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Il Silenzio delle Stoviglie e del Cuore

Il vapore denso e grasso che si alzava dai lavandini della cucina del campo era l'unica cosa che sembrava in grado di annebbiare i pensieri di Rebekah. Aveva aspettato ore. Aveva osservato le luci delle cabine spegnersi una a una, aveva ascoltato il canto dei grilli farsi più insistente e il silenzio del bosco diventare una presenza fisica. Solo allora si era decisa a uscire dalla Casa di Era per affrontare il suo turno di punizione: lavare le stoviglie dell'intero campo per aver "accidentalmente" incenerito un bersaglio durante la lezione di tiro con l'arco in un momento di rabbia.

Le mani, immerse nell'acqua bollente e saponata, erano rosse, ma il dolore fisico era quasi un sollievo rispetto al ronzio costante nella sua testa. Ogni volta che chiudeva gli occhi, rivedeva la scena nell'arena. Sentiva ancora la pressione delle labbra di Aurelia sulle sue, un gesto che avrebbe dovuto essere sacro o almeno significativo, e che invece era stato usato come una volgare distrazione tattica.

— Odio questo posto — mormorò Rebekah, strofinando con ferocia un vassoio di bronzo incrostato di rimasugli di pizza. — Odio gli dei, odio le aspettative e odio profondamente le figlie di Afrodite.

— È un elenco piuttosto lungo, Vaelor. Spero di non essere in cima alla lista, anche se immagino di sì.

Rebekah si irrigidì. Non aveva sentito la porta aprirsi, né il fruscio dei passi. Ma conosceva quella voce. Era una melodia che sapeva di inganno, un suono che ora le graffiava i nervi come carta vetrata. Non si voltò. Continuò a strofinare il vassoio, ignorando la figura che si era appena appoggiata allo stipite della porta.

— Il coprifuoco è passato da un pezzo, Aurelia — disse Rebekah, la voce piatta e fredda come il marmo della sua cabina vuota. — Non dovresti essere nel tuo tempio della vanità a farti spazzolare i capelli dalle tue ancelle?

Aurelia Vance fece un passo avanti, entrando nel cerchio di luce giallastra delle lampade a olio della cucina. Non indossava l'armatura, né i vestiti griffati che sfoggiava solitamente. Aveva una semplice maglietta bianca e dei pantaloncini, e i suoi capelli biondi erano legati in una treccia disordinata. Senza il trucco di battaglia, sembrava quasi una mortale comune. Quasi.

— Le ancelle dormono. E io non riuscivo a farlo — rispose Aurelia, avvicinandosi lentamente ai lavandini. — Sapevo che saresti stata qui. Sei sempre stata prevedibile nella tua voglia di isolarti quando sei ferita.

Rebekah scagliò il vassoio nell'acqua pulita con un tonfo fragoroso, spruzzando schiuma ovunque. Si voltò di scatto, gli occhi marroni che brillavano di una luce pericolosa.

— Ferita? Tu pensi che io sia ferita? — Rebekah rise, un suono secco e privo di gioia. — Sei arrogante persino nel tuo modo di scusarti. Non sono ferita, Aurelia. Sono disgustata. C'è una differenza sottile che forse la tua cabina non insegna tra i corsi di seduzione e quelli di abbinamento colori.

Aurelia non indietreggiò. Al contrario, si avvicinò ancora di più, finché il calore del suo corpo non fu percepibile nonostante il vapore della cucina.

— Rebekah, ascoltami. Ti prego. — Il tono di Aurelia era diverso. Non c'era traccia della solita sufficienza. Sembrava quasi... disperata. — Quello che è successo nell'arena... non era pianificato. Non dall'inizio. Mi sono sentita messa all'angolo. Nick mi guardava, le mie sorelle si aspettavano che ti umiliassi. Se avessi perso contro di te, dopo tutto quello che avevo detto...

— Oh, certo. Povera Aurelia — la interruppe Rebekah con sarcasmo velenoso. — Hai dovuto tradire l'unica conversazione onesta che abbiamo mai avuto perché dovevi mantenere la tua reputazione di stronza regnante. Mi chiedo come tu faccia a dormire la notte con tutto quel peso sulla coscienza, o forse Afrodite ti ha dato anche un cuscino magico che annulla i sensi di colpa?

Aurelia le afferrò un polso. Il contatto fu elettrico, ma Rebekah cercò di liberarsi immediatamente. La figlia di Afrodite strinse la presa, la forza nelle sue dita sorprendente per una ragazza che passava il tempo a limarsi le unghie.

