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L'arte di tessere muri
C’erano due cose che Rhylee Emerson odiava ammettere: la prima era di avere un mal di testa feroce dopo aver usato il proprio signet; la seconda, infinitamente più amara da ingoiare, era di essersi sbagliata su qualcuno.
E su Catriona Cordella, Rhylee si era sbagliata con una precisione quasi imbarazzante.
Sotto le volte di pietra grezza dell’armeria orientale, dove la luce delle lampade schermate fendeva a fatica la penombra fredda di Aretia, l’odore metallico del bronzo e dell’argento fuso saturava l’aria. Sul lungo tavolo da lavoro, decine di frammenti di roccia conduttiva e placche di ferro erano disposti con geometrico rigore. Al centro di quel caos metodico, c’era Cat.
I polsini dell’uniforme da flier erano arrotolati fino ai gomiti, rivelando avambracci sottili ma segnati da una muscolatura asciutta e nervosa. Tra le dita, la flier impugnava uno stilo da incisione con una presa così ferma e naturale da sembrare un’estensione del suo stesso scheletro. Non guardava gli appunti; non esitava. La punta dello stilo tracciava solchi sottilissimi sulla superficie di una placca di cuoio rinforzato, intagliando angoli perfetti, spirali così strette da sfidare la vista e linee di canalizzazione che avrebbero fatto impallidire i mastri armaioli di Calldyr.
Cat stava tessendo una runa di dissipazione cinetica. Una di quelle complesse, a triplo innesto, capaci di assorbire l’impatto di un dardo di balestra senza spezzare le costole di chi indossava la corazza. E lo faceva con la disinvoltura di chi recita una filastrocca d’infanzia.
Rhylee, appoggiata contro uno dei pilastri portanti con le braccia conserte e la schiena dritta, non distoglieva lo sguardo.
Aveva cercato, con tutta la metodica ostinazione ereditata da tre generazioni di generali navarriani, un difetto. Una crepa. Un singolo errore di postura, un’esitazione teorica, una traccia di superficialità che confermasse la sua tesi iniziale: *Cat Cordella è solo una nobile viziata accecata dal rancore.*
Non ne aveva trovata mezza.
Nelle lezioni di tattica aerea, Cat anticipava i vettori di vento meglio di qualunque cadetto del secondo anno, calcolando la deriva con una precisione millimetrica. Sulla stuoia da combattimento, sopperiva alla minore massa fisica con una rapidità spietata, prendendo di mira tendini, articolazioni e punti ciechi con una cattiveria che a Basgiath le avrebbe garantito il massimo dei voti. E in volo… in volo, sul dorso del suo grifone, sembrava muoversi senza peso, curvando tra le correnti termiche di Tyrrendor come se l'aria stessa le dovesse obbedienza.
Ma erano le rune la vera rivelazione. Nessuno nella Quarta Ala, rider o flier che fosse, possedeva la sua abilità manuale. Le rune intessute da Cat non erano solo decorative: funzionavano, duravano il doppio e avevano già salvato due pattuglie da imboscate lungo il confine.
Cat sollevò improvvisamente il mento, come se avesse avvertito la densità dello sguardo di Rhylee posarsi su di lei. I loro occhi si scontrarono nel silenzio dell’armeria.
Gli occhi chiari della flier si ridussero a due fessure cariche di un disprezzo così puro da risultare quasi palpabile. Non una parola. Da giorni, tra loro non c’era più stato alcuno scontro verbale; solo quel muto, tagliente rifiuto. Cat distolse lo sguardo con ostentata lentezza, raccolse i suoi strumenti in una borsa di tela e si alzò, allontanandosi verso l’uscita opposta per non dover incrociare il cammino di Rhylee nemmeno a distanza di sicurezza.
Rhylee non mosse un muscolo, ma il pollice sinistro scattò contro l’anello d’argento. *Evitami pure, Cordella,* pensò con un filo di cinica amarezza. *Rende il mio lavoro notevolmente meno rumoroso.*
*«La bipede con le piume ha le mani svelte,»* commentò Astraevyn all’improvviso. La voce della dragonessa scivolò nella mente di Rhylee come una pietra levigata che cade in un lago calmo. *«E la mascella troppo tesa. Se continua a serrare i denti in quel modo, finirà per frantumarli prima che io abbia occasione di calpestarla.»*
*«È brava, Astra. È insopportabilmente brava in tutto,»* rispose Rhylee internamente, staccandosi dal pilastro e incamminandosi verso la luce dorata del tardo pomeriggio che filtrava dalle arcate superiori.
