomenti che non ti competono, Emerson.»

«Mi competono nel momento esatto in cui influiscono sull’efficienza della mia unità,» replicò lei, senza il minimo timore. «Conosco la vostra storia. O almeno abbastanza da sapere che eravate promessi e che c’è un debito di sangue e potere tra le vostre casate. Ma il modo in cui le parli durante i briefing è insopportabile. Usi quel tono da sovrano tradito, a metà tra il disprezzo glaciale e la superiorità ostentata, e lei reagisce esattamente come ci si aspetta: raddoppiando il veleno.»

Rhylee scosse la testa, gli occhi che brillavano di una luce dorata sempre più intensa.

«State tirando questa farsa per le lunghe da settimane. Se volete accoltellarvi, vi prego di farlo in una stanza chiusa, senza testimoni e prima dell’alba. Ma sul campo di volo facciamo parte della stessa fottuta squadra. E io mi sono stancata di dover calibrare la pressione dell’aria per evitare che la tua ex fidanzata si schianti solo per dimostrarti che non ha paura di te.»

Il silenzio calò nella stanza, denso e pesante. Chiunque altro ad Aretia avrebbe tremato all’idea di parlare a Xaden Riorson con quella sfacciata franchezza, ma Rhylee era un’Emerson: per lei la verità militare veniva prima del rango e dei sentimenti feriti.

Xaden la fissò a lungo, le ombre che si ritiravano lentamente verso gli angoli del tavolo. Quando parlò di nuovo, la sua voce era priva di tracce d’ira, ridotta alla pura concretezza del comando.

«Proprio per questo il compito è tuo, Rhylee. Perché non sei coinvolta, perché vedi le cose con una lucidità spietata e perché non ti importa un accidente né del suo orgoglio né del mio. Fallo funzionare. È un ordine.»

Rhylee espirò lentamente dal naso, reprimendo l’impulso di comprimere l’aria attorno alla testa di Xaden fino a fargli fischiare le orecchie.

«Se la ammazzo, scriverò nel rapporto che è inciampata nel suo stesso mantello.»

«Cerca solo di non farle troppo male prima della sessione di tiro pomeridiana,» concesse Xaden con un’ombra quasi impercettibile di sarcasmo, tornando a chinarsi sulle mappe.

Rhylee girò sui tacchi senza salutare, la cappa scura che frusciò rabbiosamente contro il battente di pietra della porta.

*«Un piano eccellente. Sostengo l'ipotesi dell'incidente col mantello.»*

La voce di Astraevyn le rimbombò nel cranio come il rintocco di una campana di bronzo. Profonda, antica, intrisa di una maestosa e feroce derisione.

Rhylee attraversò il corridoio buio verso la luce del cortile, lasciando che un angolo della bocca si sollevasse leggermente.

*«Pensavo che i draghi verdi preferissero la diplomazia, Astra.»*

*«La diplomazia è per le creature che non possono ridurre una scogliera in sabbia vetrificata con un singolo respiro,»* rispose la dragonessa con sussiego regale. *«Quella bipede piumata ha passato l'ultima ora a lucidarsi gli artigli vicino al mio posatoio. Ha l'odore di un topo di campo che si crede un rapace. Mi prudono le gengive ogni volta che apre bocca.»*

*«Non puoi mangiarla. È un ordine diretto del Wingleader.»*

*«Riorson sopravvaluta enormemente la complessità del problema. Tre secondi di fiamma a bassa intensità e avremmo risolto le tensioni geopolitiche di Navarre e Poromiel in un colpo solo. E il suo grifone farebbe un pasto discreto per il dopo-volo. Sa di pollo selvatico, me lo sento.»*

Rhylee dovette mordersi l’interno della guancia per non scoppiare a ridere ad alta voce mentre usciva all’aperto. Astraevyn era una creatura millenaria, temuta persino dagli altri draghi dell’Ala per la sua indole territoriale e spietata, ma quando si trattava di Cat Cordella, la dragonessa esprimeva un disprezzo così puro e sarcastico da risultare quasi catartico.

*«Cerca di mantenere un contegno quando scendiamo al campo,»* pensò Rhylee, scendendo la gradinata di pietra verso l'arena d'addestramento inferiore. *«Non voglio dover spiegare al consiglio perché il cortile puzza di piume bruciate.»*

*«Non prometto nulla. Se mi guarda di nuovo storto, le starnutisco addosso. Con la scintilla accesa.»*

Rhylee scosse la testa, ma il breve sollievo svanì non appena posò lo sguardo sul piazzale.

