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Il Sapore del Tradimento

Il sole del mattino batteva forte sull’arena dei carri, ma per Rebekah Vaelor quella luce non era fastidiosa. Dopo anni passati a sentirsi osservata come un pezzo da museo nella solitudine della Casa di Era, quella mattina il mondo sembrava aver riacquistato i suoi colori naturali. L’addestramento era stato faticoso, ma la scarica di adrenalina l’aveva lasciata stranamente euforica.

Dopo aver sistemato i finimenti dei cavalli, Rebekah si concesse un lusso che raramente si permetteva: il tempo libero. Si diresse verso il laghetto delle canoe, dove sapeva di trovare le uniche persone che non la guardavano come la "figlia del miracolo" o come un trofeo da abbattere.

— Guarda chi si rivede — esclamò Percy, alzando una mano in segno di saluto mentre cercava di mantenere l'equilibrio su una canoa che Grover stava facendo dondolare pericolosamente. — La Regina del Campo ha deciso di mescolarsi ai comuni mortali?

Rebekah rise, un suono genuino che le sciolse i muscoli del collo. — Solo perché oggi ho pietà di voi. Se restassi chiusa nella mia cabina, finireste per affogare in dieci centimetri d'acqua.

Annabeth, seduta sulla riva con un libro di architettura monumentale sulle ginocchia, alzò gli occhi al cielo ma non riuscì a trattenere un sorriso. — Siediti, Rebekah. Percy sta cercando di convincere Grover che le ninfe dell'acqua nascondono il suo cibo preferito sul fondo del lago.

— Non è vero! — protestò il satiro, le orecchie che fremevano sotto il berretto. — Ho solo detto di aver sentito un odore sospetto di enchiladas!

Rebekah si lasciò cadere sull'erba accanto ad Annabeth. Per un paio d'ore, il peso del suo lignaggio svanì. Parlarono di cose futili, delle missioni passate, dei nuovi arrivati che sembravano sempre più giovani e spaventati. In quel cerchio di amici, Rebekah non era la seconda figlia di Era, l'erede di una stirpe tragica; era solo Rebekah, la ragazza bionda che sapeva maneggiare la spada meglio di chiunque altro ma che perdeva sempre a carte contro un figlio di Ermes.

— Ti senti bene? — le chiese Annabeth a bassa voce, mentre Percy e Grover erano impegnati in una gara di schizzi. — Sembri... diversa oggi. Meno tesa.

Rebekah pensò alla notte precedente, al fumo delle sigarette sul molo e alla strana confessione di Aurelia. — Ho solo dormito un po' meglio — mentì, fissando l'acqua. — Forse sto solo imparando a ignorare i fantasmi.

Ma la pace, al Campo Mezzosangue, ha sempre la durata di un battito di ciglia.

Il pomeriggio portò con sé il caldo afoso e l'odore di sudore dell'arena principale. Chirone stava organizzando i duelli corpo a corpo e, come se le Parche si divertissero a tessere fili spinati, il nome di Rebekah fu accoppiato nuovamente a quello di Aurelia Vance.

Le due ragazze si trovarono al centro del cerchio di sabbia. Aurelia indossava la sua solita armatura leggera, impeccabile e lucida, ma c’era qualcosa di diverso nel suo sguardo. Non era la vulnerabilità della notte prima, ma una determinazione febbrile, quasi disperata.

Sui gradoni, un gruppo di ragazzi della cabina di Ermes faceva il tifo. In prima fila c'era Nick, il fidanzato di Aurelia. Era un tipo muscoloso, con un sorriso perennemente arrogante e gli occhi che non smettevano di seguire ogni movimento della sua ragazza.

— Fagli vedere chi comanda, bionda! — urlò Nick, scatenando le risate dei suoi compagni.

Rebekah strinse l'elsa della sua spada in bronzo celeste. Guardò Aurelia negli occhi, cercando un segno di quella tregua silenziosa nata sul molo, ma trovò solo un muro di ghiaccio azzurro.

— Pronta a perdere, Vaelor? — chiese Aurelia, ma la sua voce tremava appena.