*«Essere abili non impedisce di bruciare bene. Il legname stagionato arde meglio di quello marcio.»*
*«Il tuo ottimismo è sempre un balsamo per lo spirito.»*
*«Sono un drago, Emerson. Il mio compito è essere letale, non simpatica.»*
Un angolo della bocca di Rhylee si sollevò impercettibilmente mentre saliva le scale verso il cortile interno di Aretia.
Lì, l’atmosfera era radicalmente diversa. Il gelo montano cominciava a calare sui bastioni, ma attorno al grande braciere circolare allestito vicino alle vecchie scuderie si era radunato il nucleo del loro secondo anno.
La Squadra di Ferro stava lentamente mutando la propria natura. All’inizio era stato un matrimonio forzato dettato dalla disperazione bellica, ma col passare delle settimane le linee di demarcazione avevano cominciato a sbiadire. Trager era seduto su una cassa di legno capovolta, intento a ridere sguaiatamente mentre Ridoc mimava con gesti esagerati l'atterraggio catastrofico di un cadetto del primo anno. Maren, la flier dai capelli corti e dal pragmatismo d’acciaio, era seduta a terra accanto a Sawyer, e gli stava spiegando pazientemente come calibrare la tensione di una staffa da grifone, lanciando di tanto in tanto noccioli di prugna contro la spalla di Ridoc per farlo tacere.
Rhiannon era appoggiata con la schiena contro una panca, una tazza di sidro caldo tra le mani, e Violet le sedeva accanto, con le gambe distese e una coperta di lana pesante sulle ginocchia per proteggere le articolazioni dal rigore dell'aria.
Non appena Rhylee mise piede nel cortile, Violet la vide e le rivolse un sorriso aperto, privo di ombre.
«Guarda chi ha deciso di abbandonare le catacombe,» esclamò Ridoc, allargando le braccia con fare teatrale. «Vieni qui, Emerson. Sawyer sta cercando di convincere Trager che l’aria calda sale perché ha paura del terreno, e abbiamo disperatamente bisogno di qualcuno con un signet legato alla pressione per spiegargli quanto sia biologicamente e fisicamente analfabeta.»
«Non ho detto che ha paura, ho detto che evita l’attrito!» protestò Sawyer, arrossendo vistosamente mentre Trager si soffocava con una sorsata di birra scura.
Rhylee sentì la corazza invisibile che portava sempre addosso cedere di qualche millimetro. Non si mise sull'attenti; non controllò se i polsini della sua giacca fossero perfettamente allineati. Si avvicinò al fuoco, slacciò il colletto rigido della divisa lasciando che una ciocca scura le scivolasse libera sulla fronte, e si lasciò cadere sulla panca accanto a Violet.
«Sawyer ha ragione sul principio, ma la sua spiegazione farebbe piangere qualunque accademico di Navarre,» disse Rhylee, e la sua voce bassa, venata da una rara nota divertita, scatenò un coro di sghignazzi.
«Visto? Te l'avevo detto!» esultò Sawyer, puntando un dito trionfante contro Ridoc.
Violet allungò la mano verso la ciotola di legno sul tavolo e passò a Rhylee una fetta di pane nero spalmata di miele e burro salato, senza dire una parola. Sapeva che Rhylee saltava regolarmente i pasti quando passava il pomeriggio a supervisionare l'armeria.
Rhylee accettò il cibo con un cenno grato del capo, addentandolo mentre ascoltava Rhiannon che raccontava l’ennesima figuraccia di una matricola durante l’adunata del mattino. Per la prima volta dopo ore, le spalle di Rhylee persero quella rigidità marziale che le era stata cucita addosso fin dal giorno della sua nascita. Lì, in mezzo a quella manciata di ribelli scalcagnati, non era la figlia del generale Emerson; non era l’erede di una dinastia militare che doveva dimostrare di non avere paura del buio. Era semplicemente Rhylee. Una rider stanca, affamata, circondata da persone che avrebbero sanguinato per lei senza fare domande.
Un passo pesante e misurato risuonò dietro la panca.
Le risate non si spensero, ma l’aria cambiò leggermente densità. Xaden Riorson si fermò a un passo da loro, le mani affondate nelle tasche della giacca scura, lo sguardo che spazzava il gruppo con quella consueta, attenta vigilanza che non lo abbandonava mai del tutto. Ma la freddezza autoritaria con cui comandava le adunate generali era svanita.
I suoi occhi si posarono su Violet, indugiando quel tanto che bastava a far sciogliere la stanchezza sul viso della ragazza, poi scivolarono su Rhylee.