La Squadra di Ferro era già radunata. Violet era in piedi accanto a Sawyer e Ridoc; quest’ultimo stava mimando una manovra aerea con le mani, cercando palesemente di stemperare la tensione. A pochi metri di distanza, isolata ma con una postura che gridava sfida a ogni fibra muscolare, c’era Cat. Indossava l’uniforme di cuoio aderente dei flier, i capelli legati stretti, le braccia incrociate e un’espressione di sovrano distacco stampata sul viso.

Non appena Rhylee fece il suo ingresso, l’atmosfera cambiò. I cadetti del secondo anno si zittirono istintivamente; la presenza di Rhylee, anche senza il dragone verde alle spalle, imponeva una gravità a cui persino i più turbolenti faticavano a sottrarsi.

Violet le lanciò un’occhiata interrogativa, cogliendo subito la tensione nei movimenti dell’amica. Rhylee le rivolse un cenno millimetrico con il capo, un segnale silenzioso per dirle: *Tutto sotto controllo, non preoccuparti.*

Poi puntò dritto verso Cat.

La flier non si mosse, ma i suoi occhi chiari seguirono ogni passo di Rhylee con la cautela di una vipera che valuta la distanza di attacco.

«Bene,» esordì Rhylee, fermandosi a un metro esatto da lei. La sua voce risuonò chiara, raggiungendo ogni membro della squadra. «L’esercitazione di oggi prevede una simulazione di interdizione a terra e supporto aereo ravvicinato. Due rider, due flier per quadrante. Lavoriamo in coppia.»

Cat lasciò sfuggire una risatina secca e priva di allegria.

«E immagino che tu abbia deciso di fare da balia a me, Emerson. Xaden ti ha finalmente passata di grado? Da cane da guardia a carceriera?»

Violet fece un passo avanti, la rabbia che le imporporava le guance, ma Rhylee sollevò una mano guantata senza distogliere lo sguardo da Cat. Il gesto fu così perentorio che Violet si bloccò all’istante.

Rhylee non mostrò la minima traccia di fastidio. Invece, guardò Cat dall’alto in basso con una calma clinica, come se stesse esaminando una recluta con l’uniforme sgualcita.

«Non lusingarti, Cordella,» disse Rhylee, e il suo tono piatto tagliò l’aria fredda del mattino. «Non sei abbastanza importante da richiedere una carceriera. Sei semplicemente un’incombenza tattica. E a differenza di altri, a me non interessano i tuoi drammi personali, i tuoi titoli nobiliari a Poromiel o chi ti sei portata a letto prima della ribellione.»

Un fremito rabbioso scosse le spalle di Cat.

«Bada a come parli, rider.»

«No, bada a come ascolti tu,» replicò Rhylee, facendo un passo avanti.

L’aria tra loro cambiò all’improvviso. Non ci fu vento, né polvere che si alzava, ma la densità dell’atmosfera attorno a Cat aumentò di colpo, trasformandosi in una cappa soffocante e pesante, come se una lastra di piombo invisibile si fosse posata sulle sue spalle. Cat serrò i denti, il respiro che le si mozzò in gola per la seconda volta quel giorno, ma rifiutò ostinatamente di cedere o di arretrare.

I riflessi dorati negli occhi di Rhylee scintillarono feroci.

«Questa è la Squadra di Ferro,» continuò Rhylee, a voce così bassa che solo Cat poteva udirla, mentre la pressione continuava a gravare millimetricamente sui suoi polmoni. «E si chiama così perché non si rompe. Gli altri flier hanno capito la differenza tra la sopravvivenza e l'orgoglio ferito. Tu sembri ancora convinta di trovarti a una festa di corte a cercare di riconquistare un fidanzato che non ti vuole più.»

«Rhylee...» mormorò Violet da dietro, intuendo il pericolo.

Rhylee rilasciò la pressione all’improvviso. L’aria tornò normale con un fruscio quasi inudibile, e Cat fu costretta a fare un respiro corto e profondo per riempire i polmoni, le unghie che si conficcavano nei palmi delle proprie mani fino a sbiancare le nocche. Un lampo di pura furia velenosa le incendiò gli occhi.

«Credi davvero che mi importi qualcosa di quel titolo ridicolo?» sputò Cat a denti stretti. «Siete dei fanatici che si nascondono dietro a un drago per sentirsi dèi. Senza quella bestia verde lassù, non saresti niente, Emerson.»

