the line between us
Oltre il Velo delle Ceneri
L’aria del Campo Mezzosangue era diventata irrespirabile. Ogni volta che Rebekah incrociava una chioma bionda o sentiva il profumo di vaniglia e rose, il suo stomaco si contraeva in un nodo di rabbia pura. Il bacio nell’arena non era stato un atto di passione, né una rivelazione; era stato un furto. Aurelia Vance le aveva rubato l’unica cosa che Rebekah aveva faticato anni a costruire: l’integrità di essere vista come una guerriera, non come una distrazione o un gioco di potere.
La tregua nata sul molo era morta tra la sabbia e le risate della cabina di Afrodite. Rebekah non cercò vendetta, non questa volta. Scelse l’indifferenza, un’arma molto più affilata. Quando Aurelia provava a incrociare il suo sguardo durante i pasti, Rebekah guardava oltre, come se al posto della ragazza più popolare del campo ci fosse solo uno spazio vuoto.
— Chirone, ti prego. — Rebekah era ferma davanti alla scrivania del centauro, le nocche bianche per quanto stringeva l’elsa della spada. — Non posso restare qui. Se non mi dai qualcosa da fare, finirò per dare fuoco alla Casa Grande o per uccidere qualcuno.
Chirone la osservò con quella saggezza millenaria che a volte Rebekah trovava irritante. — La rabbia è una cattiva consigliera, Rebekah. Ma capisco che il campo sia diventato stretto per te.
— Non è solo la rabbia — mentì lei, abbassando lo sguardo. — È che sento che fuori c’è qualcosa che mi chiama. I sogni... non si fermano.
Il centauro sospirò, grattandosi la barba. — Percy, Annabeth e Grover devono partire per una ricognizione a nord, verso il Maine. Ci sono state segnalazioni di attività insolite, forse reclutatori di Crono. Se loro sono d’accordo, puoi unirti a loro.
Rebekah non aspettò che finisse la frase. In meno di un’ora aveva preparato lo zaino.
Le settimane trascorse fuori dal campo furono una benedizione. Insieme a Percy, Annabeth e Grover, Rebekah tornò a sentirsi una semidea qualunque, non la "seconda figlia di Era". Combatterono contro empuse in stazioni di servizio abbandonate, dormirono sotto le stelle e mangiarono cibo spazzatura comprato con gli ultimi dracmi d’oro.
Percy, con la sua solita sensibilità da "testone d'alghe", non le chiese mai cosa fosse successo con Aurelia, ma si assicurava sempre di passarle la borraccia o di farla ridere con qualche battuta stupida quando vedeva che lo sguardo di Rebekah si perdeva nel vuoto.
— Sai, Rebekah — disse una sera Percy, mentre sedevano attorno a un piccolo fuoco in un bosco del Vermont — non devi portare il peso di tutto il mondo sulle spalle. Quello è il lavoro di Atlante, e non mi pare che gli piaccia granché.
Rebekah accennò un sorriso amaro. — È difficile non sentirlo, Percy. Mia madre mi ha creata da una piuma e dalle ceneri. Non sono nata da un atto d’amore, ma da un bisogno di perfezione. Se fallisco, non sono solo una semidea che ha sbagliato. Sono un miracolo difettoso.
— Tu non sei un difetto — intervenne Annabeth, alzando lo sguardo dalla sua mappa. — Sei la guerriera più forte che conosca. E se tua madre non lo vede, è un problema suo, non tuo.
Nonostante il calore dei suoi amici, i sogni di Kahlan non le davano tregua. Ogni notte, la sua defunta sorella appariva tra le fiamme, indicando un orizzonte oscuro. Rebekah sentiva il proprio potere crescere in modo distorto. A volte, quando era frustrata, le piante intorno a lei appassivano istantaneamente o il cielo si riempiva di pavoni spettrali fatti di fumo che emettevano grida strazianti.
Si rifiutava di parlarne. Aveva imparato la lezione: mostrare vulnerabilità era come consegnare un pugnale al proprio nemico. Se Aurelia, che per un attimo era sembrata umana, l’aveva tradita così, non poteva fidarsi di nessuno. Nemmeno della propria mente.
Quando la missione finì e dovettero tornare al campo, Rebekah sentì il cuore appesantirsi di nuovo. Varcare il confine magico fu come rimettersi delle catene d’oro.
I primi giorni furono un calvario. Aurelia cercò di avvicinarla diverse volte, una volta persino aspettandola fuori dalle docce, ma Rebekah le passò accanto come se fosse un fantasma.
— Rebekah, aspetta! — aveva esclamato Aurelia, la voce priva della solita arroganza. — Dobbiamo parlare di quello che è successo prima che partissi.
Rebekah si era fermata solo per un istante, senza voltarsi. — Non c’è niente da dire, Aurelia. Hai vinto tu, ricordi? Hai dimostrato che Afrodite batte Era. Adesso lasciami in pace.
— Non volevo che finisse così...
— Invece sì — tagliò corto Rebekah, riprendendo a camminare. — Volevi il pubblico, volevi Nick, volevi il potere. Li hai avuti. Spero che ti bastino per l’eternità.
Quella sera, Rebekah si rifugiò nel bosco, lontano da tutti. Si sedette su una roccia piatta vicino a un ruscello e pianse. Non erano lacrime di tristezza, ma di stanchezza. Pregò, per la prima volta con ferocia, che sua madre la riprendesse con sé.
— Perché mi hai fatta, Era? — sussurrò nell’oscurità, mentre piccoli pavoni di luce tremolante apparivano sulle punte delle sue dita. — Perché condannare un’altra anima a questo tormento? Spero che tu abbia finito. Spero che io sia l’ultima vittima della tua solitudine. Lasciami morire come Kahlan, se è questo che serve per smettere di essere il tuo giocattolo.