«I rapporti di pattuglia per il settore sud sono puliti,» disse Xaden a bassa voce, rivolgendosi a lei senza pretendere né il saluto militare né la formalità gerarchica. «Astraevyn ha lasciato un solco profondo mezzo metro sulla sporgenza della torre nord. Mastro Einar si è lamentato che i tuoi draghi stanno distruggendo le pietre di coronamento.»
Rhylee inghiottì il boccone di pane e sollevò lo sguardo, sostenendo quello del Wingleader con una calma sfrontata.
«Dì a Mastro Einar che se Astraevyn decide di affilarsi gli artigli sulla torre nord, farebbe meglio a ringraziare che non abbia scelto il tetto del suo alloggio. E comunque, il settore sud è pulito solo perché abbiamo ricalibrato i turni ieri sera.»
Un’ombra di sorriso, quasi impercettibile, piegò l’angolo della bocca di Xaden. Era quel tono — asciutto, privo di timore reverenziale, radicato in una reciproca e indiscutibile stima — che riservava a pochissime persone oltre a Violet.
«Fai in modo che non faccia crollare l’arcata prima di venerdì, Emerson. Non abbiamo il legname per ricostruirla.»
«Vedrò cosa posso fare, Riorson. Nessuna promessa.»
Xaden sfiorò con le nocche la nuca di Violet, un gesto intimo e rapido, prima di allontanarsi verso il corpo di guardia, lasciando che il gruppo tornasse al suo chiasso disordinato.
Fu in quel momento che Cat fece il suo ingresso nello spazio del braciere.
Non si unì al cerchio. Rimase a un paio di metri di distanza, appoggiata a una colonna spezzata, le braccia strette al petto contro il vento che si stava alzando. Il suo sguardo dorato scorse i presenti con una precisione chirurgica, soffermandosi per una frazione di secondo sulla figura di Xaden che si allontanava, prima di posarsi su Ridoc, che stava versando del sidro da una brocca di terracotta.
«Stai attento a non allagare il selciato, Ridoc,» disse Cat, e la sua voce tagliente risuonò chiara sopra il crepitio della legna. «Già le tue manovre di volo sembrano quelle di un anfibio disorientato, non abbiamo bisogno che anneghi anche sulla terraferma.»
Invece di offendersi, Ridoc sollevò la tazza verso di lei, sfoggiando un sorriso a trentadue denti.
«Cordella! La mia musa velenosa preferita. Vieni a sederti, c’è posto tra me e Trager. Prometto di non respirare nella tua direzione per i primi dieci minuti.»
«Preferirei dividere il giaciglio con un troll delle caverne,» replicò Cat senza scomporsi, ma con un guizzo divertito che le illuminò fugacemente gli occhi.
Violet lasciò sfuggire una risatina soffocata dietro la tazza di sidro. Ormai, le frecciatine di Cat avevano perso gran parte della carica distruttiva dei primi giorni; erano diventate una sorta di bizzarro rituale, un rumore di fondo a cui la squadra rispondeva con un’ironia disarmante che spesso lasciava la flier priva di bersagli facili.
«Vieni a mangiare qualcosa, Cat,» disse Rhiannon con calore genuino, indicando il pane e il formaggio rimasti sul tavolo. «Trager ha quasi finito le scorte e tra mezz’ora il rancio sarà freddo.»
Tutti cercavano, in un modo o nell'altro, di tirarla dentro. Di non lasciarla confinata in quell'angolo di gelo e orgoglio che si era costruita attorno. Ma Cat scosse la testa con un cenno secco, il mento sollevato.
«Non ho fame.»
Poi il suo sguardo scivolò inevitabilmente su Rhylee. La neutralità sarcastica sul volto di Cat si spense all’istante, sostituita da una maschera di freddo e ostinato distacco. I suoi occhi chiari si posarono sulla postura rilassata di Rhylee, sulla ciocca di capelli scuri che le ricadeva morbida sulla spalla, sull'assenza totale di tensione nel suo corpo. Rhylee non abbassò lo sguardo, sostenendo quell'occhiata silenziosa con la consueta calma granitica. Per un istante, la pressione tra di loro sembrò tornare a farsi densa, una corda d’arpa tesa fino al punto di rottura.
Poi, Maren si alzò dalla stuoia.
Senza dire una parola al gruppo, la flier si avvicinò a Cat, massaggiandosi distrattamente l’avambraccio destro, coperto da una fasciatura grezza che cominciava a cedere.