— Non è stato solo un trucco! — gridò Aurelia, le lacrime che iniziavano a velarle gli occhi azzurri. — Sì, l'ho usato per vincere, sono stata una vigliacca e una manipolatrice. Ma quel bacio... non è stato finto, Rebekah. È stata l'unica cosa reale che ho fatto in tutta la settimana. Ero terrorizzata da quello che provavo sul molo e ho pensato che se lo avessi trasformato in un'arma, avrei potuto smettere di sentirlo come una debolezza.

Rebekah si fermò, il respiro affannoso. Guardò la mano di Aurelia sul suo polso e poi i suoi occhi lucidi. Per un istante, il muro di ghiaccio che aveva costruito intorno al cuore sembrò incrinarsi. Ma poi ricordò le risate di Nick, lo sguardo di trionfo di Aurelia mentre lei era a terra nella sabbia, l'umiliazione di essere stata trasformata in una barzelletta per tutto il campo.

— Mi hai messa alle strette — disse Rebekah, la voce che tremava per la rabbia repressa. — Sei venuta qui, nel mio unico momento di pace, per cercare di ripulirti la coscienza? Vuoi che ti dica che va tutto bene? Che ti perdono perché "poverina, tua madre ti spinge a essere così"? Beh, non succederà. Non mi fiderò mai più di te, Aurelia. Mai.

— Rebekah, io voglio solo sapere come stai. Non ci siamo parlate per settimane...

— Sto benissimo — mentì Rebekah, liberando il polso con uno strattone violento. — Sto meglio di quanto sia mai stata, perché ora so esattamente chi sei. Sei solo fumo e specchi, proprio come dice Matt. Non c'è sostanza sotto la tua bellezza, solo il vuoto di chi ha bisogno dell'approvazione degli altri per esistere.

Il nome di Matt sembrò colpire Aurelia come uno schiaffo. La sua espressione cambiò, passando dal pentimento a una gelosia mal celata.

— Matt? Il figlio di Efesto? — Aurelia arricciò il naso, recuperando per un attimo la sua maschera di superiorità. — È lui che ti sta riempiendo la testa di queste sciocchezze? È lui che ti consola dopo che io ti ho "spezzato il cuore"?

— Lui mi vede per quello che sono — rispose Rebekah, facendo un passo avanti, minacciosa. — Non cerca di usarmi come un piedistallo per il suo ego. E non parlarmi di cuori spezzati, Vance. Per spezzare un cuore bisognerebbe prima averne uno, e il tuo è solo un gioiello costoso appeso al collo di Afrodite.

— Non osare... — iniziò Aurelia, ma la discussione fu interrotta da un rumore metallico proveniente dall'ingresso delle cucine.

Entrambe le ragazze si voltarono di scatto. Matt era lì, sulla soglia, con una grossa chiave inglese in una mano e un pezzo di ingranaggio nell'altra. Sembrava appena uscito dalla fucina; i capelli ricci erano arruffati e una macchia di grasso gli sporcava lo zigomo.

Il suo sguardo passò da Rebekah, visibilmente scossa e con le mani ancora bagnate, ad Aurelia, che sembrava pronta a esplodere. Matt non era uno sciocco. Percepì immediatamente la tensione elettrica che saturava la stanza, un misto di rabbia, dolore e qualcosa di molto più complicato che aleggiava tra le due bionde.

— Spero di non interrompere un consiglio di guerra — disse Matt con la sua solita voce calma e profonda, facendo un passo nel locale. — Sono venuto a controllare una perdita nelle tubature del vapore, ma a giudicare dall'aria qui dentro, credo che la pressione sia già alle stelle.

Rebekah provò un immenso sollievo nel vederlo. Matt era la realtà, la solidità del bronzo e del fuoco, tutto ciò che Aurelia non era.

— Hai finito, Matt? — chiese lei, cercando di stabilizzare la voce.

— Quasi. Ma le tubature possono aspettare — rispose lui, posando la chiave inglese sul tavolo di legno. Si avvicinò a Rebekah, ignorando deliberatamente Aurelia, e le posò una mano sulla spalla. — Sembri stanca, Rebekah. E hai finito il tuo turno, i piatti sono puliti.

Aurelia osservò la mano di Matt sulla spalla di Rebekah come se fosse un serpente velenoso. — Stavamo parlando, Efesto. Non credo che riguardi te.

Matt si voltò finalmente verso la figlia di Afrodite. Non c'era ostilità nel suo sguardo, solo una sorta di pacata osservazione che Aurelia sembrava trovare insopportabile. — In realtà, riguarda chiunque tenga a Rebekah. E mi sembra che lei abbia detto tutto quello che aveva da dire.

Rebekah guardò Matt e annuì grata. Non voleva passare un altro minuto in quella cucina a sentire le scuse vuote di una ragazza che l'aveva tradita nel modo più intimo possibile.

