thorns and roses
Il Silenzio tra le Ombre
Velaris era un gioiello incastonato tra le montagne, un luogo dove la brezza profumava di agrumi e di mare, e dove il cielo notturno sembrava così vicino da poterlo toccare. Per Feyre, la città era stata una rinascita. In poche settimane, l'amica di Claris aveva ripreso colore, i suoi occhi erano tornati a brillare di una luce vitale e il suo legame con Rhysand era diventato il pilastro su cui ricostruire la propria esistenza. Feyre camminava per le strade di ciottoli con una grazia nuova, dipingendo tele che esplodevano di colori, finalmente libera dal giogo di Tamlin.
Per Claris Vaelor, invece, Velaris era un assalto costante ai sensi. Ogni cosa in quella città era troppo: troppo luminosa, troppo viva, troppo rumorosa. Mentre Feyre fioriva, Claris sentiva di stare appassendo in un modo diverso, più sottile. La magia nera che Amarantha le aveva instillato non era svanita con il trasferimento alla Corte della Notte; era semplicemente rimasta in agguato, un predatore silenzioso che dormiva sotto la sua pelle diafana.
La Casa del Vento era magnifica, ma per Claris era solo un'altra gabbia, seppur più vasta e ariosa di quella di Tamlin. Si sentiva come un oggetto rotto che un gruppo di persone straordinariamente gentili cercava disperatamente di incollare, senza capire che alcuni pezzi erano andati perduti per sempre Sotto la Montagna.
— Ancora una volta, Claris. Concentrati. Immagina un muro, una lastra di ossidiana che si innalza tra me e i tuoi pensieri.
La voce di Rhysand era calma, ma Claris percepiva la pressione del suo potere che saggiava le sue difese mentali. Erano ore che provavano. Il Signore Supremo voleva insegnarle a costruire scudi mentali per proteggerla dalle intrusioni e per contenere la sua stessa magia instabile, ma lei si sentiva solo violata.
— Non ci riesco, Rhysand — rispose lei, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. Il sudore le imperlava la fronte e le tempie le pulsavano. — Ogni volta che cerco di costruire qualcosa, vedo solo le facce di quelli che sono morti. Vedo il trono di Amarantha.
Rhysand sospirò, e per un istante la sua maschera di perfezione vacillò, rivelando una stanchezza profonda. — È un processo lento. Non puoi pretendere di guarire in un giorno. Ma i tuoi scudi sono essenziali. Senza di essi, sei un libro aperto per chiunque abbia un minimo di potere da daemati.
— Forse non voglio essere chiusa — ribatté lei con un lampo di quella vecchia testardaggine che un tempo la rendeva audace. — Forse voglio solo essere lasciata in pace.
Ma la pace era un lusso che il Circolo Intimo non sembrava disposto a concederle.
Appena uscita dalla sessione con Rhysand, Claris si ritrovò davanti Cassian. Il generale delle armate della Notte era un colosso di muscoli e sfrontatezza, con un sorriso che avrebbe dovuto essere rassicurante, ma che a lei faceva solo venire voglia di scappare.
— Ehi, biondina! — esclamò lui, facendole cenno di seguirlo verso il campo d'allenamento. — Basta con le chiacchiere mentali di Rhys. Hai bisogno di muovere il sangue. Se impari a maneggiare un pugnale, smetterai di avere paura della tua stessa ombra. La forza fisica è l'unica cosa che non ti tradisce mai.
— Cassian, non oggi — mormorò lei, cercando di superarlo.
Lui le sbarrò la strada, non con cattiveria, ma con quella determinazione ferrea che lo contraddistingueva. — Proprio perché non vuoi farlo, significa che ne hai bisogno. Forza, dieci giri di campo e poi ti insegno come atterrare un avversario più grande di te.
Claris si costrinse a correre, sentendo i polmoni bruciare e le gambe pesanti come piombo. Ogni incitamento di Cassian le sembrava un rimprovero alla sua debolezza. Lui voleva renderla una guerriera, voleva trasformare il suo dolore in muscoli e riflessi, ma Claris non voleva combattere. Voleva solo smettere di sentire.
A cena, la situazione non migliorava. Mor era un uragano di allegria e calore. Cercava costantemente di includerla, di trascinarla in conversazioni su vestiti, feste e pettegolezzi della città.
— Dovresti venire con me al Rita’s domani sera, Claris! — disse Mor, versandole un calice di vino color rubino. — Ti troveremo un vestito che farà impallidire le stelle. Hai bisogno di ballare, di sentire la musica, di ricordarti che sei viva e bellissima.
— Non credo di essere pronta per la musica, Mor — rispose Claris, fissando il liquido nel bicchiere.