— Non oggi, Vance.

Il duello iniziò con una violenza inaspettata. Rebekah si accorse subito che Aurelia non era in forma. I suoi movimenti erano leggermente più lenti, i suoi affondi meno precisi del solito. Forse la stanchezza, o forse la pressione di avere il suo ragazzo lì a guardarla, la stavano rendendo goffa.

Rebekah, al contrario, si sentiva leggera. Parò un fendente laterale con una grazia che strappò un applauso alla folla e contrattaccò con una serie di colpi rapidi che costrinsero Aurelia a indietreggiare verso il bordo del cerchio.

— Sei stanca, Aurelia — mormorò Rebekah mentre le loro lame si incrociavano producendo scintille. — Finiamola qui.

— Mai — ringhiò la figlia di Afrodite. Il suo respiro era affannoso, una ciocca di capelli le si era incollata alla fronte sudata.

Rebekah decise di chiudere l'incontro. Eseguì una finta perfetta, spostando il peso sulla gamba sinistra per poi ruotare e colpire lo scudo di Aurelia con una forza tale da farle perdere l'equilibrio. La bionda barcollò, la sua guardia si aprì completamente. Rebekah puntò la punta della spada verso la gola dell'avversaria, pronta a dichiarare la vittoria.

Fu in quel millesimo di secondo che accadde l'impensabile.

Aurelia non cercò di parare. Non cercò di scappare. Invece, fece un passo avanti, annullando la distanza tra i loro corpi. Con una mano libera afferrò il colletto della protezione di Rebekah e la tirò a sé.

Le labbra di Aurelia si schiacciarono contro quelle di Rebekah in un bacio a stampo rapido, umido e disperato.

Il mondo intorno a Rebekah si fermò. Il rumore della folla, il calore del sole, il peso della spada... tutto svanì in un vuoto pneumatico di puro shock. Il cervello di Rebekah, solitamente rapido e analitico, andò in cortocircuito. Per un istante infinito, non fu più una guerriera; fu solo una sedicenne paralizzata dalla confusione.

Quel secondo di distrazione fu fatale.

Aurelia si staccò con un guizzo felino, approfittando dello stordimento di Rebekah. Con un colpo secco di stivaletto le fece lo sgambetto e, prima che Rebekah potesse anche solo realizzare cosa stesse succedendo, si ritrovò con la schiena sulla sabbia bollente.

Il peso di Aurelia le schiacciava il petto. La punta del pugnale della figlia di Afrodite era premuta contro la pelle morbida del suo collo.

— Resa — disse Aurelia, ansimando. I suoi occhi brillavano di un trionfo crudele, ma c'era qualcosa di torbido sotto la superficie.

Un silenzio irreale cadde sull'arena, interrotto dopo pochi istanti dalle urla selvagge della cabina di Ermes e di Afrodite.

— Vittoria per Aurelia Vance! — esclamò l'istruttore, visibilmente confuso anche lui dalla tattica utilizzata.

Aurelia si alzò rapidamente, senza offrire una mano a Rebekah. Si pulì le labbra con il dorso della mano, un gesto che sembrò un insulto finale, e corse verso il bordo dell'arena. Nick la sollevò di peso, facendola ruotare in aria mentre lei rideva sguaiatamente, gettandogli le braccia al collo.

Rebekah rimase a terra per qualche secondo di troppo. Sentiva il sapore del lucidalabbra di Aurelia sulle labbra e il sapore amaro dell'umiliazione in gola. Si rialzò lentamente, scuotendo la sabbia dai capelli biondi. Le sue mani tremavano, ma non per la fatica.

Mentre usciva dal cerchio, incrociò lo sguardi di Percy e Annabeth. Erano immobili, le bocche quasi spalancate. Annabeth guardava Aurelia con un'espressione di puro disgusto, mentre Percy sembrava pronto a sguainare Vortice contro chiunque osasse ridere.

— Rebekah... — iniziò Percy, facendo un passo verso di lei.

— Non adesso, Percy — tagliò corto lei, la voce gelida.

Passò accanto ad Aurelia, che stava ancora festeggiando con Nick. La figlia di Afrodite si voltò, lanciandole un'occhiata di sbieco.

