the line between us
L’Eco del Battito Assente
Il silenzio della cabina di Era non era mai stato così rumoroso. Rebekah sedeva sul bordo del letto, le dita che tormentavano nervosamente il bordo della coperta di seta. Erano passate tre settimane dalla notte nelle cucine, tre settimane di sguardi evitati e di una freddezza che avrebbe potuto congelare il Lete. Aurelia Vance era tornata a essere un’ombra distante, una macchia di biondo e rosa che si muoveva all’altro capo del padiglione della mensa, mentre Matt era diventato la sua ombra costante.
Matt era perfetto. Era premuroso, solido, sincero. Non c’erano giochi di prestigio con lui, né inganni divini. Eppure, quando era successo — quando la sera prima l’aveva riaccompagnata alla cabina e, sotto la luce tremolante delle torce, si era chinato per baciarla — Rebekah si era sentita come una statua di sale.
Non c’era stato il fuoco. Non c’era stata quella scarica elettrica che le aveva mozzato il fiato nell’arena, nemmeno quando quel bacio era stato un atto di guerra. Con Matt era stato... piacevole. Calmo. Come bere un bicchiere d’acqua tiepida quando si ha una sete che brucia le viscere.
— Annabeth, io credo di avere qualcosa che non va — mormorò Rebekah, senza distogliere lo sguardo dal laghetto delle canoe dove la sua amica stava testando un nuovo modello di scafo idrodinamico.
Annabeth posò il progetto e si voltò a guardarla, i suoi occhi grigi carichi di quella saggezza analitica che Rebekah trovava al tempo stesso confortante e terrificante.
— Parli di Matt, vero? — chiese Annabeth con dolcezza.
Rebekah annuì, sentendo un peso opprimente al petto. — Mi ha baciata ieri sera. È stato... gentile. Lui è tutto quello che dovrei desiderare. Mi rispetta, mi vede per quello che sono, non cerca di usarmi. Ma quando le sue labbra hanno toccato le mie, non ho sentito niente, Annabeth. Il vuoto totale. Com’è possibile? Ero sicura di amarlo. O almeno, ero sicura di volerlo amare.
Annabeth sospirò, sedendosi accanto a lei sull’erba. — Il cuore non è un’equazione di architettura, Rebekah. Non puoi progettarlo perché sia funzionale o logico. A volte le persone che sono "giuste" per noi non sono quelle che ci fanno sentire vivi.
— Ma con lei... — Rebekah si interruppe, il nome di Aurelia che le bruciava sulla punta della lingua come un tizzone ardente. — Con lei, anche se era un trucco, anche se la odiavo, ho sentito il mondo sparire. È sbagliato, vero? Desiderare il veleno invece della cura?
— Non è sbagliato — rispose Annabeth, posandole una mano sulla spalla. — È solo umano. E noi semidei siamo già abbastanza incasinati senza doverci sentire in colpa per quello che proviamo. Ma devi essere onesta con Matt, Rebekah. Non merita di essere un ripiego per una battaglia che stai combattendo contro te stessa.
Le parole di Annabeth rimasero a galla nella mente di Rebekah per tutto il giorno, come detriti dopo un naufragio. Quella sera, l’aria si fece pesante, carica di un’umidità che annunciava tempesta. Rebekah sentiva le pareti della cabina di sua madre stringersi intorno a lei, le statue di pavone che sembravano ridere della sua confusione.
Senza pensarci, si infilò la sua solita felpa oversize e un paio di pantaloncini corti, uscendo di soppiatto. I piedi la portarono quasi per istinto verso il molo, quel vecchio pezzo di legno che aveva visto i suoi momenti più fragili.
Si distese sulla schiena, le braccia dietro la testa, fissando le stelle che bucavano il velo scuro della notte. Il rumore dell’acqua che sciacquava contro i pali era l’unico ritmo che riusciva a sopportare. Voleva solo sparire, smettere di essere la figlia di Era, smettere di essere la ragazza contesa, smettere di sentire quel vuoto sordo dove avrebbe dovuto esserci un battito.
Le sue dita scivolarono inconsciamente sulle cosce, dove la pelle era segnata da piccoli lividi scuri, quasi simmetrici. Erano segni che si era procurata da sola, pizzicandosi con forza durante gli attacchi di ansia o colpendosi con l'elsa della spada durante gli allenamenti solitari. Era un modo per ancorarsi alla realtà, per punirsi di quella strana apatia che la stava consumando. Ogni livido era un promemoria: *Senti qualcosa. Anche se è dolore, senti qualcosa.*
Un fruscio di passi sul legno la fece irrigidire, ma non si mosse. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere chi fosse. Il profumo di rose e vaniglia arrivò prima di qualsiasi parola.
— Tu mi trovi sempre — commentò Rebekah, la voce che era poco più di un sussurro stanco.
Aurelia non rispose subito. Si limitò a sedersi accanto a lei, per poi distendersi lentamente sul legno umido, imitando la sua posizione. Rimasero così per lunghi minuti, due stelle cadute che guardavano quelle vere.
— Sei sparita per settimane — disse infine Aurelia. La sua voce non aveva nulla dell'arroganza dell'arena; era sottile, quasi fragile. — Ti ho osservata con lui. Con Matt. Sembravi... tranquilla.