— Oh, sciocchezze! La malinconia si cura con la compagnia, non con il silenzio. Non puoi restare chiusa in camera tua a leggere per sempre.
Amren, dall'altra parte del tavolo, sollevò lo sguardo dai suoi gioielli, gli occhi d'argento che brillavano di una sapienza antica e spaventosa. Non disse nulla, limitandosi a un grugnito di disappunto prima di tornare a ignorarla. Per Amren, Claris era un enigma irritante, una creatura che non apparteneva né al mondo degli umani né a quello dei Fae, un esperimento mal riuscito di Amarantha che non meritava troppe attenzioni.
E poi c'era Feyre. La sua migliore amica, la persona per cui aveva attraversato il Muro, la guardava sempre con un'espressione carica di una preoccupazione soffocante.
— Hai mangiato abbastanza, Claris? — le chiese Feyre dopo cena, seguendola sul balcone. — Se vuoi, possiamo andare insieme a fare una passeggiata domani. Rhys dice che l'aria del fiume fa bene allo spirito. Posso portarti i miei carboncini, potresti provare a disegnare...
— Feyre, smettila — la interruppe Claris, la voce che tremava per la frustrazione contenuta.
Feyre si bloccò, sorpresa. — Volevo solo aiutare.
— Lo so che vuoi aiutare. Tutti volete aiutare. Rhys vuole la mia mente, Cassian il mio corpo, Mor la mia allegria e tu... tu vuoi che io torni a essere la Claris del villaggio. Ma quella ragazza è morta. Mi state tutti addosso, cercando di modellarmi secondo quello che pensate sia meglio per me. Mi sento soffocare.
Feyre aprì la bocca per rispondere, ma vedendo le lacrime di rabbia negli occhi dell'amica, scelse il silenzio. Con un cenno addolorato, si ritirò all'interno, lasciando Claris sola con il vento della notte.
Claris si appoggiò alla balaustra di pietra, respirando a fatica. Si sentiva un'intrusa in quel paradiso. Erano tutti così perfetti nella loro guarigione, così eroici nel loro dolore. Lei si sentiva solo sporca e stanca.
— Fanno rumore, non è vero?
La voce era appena un sussurro, un'ombra che prendeva forma nell'angolo più buio del balcone. Claris non sussultò. Sapeva chi era.
Azriel, il Cantore delle Ombre, emerse dall'oscurità. Le sue ali illiriche erano ripiegate compostamente dietro la schiena, e le sue mani, segnate dalle cicatrici delle torture subite da bambino, erano nascoste dai guanti di pelle. Non c'era sorriso sul suo volto, né quella luce rassicurante che Rhysand portava come un mantello.
— Sì — rispose Claris, sollevata dal fatto che lui non le stesse chiedendo di fare nulla. — Fanno moltissimo rumore.
Azriel si avvicinò, fermandosi a una distanza rispettosa. Non cercò di toccarla, né di scrutarle la mente. Si limitò a guardare la città sotto di loro, le ombre che danzavano intorno a lui come se fossero esseri senzienti.
— Vogliono che tu stia bene perché ti vogliono bene — disse Azriel, la voce piatta e priva di giudizio. — Ma non capiscono che la guarigione non è una linea retta. E non è la stessa per tutti.
Claris si voltò a guardarlo. — Tu non cerchi di insegnarmi a combattere o a ballare. Perché?
Azriel spostò lo sguardo su di lei. I suoi occhi nocciola erano profondi e calmi, rifugi di un dolore che era stato addomesticato, ma mai dimenticato. — Perché so cosa significa sentirsi un'estranea nella propria pelle. So cosa significa voler sparire nel buio perché la luce brucia troppo.
Claris sentì qualcosa incrinarsi dentro di lei. Non era la rabbia di prima, ma una strana forma di conforto. — Mi sento come se fossi fatta di vetro, Azriel. E loro continuano a colpirmi con la loro gentilezza, convinti che questo mi renderà più forte. Ma io sento solo che sto per andare in frantumi.
— Allora resta nel buio per un po' — rispose lui semplicemente. — Le ombre non giudicano. Non chiedono nulla. Sono solo... lì.
Rimasero in silenzio per un tempo indefinito. Per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, Claris non sentì il bisogno di giustificare la propria tristezza. Azriel non le offriva soluzioni, non le offriva pietà. Le offriva solo la sua presenza, ferma e silenziosa come le montagne che circondavano la città.
— Rhysand dice che devo alzare degli scudi — mormorò lei dopo un po'. — Ma ogni volta che ci provo, sento il peso di tutto quello che ho perso.
— Gli scudi non devono per forza essere muri di pietra — disse Azriel, sollevando una mano guantata. Un'ombra si staccò dalla sua spalla e iniziò a roteare pigramente intorno alle sue dita. — Possono essere veli. Possono essere nebbia. Qualcosa che lascia passare la luce, ma trattiene il freddo.