— Ottimo allenamento, Vaelor — disse Aurelia a voce alta, così che tutti potessero sentire. — Dovresti imparare che in guerra e in amore tutto è permesso. Ma forse tua madre è troppo impegnata a fare la santa per insegnarti come si usa il fascino.

Le ragazze di Afrodite scoppiarono a ridere. Rebekah non rispose. Camminò dritta verso la Casa Grande, sentendo le lacrime di rabbia che premevano per uscire, ma si impose di non versarne nemmeno una.

La sera calò sul campo come un sudario. Rebekah non si presentò alla cena. Rimase seduta nell'oscurità della sua cabina, fissando la piuma di pavone sul tavolo finché i colori non iniziarono a confondersi. L'umiliazione non era per la sconfitta; Rebekah aveva perso molti duelli nella sua vita. Era il modo. Era l'aver usato quel momento di vulnerabilità condiviso sul molo per trasformarlo in un'arma da circo.

Sentì che non poteva finire così. Aveva bisogno di risposte.

Uscì dalla cabina e si diresse verso il padiglione della mensa, muovendosi tra le ombre. Sapeva dove trovare Aurelia dopo cena: la ragazza amava appartarsi vicino alla parete di arrampicata con Nick per vantarsi dei suoi successi.

La trovò proprio lì, mentre rideva a una battuta del suo ragazzo. Nick le teneva una mano sul fianco in modo possessivo.

Rebekah non esitò. Uscì dall'oscurità come una furia.

— Vance. Abbiamo una faccenda in sospeso.

Aurelia si voltò, il sorriso che svaniva lentamente. — Oh, guardate chi c'è. La perdente è venuta a chiedere la rivincita?

Nick fece un passo avanti, cercando di fare il protettivo. — Ehi, Vaelor, calmati. È solo un gioco...

Rebekah non lo guardò nemmeno. Con un movimento fluido e rapido, gli puntò l'indice al petto. — Sparisci, Nick. O giuro su mia madre che ti farò pentire di essere mai uscito dalla tua cabina stasera.

C'era qualcosa nella voce di Rebekah, una vibrazione di puro potere divino, che fece sbiancare il ragazzo. Guardò Aurelia, poi Rebekah, e decise che non valeva la pena rischiare l'ira di una figlia di Era.

— Ci vediamo dopo, Aure — mormorò, allontanandosi in fretta.

Aurelia rimase sola, la schiena appoggiata alla roccia fredda della parete di arrampicata. Cercò di mantenere un'aria di sfida, ma le sue mani iniziarono a tormentare l'orlo della maglietta.

— Allora? — chiese Aurelia. — Vuoi farmi un discorso sulla correttezza sportiva?

Rebekah fece un passo avanti, invadendo il suo spazio vitale. Non si fermò finché non fu così vicina da sentire il profumo di vaniglia di Aurelia. Con un gesto brusco, le afferrò il braccio, stringendo le dita intorno al bicipite con una forza che le fece sfuggire un piccolo gemito.

— Perché? — ringhiò Rebekah, la voce bassa e pericolosa. — Perché l'hai fatto?

— Per vincere, idiota! — esclamò Aurelia, cercando di liberarsi. — Volevi che mi facessi umiliare davanti a Nick? Volevi che tutti vedessero che la "grande Aurelia Vance" non sa tenere testa a una biondina nata dalle ceneri?

— Non mentirmi! — Rebekah la scosse leggermente, la rabbia che traboccava come lava. — Ieri notte eravamo sul molo. Abbiamo parlato. Pensavo che... pensavo che ci fossimo capite. Che ci fosse un briciolo di verità sotto tutta quella plastica che ti porti addosso.

Aurelia distolse lo sguardo, i denti stretti. — Ieri notte era buio, Rebekah. Ieri notte non c'era nessuno a guardarci. Ma oggi... oggi c'era tutto il campo. Io ho un ruolo da mantenere. Non posso permettermi di essere debole. Non posso permettermi di essere tua amica.