*«Oh, ti prego, lasciamela tostare un pochino,»* supplicò Astraevyn nella mente di Rhylee, con un tono traboccante di genuina speranza. *«Solo la punta degli stivali. Così impara a camminare più veloce.»*

Rhylee ignorò la dragonessa, anche se lo sforzo di mantenere l’espressione severa le costò un piccolo muscolo teso sulla mascella. Sentì una lieve fitta sorda pulsare dietro la tempia sinistra, il prezzo minuscolo ma inevitabile del potere che aveva appena canalizzato. Ignorò anche quello.

«Se vuoi scoprire cosa sono senza il mio drago, Cordella,» disse Rhylee con una freddezza che congelò le parole sulle labbra dell’altra ragazza, «possiamo salire sulla stuoia adesso. Senza armi, senza poteri. Solo io, te e il pavimento di roccia. Ma ti avverto: a Navarre le figlie dei generali imparano a spaccare un setto nasale prima ancora di imparare a danzare.»

Cat la fissò, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Per diversi secondi, il cortile fu avvolto da un silenzio tesissimo in cui nessuno osava fiatare. Persino Ridoc aveva smesso di scherzare.

La flier calcolò le sue possibilità. Rhylee era più alta, aveva una massa muscolare forgiata da anni di arrampicata sulle selle dei draghi e una postura che non rivelava un singolo punto debole. Ma soprattutto, c’era qualcosa negli occhi di Rhylee — quella calma imperturbabile e calcolata — che faceva capire a chiunque che non stava bluffando.

Cat serrò le labbra, facendo un passo indietro, ma non abbassò la testa.

«Non ho tempo da perdere con le tue lezioni di barbarie navarriana,» sibilò, sistemandosi i guanti con ostentata flemma. «Dì solo cosa devo fare, Emerson. Ma se la tua amica Sorrengail rallenta la mia linea di volo, non aspettarti che io torni indietro a prenderla.»

Rhylee piegò leggermente la testa di lato. Il sarcasmo tornò a velare la sua voce, morbido e affilato.

«Se Violet dovesse rallentare, significa che ha abbattuto cinque nemici in più di te e ha bisogno di ricaricare le balestre. Tu preoccupati solo di non farti disarcionare al primo cambio di altitudine. Io e te andiamo a nord-est. E se provi a fare di testa tua, ti abbasso la pressione attorno alle ali del grifone finché non scendi a terra come un sasso. Ci siamo capite?»

Cat non rispose con le parole, ma il suo sguardo carico di odio fu una risposta più che sufficiente mentre si dirigeva verso l'area di stazionamento dei grifoni, la schiena rigida e i passi rabbiosi.

Violet si avvicinò subito a Rhylee, un’espressione mista di sollievo e apprensione sul volto chiaro.

«Sei stata... incredibilmente dura,» disse a bassa voce. «Ma grazie.»

Rhylee si voltò verso di lei, e l'armatura di pietra che indossava sembrò incrinarsi appena, rivelando la stanchezza che premeva dietro i suoi occhi verdi. Allungò una mano e sfiorò la spalla di Violet, stringendola per una frazione di secondo in una rassicurazione silenziosa.

«Non ringraziarmi. Quella ragazza capisce solo la forza o il disprezzo. Finché pensa di poterti destabilizzare, continuerà a farlo. Il mio compito è farle capire che se prova a toccare te, o chiunque altro nella nostra squadra, troverà me davanti. E io non mi sposto.»

«E Xaden?» chiese Violet, abbassando la voce. «Ti ha davvero ordinato di occuparti di lei?»

«Xaden è un idiota che pensa di poter gestire la guerra come una partita a scacchi e i suoi trascorsi sentimentali come un segreto di stato,» rispose Rhylee con un ghigno sarcastico che le addolcì finalmente i lineamenti. «Ma ha ragione su una cosa: la Squadra di Ferro non può cedere. Dobbiamo tenerla unita, anche se significa trascinare Cat per la collottola.»

*«Il grifone ha appena cercato di beccare una roccia pensando fosse cibo,»* intervenne Astraevyn, mandando una scossa di risa mentali che rimbombò piacevolmente nelle ossa di Rhylee. *«Queste creature hanno l'intelletto di una carota selvatica. Se quella femmina umana muore oggi, sarà per selezione naturale, non per colpa tua.»*

Rhylee non riuscì a trattenersi: un sorriso autentico, brillante e pericoloso, le illuminò il viso, cancellando per un momento l’ombra dell’emicrania imminente.

«Andiamo,» disse a Violet, voltandosi verso la pista di decollo dove il vento ricominciava a soffiare forte, portando con sé l’odore inconfondibile di ozono, roccia e fuoco. «Facciamo vedere a questi flier perché Navarre non ha ancora perso questa maledetta guerra.»

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