— Matt ha ragione — disse Rebekah, togliendosi il grembiule e gettandolo sopra il mucchio di stoviglie pulite. — Ho finito qui. Con i piatti e con te, Aurelia.

— Rebekah, aspetta, non puoi lasciarmi così... — Aurelia fece un passo avanti, allungando una mano come per fermarla, ma Matt si frappose tra loro con la naturalezza di un muro di cinta.

— Ti accompagno alla cabina, Rebekah — propose Matt dolcemente. — La notte è fredda e Chirone sta per mandare le arpie in perlustrazione.

Rebekah prese lo zaino e si incamminò verso l'uscita, seguita da Matt. Prima di varcare la soglia, si concesse un ultimo sguardo all'indietro.

Aurelia era rimasta ferma al centro della cucina, sotto la luce fioca delle lampade. Sembrava improvvisamente piccola, circondata dal vapore e dalle ombre delle pentole giganti. Non c'era più traccia della ragazza più popolare del campo, della guerriera spietata o della seduttrice. C'era solo una ragazza di sedici anni che sembrava aver appena capito di aver perso qualcosa di inestimabile. Le sue spalle erano curve e i suoi occhi azzurri erano fissi sul pavimento, colmi di un pentimento che, per la prima volta, Rebekah credette essere sincero.

Ma non bastava. Non poteva bastare.

Rebekah uscì all'aria aperta, inspirando profondamente il profumo dei pini e del mare. Camminò al fianco di Matt in silenzio per un lungo tratto, mentre le torce del campo proiettavano le loro ombre allungate sull'erba.

— Grazie, Matt — disse lei finalmente, quando furono vicini alla cabina di Era. — Mi hai salvata da una situazione... complicata.

Matt si fermò e la guardò. La luce della luna rendeva i suoi tratti più dolci. — Non devi ringraziarmi. Sapevo che saresti stata qui e immaginavo che lei ci avrebbe provato. Aurelia non è cattiva, Rebekah. È solo... costruita male. Come un ingranaggio con i denti troppo affilati: finisce per distruggere tutto quello che tocca, compresa se stessa.

Rebekah abbassò lo sguardo sulla piccola piuma di bronzo che portava sempre in tasca. — Mi ha baciata nell'arena solo per vincere. E stasera voleva che la perdonassi perché si sente sola. Mi usa, Matt. Mi usa sempre.

— Allora non lasciarglielo fare — rispose lui, prendendole le mani tra le sue. Erano calde, ruvide e rassicuranti. — Tu sei la figlia di Era, Rebekah. Sei nata dalle ceneri. Hai una forza che lei non potrà mai capire. Non lasciare che il suo caos diventi il tuo.

Rebekah annuì, sentendo una lacrima solitaria rigarle la guancia. Matt la asciugò con il pollice, un gesto così naturale da farle battere il cuore in un modo che non aveva nulla a che fare con la rabbia.

— Vai a dormire — le disse lui con un sorriso gentile. — Domani sarà una giornata lunga. Abbiamo quella lezione di scherma con i figli di Ares, ricordi?

— Ricordo. Grazie ancora, Matt.

Lo guardò allontanarsi verso le fucine, la sua figura solida che svaniva nell'oscurità. Quando Rebekah entrò nella cabina di Era, il silenzio non le sembrò più così opprimente. Si sdraiò sul letto, fissando il soffitto alto.

Sentiva ancora il sapore amaro della discussione con Aurelia, ma sentiva anche il calore delle mani di Matt. Sapeva che la faccenda con la figlia di Afrodite non era affatto conclusa. Sotto le scuse e il pentimento di Aurelia si nascondeva un groviglio di emozioni che nessuna delle due era pronta a districare.

Aurelia era pentita, sì. Forse la amava, a modo suo, o forse amava solo l'idea di possedere qualcosa di raro come Rebekah. Ma Rebekah Vaelor non era più disposta a essere il trofeo di nessuno.

Chiuse gli occhi, cercando di scacciare l'immagine di Aurelia sola in cucina. La guerra era alle porte, i mostri stavano diventando più audaci e il peso del suo destino divino si faceva ogni giorno più pesante. Ma per quella notte, decise di lasciarsi cullare dal pensiero che, tra le fiamme della fucina e il freddo del bronzo, aveva trovato qualcuno che non voleva un miracolo, ma solo lei.

Fuori, il pavone di Era gridò nella notte, un suono malinconico che sembrò riecheggiare il pianto silenzioso che Aurelia Vance stava finalmente versando, da sola, tra le stoviglie sporche del Campo Mezzosangue.