— Quindi mi hai baciata per distrarmi? — chiese Rebekah, la voce che tremava per l'indignazione. — Hai usato... quello... come un trucco sporco? Mi hai umiliata davanti a tutti, facendomi passare per una sprovveduta che si incanta davanti a un bel faccino!

— Ha funzionato, no? — ribatté Aurelia, alzando il mento. Ma i suoi occhi erano lucidi. — Sei caduta nella trappola come una dilettante. Mi dispiace che i tuoi sentimenti preziosi siano rimasti feriti, ma benvenuta nel mondo reale, dove Afrodite vince sempre su Era.

Rebekah sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé. Non era solo rabbia; era una delusione profonda, un senso di solitudine che tornava a morderle il cuore. Spinse Aurelia contro la roccia, non abbastanza forte da farle male davvero, ma quanto bastava per farle capire che non aveva paura di lei.

— Sei una codarda, Aurelia — disse Rebekah, le parole che uscivano lente e taglienti come lame. — Sei così terrorizzata dall'idea di non essere la migliore che sei disposta a calpestare l'unica persona che ti ha guardata negli occhi e ha visto qualcosa di più di una bambola.

Aurelia aprì la bocca per rispondere, ma non uscì nulla. La sua maschera di arroganza si sgretolò definitivamente, rivelando un volto stravolto dal senso di colpa e da qualcosa che somigliava terribilmente alla paura.

— Mi hai usata — continuò Rebekah, lasciandole il braccio come se scottasse. — Hai preso quel momento sul molo e lo hai trasformato in fango. Non azzardarti mai più a toccarmi. Non azzardarti mai più a parlarmi. Per me, da questo momento, tu sei solo un altro mostro da abbattere.

Rebekah si voltò, pronta ad andarsene, ma la voce di Aurelia la fermò. Era una voce piccola, rotta, che non sembrava affatto quella della ragazza più popolare del campo.

— E se non fosse stato solo un trucco?

Rebekah si fermò, ma non si voltò. Il cuore le batteva così forte nelle orecchie che temeva potesse esplodere.

— Se non l'avessi fatto solo per vincere? — continuò Aurelia, un passo dietro di lei. — Se fossi stata così spaventata da quello che ho provato ieri notte da non sapere in quale altro modo gestirlo? Ho agito d'impulso, Rebekah. Volevo vincere, sì, ma volevo anche... volevo sapere se avresti risposto.

Rebekah si voltò lentamente. Aurelia era lì, nell'ombra, le braccia strette intorno al corpo come se avesse freddo. Sembrava piccola, fragile, spogliata di tutto il suo potere.

— Sei perfida, Aurelia — disse Rebekah, la rabbia che lottava con una strana forma di pietà. — Anche se fosse vero, quello che hai fatto è imperdonabile. Mi hai resa lo zimbello del campo per salvare il tuo orgoglio.

— Lo so — sussurrò Aurelia. — Lo so che sono un disastro. Ma non so come essere diversa. Mia madre... lei non mi ha insegnato a amare. Mi ha insegnato a conquistare.

Rebekah la guardò a lungo. Vide la figlia di Afrodite e la figlia di Era, due ragazze nate per essere nemiche, intrappolate in un gioco di specchi e fumo che nessuna delle due aveva scelto.

— Non aspettarti che ti scusi — disse Rebekah, facendo un passo indietro verso l'oscurità del bosco. — E non aspettarti che dimentichi.

— Rebekah, aspetta...

Ma Rebekah era già sparita tra gli alberi, lasciando Aurelia sola con il suo trionfo amaro e il silenzio della notte. Mentre camminava verso la sua cabina solitaria, Rebekah si toccò le labbra con le dita. Bruciavano ancora. E la cosa che la faceva più arrabbiare non era il bacio, né la sconfitta, ma il fatto che, per un brevissimo, orribile istante, aveva desiderato che il duello non finisse mai.

La guerra contro i Titani era alle porte, ma Rebekah Vaelor capì che la battaglia più difficile non sarebbe stata combattuta con le spade, ma tra le mura invisibili che lei e Aurelia avevano costruito intorno ai loro cuori feriti.