— Non credo che morire sia la soluzione migliore. È un po’ troppo definitivo, non trovi?
Rebekah scattò in piedi, la spada sguainata in un riflesso d’argento.
Davanti a lei, appoggiato a un albero, c’era un ragazzo che conosceva di vista. Era Matt, della cabina di Efesto. Aveva i capelli scuri e ricci, sempre un po’ sporchi di fuliggine, e braccia muscolose segnate da piccole cicatrici da bruciatura. Non era bello nel modo classico ed etereo dei figli di Apollo o Afrodite; era solido, con occhi caldi color ambra che sembravano vedere attraverso le persone.
Rebekah abbassò lentamente la spada, ma non la rinfoderò. — Mi stavi seguendo, Matt?
Il ragazzo alzò le mani in segno di resa, un mezzo sorriso gentile sulle labbra. — Seguendo è una parola grossa. Diciamo che questo è il mio posto preferito per pensare quando l’officina diventa troppo rumorosa. Non sapevo fosse occupato dalla Regina del Campo.
Rebekah sospirò, rinfoderando l’arma. — Non chiamarmi così.
— D’accordo. Rebekah, allora. — Matt fece qualche passo avanti, sedendosi sulla roccia accanto a lei, ma lasciando abbastanza spazio perché lei non si sentisse minacciata. — Sembri... esausta. E non parlo della missione nel Maine.
Rebekah lo osservò con sospetto. — Tutti al campo sanno perché sono "esausta". Immagino che la cabina di Efesto abbia riso quanto quella di Ermes per la scena nell’arena.
Matt scosse la testa seriamente. — No. Noi costruiamo cose, Rebekah. Sappiamo riconoscere quando qualcosa è solido e quando è solo un riflesso. Quello che ha fatto Aurelia è stato... beh, un trucco da fumo e specchi. Ma quello che ho visto io è stata una ragazza che stava vincendo con la forza e che è stata colpita dove non aveva l’armatura. Non c’è niente da ridere in questo.
Rebekah rimase in silenzio, sorpresa dalla sua schiettezza. Matt non cercava di compiacerla, né sembrava intimidito dal suo lignaggio divino.
— Ti guardo da un po’ — continuò lui, prendendo un piccolo pezzo di bronzo dalla tasca e iniziando a modellarlo con le dita quasi senza accorgersene. — Non perché sei la figlia di Era. Ma perché sei l’unica qui dentro che sembra sempre pronta a esplodere eppure continua a camminare come se nulla fosse. È ammirevole. E terrificante.
— È solo sopravvivenza, Matt.
— Forse. Ma anche il metallo più resistente si spezza se viene temprato troppo a lungo senza mai essere raffreddato. — Le porse il pezzetto di bronzo. In pochi minuti, le sue dita lo avevano trasformato in una piccola piuma stilizzata, perfetta in ogni dettaglio. — Tieni. È solo un gingillo, ma non si trasformerà in cenere.
Rebekah prese l’oggetto. Era caldo, per via del tocco di Matt, e stranamente pesante. Per la prima volta dopo mesi, sentì una scintilla di qualcosa che non fosse odio o paura.
— Perché sei così gentile con me? — chiese lei, la voce che incrinava appena la sua maschera di ghiaccio. — Molti ragazzi qui mi vedono come un trofeo. O come un pericolo.
Matt la guardò dritto negli occhi. — Perché penso che tu abbia bisogno di qualcuno che ti guardi e veda Rebekah, non una leggenda o un miracolo. E perché, onestamente, mi piaci di più quando non cerchi di sembrare una dea.
Nelle settimane successive, la presenza di Matt divenne l’ancora di Rebekah. Mentre Aurelia continuava a recitare la sua parte di regina del campo, circondata da un seguito che sembrava sempre più finto agli occhi di Rebekah, Matt era reale.
Passavano i pomeriggi vicino alla fucina o nel bosco. Matt le insegnava come il metallo rispondeva al calore, e Rebekah, per la prima volta, parlò a qualcuno della sua famiglia mortale, quella che aveva perso a dodici anni. Non parlò di Kahlan, non ancora, ma con Matt sentiva che il segreto non era un peso che doveva proteggere con le unghie e con i denti.
Una sera, mentre il sole tramontava tingendo il cielo di un viola intenso che ricordava il manto di un pavone, Rebekah si ritrovò a osservare Matt mentre lavorava a un nuovo progetto.
— Matt? — chiamò lei dolcemente.
— Sì?
— Grazie. Per non avermi chiesto di essere perfetta.
Lui posò il martello e si pulì le mani su un paccio sporco di grasso. Si avvicinò a lei e, con una delicatezza che la lasciò senza fiato, le scostò una ciocca di capelli biondi dal viso. — La perfezione è per le statue, Rebekah. Tu sei viva. E preferisco di gran lunga la tua rabbia e i tuoi dubbi a qualsiasi miracolo divino.
In quel momento, Rebekah sentì che forse, nonostante Era, nonostante Kahlan e nonostante il tradimento di Aurelia, c’era una parte di lei che non apparteneva all’Olimpo. Apparteneva a se stessa.
Ma mentre Matt le sorrideva, un brivido gelido le percorse la schiena. Nella sua mente, la voce di Kahlan sussurrò un’ultima, inquietante parola.
*Tradimento.*
Rebekah guardò verso la cabina di Afrodite, dove le luci brillavano festose. Sapeva che Aurelia la stava osservando dall’ombra. La tregua era finita, la guerra stava arrivando, e Rebekah Vaelor non era più sicura di chi fossero i suoi veri nemici. Ma una cosa era certa: non sarebbe tornata a essere cenere senza combattere con ogni grammo del suo potere ribelle.