Rebekah chiuse gli occhi, sentendo un nodo alla gola. — Matt mi ha baciata ieri sera — confessò, senza sapere bene perché lo stesse dicendo proprio a lei. Forse perché Aurelia era l’unica che conosceva il peso della finzione.
Sentì Aurelia irrigidirsi accanto a lei. — E com’è stato? — chiese la figlia di Afrodite, il tono forzatamente neutro.
— Freddo — rispose Rebekah, voltando la testa per guardarla. — Non ho sentito niente, Aurelia. Niente di niente. Ed è terribile, perché lui è perfetto. E io mi sento un mostro perché non riesco a ricambiare quello che mi dà.
Aurelia si sollevò su un gomito, lo sguardo azzurro che scivolava sul viso di Rebekah prima di scendere lungo il suo corpo. Si soffermò sui lividi scuri che macchiavano le cosce chiare della ragazza. Un’espressione di puro dolore le attraversò il volto.
— Perché ti fai questo, Rebekah? — sussurrò Aurelia, allungando una mano per sfiorare con la punta delle dita uno dei segni violacei.
Rebekah sussultò al contatto, ma non si ritrasse. — Per sentire che sono ancora viva. Perché a volte mi sembra di essere fatta di cenere, proprio come dice la leggenda della mia nascita. Se non sento dolore, mi sembra di non esistere affatto.
Aurelia scosse la testa, i capelli biondi che ricadevano sulle spalle come seta. — Sei la persona più viva che io conosca. Anche quando mi odi, lo fai con una passione che mi brucia dentro. Matt non può darti quello che cerchi perché lui è la calma, Rebekah. Ma tu... tu sei fatta per la tempesta.
— E tu cosa saresti, Aurelia? La tempesta che mi distrugge? — chiese Rebekah, il respiro che si faceva corto.
— Forse — mormorò Aurelia, avvicinandosi. — O forse sono l’unica che sa come domare il tuo fuoco perché brucia anche me.
Aurelia si abbassò lentamente. Non ci fu la violenza dell’arena, né la fretta del tradimento. Fu un movimento fluido, quasi timoroso, come se stesse chiedendo permesso a ogni millimetro di spazio che annullava. Quando le sue labbra toccarono quelle di Rebekah, non fu un bacio a stampo. Fu un contatto morbido, profondo, che sapeva di sale e di verità taciute troppo a lungo.
In quell'istante, il vuoto nel petto di Rebekah esplose.
Non era la calma rassicurante di Matt. Era un incendio boschivo che risaliva lungo la spina dorsale, era il rumore del sangue che tornava a scorrere frenetico nelle vene. Rebekah emise un piccolo gemito contro la bocca di Aurelia, le sue mani che salivano istintivamente a intrecciarsi tra i capelli della bionda, tirandola a sé con una disperazione che la spaventava.
Aurelia si staccò di pochi centimetri, il respiro caldo sulla pelle di Rebekah. I suoi occhi azzurri erano scuri, dilatati, colmi di una vulnerabilità che non aveva mai mostrato a nessuno.
— Questo lo senti? — sussurrò Aurelia, la voce roca.
Rebekah non riusciva a parlare. Poteva solo annuire, sentendo il cuore battere così forte da farle male alle costole. Era un battito selvaggio, irregolare, doloroso. Era tutto quello che Matt non era riuscito a risvegliare.
— Mi odi ancora? — chiese Aurelia, accarezzandole lo zigomo con il pollice.
— Con ogni fibra del mio essere — rispose Rebekah, ma le sue dita stavano già cercando di nuovo il collo di Aurelia per riportarla giù. — Ti odio perché mi rendi debole. Ti odio perché sei l’unica cosa che mi fa sentire reale.
Aurelia sorrise, un sorriso amaro e bellissimo. — Allora siamo in due, principessa delle ceneri. Perché io non ho mai avuto paura di nessuno in vita mia, finché non sei arrivata tu a scombinare tutti i miei piani.
Si baciarono di nuovo, e questa volta non ci fu spazio per i dubbi. Sul quel vecchio molo di legno, tra i lividi autoinflitti e le aspettative divine, Rebekah capì che la sua condanna non era la solitudine, ma quel legame contorto e indissolubile con la sua peggiore nemica.
Era un amore che sapeva di guerra, un sentimento che avrebbe fatto inorridire sua madre e ridere Afrodite, ma per la prima volta da quando era nata dalle ceneri, Rebekah Vaelor non si sentì più un miracolo difettoso. Si sentì, semplicemente e dolorosamente, una ragazza capace di bruciare.
— Non dirlo a Matt — mormorò Rebekah contro il collo di Aurelia, mentre la figlia di Afrodite la stringeva come se avesse paura che potesse dissolversi nel vento.
— Matt non potrebbe mai capire — rispose Aurelia, baciandole la tempia. — Lui vive alla luce del sole. Noi... noi apparteniamo a questo tipo di oscurità.
E mentre le stelle continuavano a brillare indifferenti sopra di loro, Rebekah chiuse gli occhi, lasciando che il calore di Aurelia scacciasse finalmente il freddo che le aveva abitato le ossa per troppo tempo. La guerra stava arrivando, il tradimento era sempre dietro l'angolo, ma in quel momento, il battito che le rimbombava nel petto era l'unica verità che contava.