Cat non si mosse, ma nel momento esatto in cui Maren le arrivò a tiro, l'intera postura della ragazza cambiò in un modo che Rhylee non aveva mai visto prima.
La spigolosità delle sue spalle svanì. La linea dura della mascella si ammorbidì all’istante, e quegli occhi, che fino a un secondo prima sembravano lame forgiate nel disprezzo, si riempirono di una preoccupazione viva, calda e immediata.
«Te l’avevo detto di non forzare il polso sulla barra di guida,» sussurrò Cat, e il tono della sua voce non aveva nulla a che fare con il veleno dispensato a Ridoc o la freddezza riservata a Rhylee. Era dolce, premuroso, quasi fraterno.
«Il vento ha deviato all’improvviso sul canalone,» si giustificò Maren a bassa voce, offrendole il braccio. «La staffa ha strappato.»
Cat sospirò, scuotendo la testa con un misto di rimprovero e affetto. Allungò le mani — quelle stesse mani affilate che poco prima tracciavano rune letali — e prese il braccio di Maren con un’attenzione meticolosa. Sciolse la vecchia fasciatura con gesti incredibilmente delicati, stando attenta a non tirare la pelle arrossata.
Dalla tasca interna della giacca, Cat tirò fuori una piccola striscia di lino grigio chiaro, finemente incisa con una sequenza di minuscole rune di contenimento e sollievo termico. La avvolse attorno al polso dell'amica, premendo i polpastrelli con leggerezza sui nodi energetici finché il lino non emise una debolissima luminescenza argentea.
Maren espirò un sospiro di sollievo, appoggiando per un attimo la fronte contro la spalla di Cat, che le passò una mano tra i capelli corti con una tenerezza spontanea, priva di qualsiasi artificio.
«Adesso non fare la stupida,» mormorò Cat con un piccolo sorriso vero, che le trasformò completamente i lineamenti del viso, rendendola per un attimo una ragazza come tante altre, vulnerabile e protettiva verso l'unica persona che considerava davvero la sua casa. «Se domani ti fai male di nuovo, ti lego alla sella con le mie mani.»
Maren ridacchiò piano, battendole una mano sul fianco prima di voltarsi e tornare verso il fuoco. Cat rimase lì, un passo indietro, a guardare l'amica che si risiedeva accanto a Sawyer, con un'espressione guardinga ma infinitamente più umana.
Rhylee non aveva distolto lo sguardo nemmeno per una frazione di secondo.
Sentì un nodo stringersi alla base della gola, sottile e fastidioso. Tutta la sicurezza con cui aveva catalogato Cat Cordella — la vipera di corte, la manipolatrice senza scrupoli, la rivale rancorosa — vacillò violentemente sotto il peso di quella scena.
Cat non era vuota. Non era una marionetta spinta solo dall'ambizione e dal livore. Aveva persone per cui avrebbe dato la vita; aveva una lealtà feroce, silenziosa e totale, esattamente come la sua. Solo che la riservava a un cerchio minuscolo, blindato dietro mura di granito che nessuno ad Aretia, tranne Maren, aveva il permesso di scalare.
*«Te l'avevo detto che ha l'odore di un topo di campo,»* intervenne Astraevyn, ma stavolta il tono tellurico della dragonessa mancava del consueto sarcasmo spietato. C'era una sfumatura di noiosa rassegnazione. *«I topi mordono solo quando sono circondati da creature più grandi di loro. Diventano fastidiosi se provi a prenderli per la coda.»*
*«Non voglio prenderla per la coda, Astra,»* pensò Rhylee, le dita che stringevano l'anello d'argento con una forza eccessiva, mentre una fitta improvvisa le attraversava la fronte.
*«Allora smetti di guardarla come se stessi cercando il punto debole della sua corazza. Lo sappiamo entrambe che l'hai già trovato. E sappiamo entrambe che non ti piace quello che hai visto.»*
Rhylee distolse finalmente gli occhi da Cat, tornando a fissare le fiamme che danzavano nel braciere. Prese un sorso d'acqua gelida dalla borraccia, cercando di scacciare l'emicrania che cominciava a premere dietro l'orbita sinistra, ma l'immagine delle dita di Cat che fasciavano con cura il polso dell'amica rimase impressa dietro le sue palpebre.
Capire un nemico era facile. Bastava calcolare la forza d'urto necessaria per spezzarlo.
Ma capire qualcuno che non potevi né piegare con la forza né disprezzare per la sua debolezza… quello era un assedio per cui l’addestramento navarriano non l'aveva preparata affatto.