Claris osservò l'ombra con fascino. — Mi insegneresti?
Azriel scosse il capo lentamente. — Non stasera. Stasera hai solo bisogno di respirare senza che qualcuno ti chieda come ti senti.
Claris accennò un sorriso, il primo vero sorriso da settimane. — Grazie, Azriel.
— Non c'è di che, Claris.
Nei giorni seguenti, la pressione degli altri membri del Circolo Intimo non diminuì del tutto, ma Claris imparò a gestirla meglio. Quando Feyre diventava troppo premurosa, Claris si scusava e si rifugiava nella piccola biblioteca della Casa del Vento. Quando Cassian la cercava per l'allenamento, lei gli diceva con fermezza che avrebbe camminato per i giardini invece di combattere.
E Azriel era sempre lì. Non sempre visibile, ma Claris sapeva come individuarlo. Lo trovava negli angoli silenziosi della casa, sui tetti al crepuscolo, o seduto su un muretto mentre osservava il fiume Sidra scorrere.
Un pomeriggio, lo trovò nel giardino sul retro, intento a pulire le sue daghe. Claris si sedette sull'erba a pochi metri da lui, osservando i suoi movimenti precisi e metodici.
— Cassian dice che dovrei imparare a usare quelle — disse lei, indicando le armi.
— Cassian pensa che ogni problema possa essere risolto con una lama ben affilata — rispose Azriel senza alzare lo sguardo. — A volte ha ragione. Ma non è l'unico modo.
— Qual è il tuo modo, Azriel?
Lui smise di pulire il pugnale e lo sollevò, osservando il riflesso del sole sulla lama di Verità. — Il mio modo è ascoltare. Le ombre sentono cose che le orecchie normali ignorano. Sentono i segreti, le paure, i desideri nascosti. Mi hanno insegnato che non c'è vergogna nel dolore, Claris. È solo un'altra forma di conoscenza.
Claris si avvicinò un po' di più, incuriosita. — Cosa sentono le tue ombre da me?
Azriel rimase in silenzio per un lungo istante. Le ombre intorno a lui sembrarono agitarsi, sussurrando tra loro. — Sentono una ragazza che ha paura di essere felice perché pensa di non meritarlo più. Sentono una forza che spaventa chi la possiede. E sentono il desiderio di essere vista per quello che è, non per quello che potrebbe diventare.
Le parole di Azriel la colpirono dritto al cuore. Era esattamente quello che provava. — Ho paura di quella magia nera, Azriel. Sotto la Montagna, Amarantha mi ha detto che mi appartiene. Che è parte di me ora.
— Amarantha è morta — disse lui, e la sua voce era fredda come l'acciaio. — Il potere non è né buono né cattivo. È solo uno strumento. Quello che conta è la mano che lo impugna. Se vuoi, posso aiutarti a capire come ascoltare quella magia, invece di cercare di soffocarla.
— Perché lo faresti? — chiese lei, guardandolo negli occhi.
Azriel rinfoderò il pugnale e si alzò, torreggiando su di lei. Ma non c'era nulla di minaccioso nella sua figura. — Perché so cosa significa avere un mostro dentro e doverlo guardare allo specchio ogni mattina. E perché penso che Velaris abbia bisogno di un po' più di oscurità genuina, e un po' meno di sorrisi forzati.
Claris tese la mano, e questa volta fu lei a cercare il contatto. Sfiorò appena la pelle del suo guanto. — Insegnami, allora. Non a combattere come Cassian, o a governare come Rhys. Insegnami a stare nel buio senza averne paura.
Azriel inclinò leggermente il capo. Per la prima volta, Claris vide un barlume di qualcosa di simile alla comprensione, o forse alla speranza, nei suoi occhi nocciola. — Cominceremo domani. Al tramonto. Quando il mondo diventa grigio e le distinzioni svaniscono.
Quella notte, Claris dormì senza incubi. Non sognò la Corte di Primavera, né le celle di Amarantha. Sognò una distesa di ombre soffici come velluto, e una voce che le diceva che non c'era fretta di guarire.
Mentre Velaris continuava a brillare sotto la luna, Claris Vaelor iniziò finalmente il suo vero viaggio. Non verso la luce che la accecava, ma verso la propria ombra, guidata dall'unico uomo che sapeva che, a volte, per risplendere davvero, bisogna prima imparare a camminare nel buio. E mentre il silenzio della notte la avvolgeva, Claris sentì che, forse, un giorno, sarebbe stata di nuovo felice. Non come la ragazza di prima, ma come una donna che aveva trovato la sua forza tra i vetri infranti della propria anima.